Yamamoto 1

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Patrizia Calefato

Ideogrammi scolpiti nei risvolti del tessuto

 pubblicato in Il manifesto del 13 gennaio 2005

Nel film che nel 1989 Wim Wenders realizzò insieme a Yohji Yamamoto, Notebook on Cities and Clothes (Appunti di viaggio su abiti e città), c’è una scena nella quale lo stilista giapponese, apponendo l’insegna del suo nome proprio sulla sua nuova boutique di Tokio, firma con il gesso direttamente sulla targa affissa davanti al negozio. Non è soddisfatto però né della prima, né della seconda, né delle successive scritture del suo nome, tant’è che le cancella ripetutamente finché non arriva a quella che gli appare come la più felice, che può quindi essere saldata definitivamente sull’insegna con uno spray fissante. Immaginiamo che proprio quella sequenza di lettere dell’alfabeto occidentale di cui si compone il nome Yohji Yamamoto gli sembri, da un lato, avvicinare meglio di altre la firma al suo corpo suggellando un legame metonimico tra il nome proprio e la mano, e dall’altro dar vita, in quanto griffe, all’indumento di moda come segno puro. La firma diventa così logo, ma conserva, condensandole, tutte le componenti grafologiche e uniche, perché individuali, della scrittura.

Quel film fa scorrere nei suoi fotogrammi un’intervista poetica viaggiante di Wenders a Yamamoto nella quale si intrecciano grandi temi: la metropoli – Parigi e Tokio; la riproduzione delle immagini tra l’analogico della vecchia cinepresa e il digitale della videocamera - tecnologia giapponese in quegli anni lì pronta dietro la porta; il mestiere di regista paragonato a quello di stilista – entrambi un “taglia e cuci”... Ed è la moda a costituire il connettivo e il propulsore di questi grandi temi, beninteso la moda di Yamamoto che è essa stessa poesia del tempo, poesia della persona. Un film intriso così profondamente di temi benjaminiani – la riproducibilità, la metropoli, il viaggio urbano - non poteva del resto non stabilire con la moda un patto narrativo e tematico. Ad una condizione: che fosse la moda di un designer che della moda nega programmaticamente la fugacità e il senso effimero, uno come Yamamoto che “firma” con la sua stessa mano, che crede nell’abito come casa della persona, e che disegna nei suoi indumenti il tempo, intendendolo filosoficamente come condizione della possibilità di essere proprio quella persona. E’ possibile allora che il bavero di un certo cappotto lo renda proprio il cappotto di Sartre, così come appare in una foto di Cartier-Bresson a partire dalla quale Yamamoto viene ripreso da Wenders mentre lavora per realizzare un trench femminile. Moda de-scritta, come direbbe Roland Barthes, ma descritta oltre la lingua, nella sua essenza. L’abito ideale potrebbe durare una vita intera, non passare mai di moda, segnare la vita nelle sue (dell’abito come della vita) umane asimmetrie.

Corrispondenze: tra la moda e la vita, tra il cinema e la moda, tra la città e le sue raffigurazioni, tra le copie serialmente riproducibili di un’immagine digitale o di un abito che tornano a desiderare un’aura. La firma su quell’insegna l’ha ritrovata. Ora tocca al resto. Tocca ad esempio alla moda riandare alle sue corrispondenze con l’arte. Ed è proprio così, “Correspondences” che s’intitola la mostra di Yamamoto a Firenze: corrispondenze che oltre 80 abiti di Yamamoto, nell’allestimento di Masaho Nihei, stabiliscono con i quadri e con le sculture ospitate in 30 sale della Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti.

Nei 15 anni trascorsi da quella firma sul negozio di Tokio, Yamamoto ne ha trovate parecchie di corrispondenze. Con il cinema, spesso, e in particolare con quello di Takeshi Kitano,  con cui Yamamoto ha stabilito una feconda collaborazione che culmina nei visionari abiti che si accordano ai colori delle stagioni in Dolls. Le ha trovate con la musica, lavorando per i costumi di opere classiche e contemporanee, da Puccini a Ryuichi Sakamoto; le ha rinvenute con la danza di Pina Bausch.

Corrispondono, in quella firma di cui torna insistentemente l’immagine, scrittura e identità? Senza mezzi termini, è qui in questione la lingua, e più precisamente la sua trascrizione in segni - alfabeto, ideogrammi – e il suo designare, chiamare in vita, “qualcuno”, esattamente come fa il nome proprio. Yamamoto non ha mai gradito l’etichetta di “stilista giapponese” che viene affibbiata in modo frettoloso e non semplicemente descrittivo, a lui, come ad altri designer quali Issey Miyake o Rey Kawakubo. Tutti invece in viaggio, in ponte, in corrispondenza, tra Tokio e Parigi, tra l’Oriente e l’Europa. Senza esotismi ipocriti, senza i barthesiani (o baudelairiani) “laggiù” di un impero dei segni di cui si voglia cogliere - con Barthes ancora - solo la differenza, magari nel sogno di conoscere una lingua straniera senza comprenderla. Eppure il Giappone, la sua storia, la sua identità ricostruita dopo la Seconda guerra mondiale, è presente in modo forte nella formazione di uno della generazione di Yamamoto che, nato nel 1943, negli anni ’60 scelse la moda, come altri scelsero il cinema, il design o l’architettura, come possibilità di progettazione non incasellata. Quando, però, l’espressione “stilista giapponese” si connota di presunte “tipizzazioni” feticizzando un immaginario “Oriente”? Quando la “storia nazionale” si trasforma in storia sommaria “dell’altro”, un altro “laggiù” magari sintetizzabile in stereotipi già divenuti slogan quali “tra tradizione e microchip”, “tra geishe e karaoke”, e magari, visto che di moda parliamo, “tra kimono e destrutturazione postmoderna dell’abito”?. C’è un rapporto, molto interessante da considerare e in Italia da indagare a fondo, tra moda e orientalismo, come ci ricorda proprio il titolo di un numero monografico, curato da Nirmal Puwar, della rivista Fashion Theory. Un rapporto da intendersi anche attraverso i gusti compositi, le sciocchezze e le raffinatezze ingenue della cultura di massa, esotismi e “giapponeserie” del nostro tempo comprese. E da dipanare anche nel senso delle “corrispondenze” che Yamamoto ha messo in moto in modo mirabile lungo tutta la sua carriera.

Chi corrisponde è in tensione, aspetta, traduce, scommette, interpreta. Si dice “amore corrisposto”. Si dice “corrispondenza” per indicare una raccolta epistolare caratterizzata da reciprocità. Che in quella firma Yamamoto cercasse allora null’altro tra il segno e l’essere che una corrispondenza – una reciprocità irriducibile?