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Patrizia Calefato

Arte che disegna il tempo: questa è la moda

La Gazzetta del Mezzogiorno 13/1/2005

 

 

Quale corrispondenza s’intrattiene oggi tra l’arte e la moda? Quale filo sottile o quale nodo scorsoio le lega in un momento come il presente, in cui entrambe le parole - “arte”, “moda” – sembrano offrirsi come contenitori di tutto, dal fragore confuso di un segno ricercato al chiasso mediatico di uno stereotipo? E’ di raro pregio in questo contesto il fatto che con rigore, bellezza e misura, uno stilista (un artista) tra i più colti e sensibili del nostro tempo, Yohji Yamamoto, si avventuri sul ponte di questa corrispondenza in una mostra promossa dalla Fondazione Pitti Immagine Discovery, che si apre al pubblico a partire da oggi (13 gennaio) fino al 6 marzo, nella Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti a Firenze. Il titolo della mostra è “Correspondences”, corrispondenze appunto, che oltre 80 abiti di Yamamoto, nell’allestimento di Masaho Nihei, stabiliscono con i quadri e con le sculture ospitate nella Galleria in 30 sale. Ciascun abito è stato scelto per la sala che lo accoglie e per le opere artistiche a cui corrisponde come in un dialogo immaginario e teso fatto di materiali e colori, di luci e movimento. Con gli abiti anche i visitatori potranno “corrispondere”, facendosi guidare da dischi segnaletici disposti lungo il percorso, lasciandosi inondare dalla luce naturale che viene dal giardino di Boboli o da quella artificiale che comparirà anche all’interno di un manichino, giungendo infine nell’ultima sala ad una gabbia entro la quale è sospesa una gonna di bambù del diametro di 4 metri in cui si può entrare, toccare, girare intorno. Mescolandosi ai manichini, i visitatori immaginano, come scrive Nihei nel suo progetto d’allestimento, che questi abiti accanto alle opere d’arte, a Palazzo Pitti, ci siano sempre stati.

Una mostra di abiti è un po’ un’eccezione nel linguaggio della moda, che accoglie più canonicamente al suo interno forme di comunicazione quali la sfilata o la fotografia, generi i cui codici sono più riconoscibili, più traducibili nel sistema delle immagini e delle descrizioni che costruisce l’identità di uno stilista o di una collezione. Ma nelle sue stesse sfilate, Yamamoto esprime sempre in modo esemplare la sua personalità quasi di asceta del vestire, di essenziale filosofo della forma e del corpo. Spesso anche in passato egli ha stabilito ponti con l’arte, in un luogo deputato come il Museo del Louvre, nel Cour Carrée, dove quando era più giovane faceva innalzare una tenda per contenere la sua passerella e mostrare al pubblico la sua collezione. Lo stilista giapponese ha anche intrattenuto una corrispondenza tutta speciale con due arti fondamentali quali il cinema e l’architettura, sin da quando nel 1989 il regista Wim Wenders lo rese protagonista del suo film-intervista intitolato “Appunti di viaggio su città e abiti”. E ad altre due arti, la musica e la danza, Yamamoto ha dedicato molte sue creazioni, lavorando per i costumi di opere classiche e contemporanee, da Puccini a Ryuichi Sakamoto, a Pina Bausch.

Diplomato in moda a Tokio nel 1969, attivo tra Tokio e Parigi sin dagli anni ’70, Yohji Yamamoto è “figlio” di quel Giappone uscito dalla Seconda guerra mondiale distrutto, ma proprio per questo – come lo stilista stesso afferma – aperto proprio nella generazione cui egli appartiene (è nato nel 1943) a mille sperimentazioni, mille possibilità di creazione e inventiva per le quali la moda, così come il cinema, l’architettura e il design, costituivano un terreno estremamente fertile. Ma quella di Yamamoto è stata sempre una moda che fa i conti con l’idea di tempo e con il senso della persona. Il tempo della moda è per statuto un tempo effimero: ebbene contro questo tempo Yamamoto combatte, brandendo armi contro la moda stessa – la sua stessa arte. L’abito perfetto per Yamamoto può essere eterno, durare l’intera vita di un uomo o di una donna. “Tu disegni il tempo” dice lo stilista a se stesso nel film di Wenders. Il tempo come concetto filosofico di apertura e di possibilità, quelle che sono date a una persona nel suo vivere quotidiano, nel suo mestiere, nella sua verità, elementi che spesso è una fotografia, un ritratto, a svelare. Grande affetto ha Yamamoto per gli scatti di Auguste Sander, il fotografo francese che dedicò la sua opera a ritrarre “uomini del ventesimo secolo”, e attraverso le cui immagini lo stilista gioca a ricostruire un’intera vita a partire da un solo ritratto.

Guardando oggi alle realizzazioni di Yamamoto sin dai decenni passati, la cifra costante del suo stile appare essere l’accoglienza: del corpo nell’abito, dell’abito nell’abito - come in alcune realizzazioni che trasformano una piega del vestito in un contenitore per un soprabito - del piede nelle scarpe, sempre rigorosamente basse e monacali. Comprese quelle sneakers, realizzate a partire dal 2002 per l’Adidas in una linea, “Y-3”, di cui egli è direttore creativo. Accoglienza e corrispondenza, come quella degli stupendi e visionari abiti da lui creati che si accordano ai colori delle stagioni nel film Dolls di Takeshi Kitano, il grande regista con il quale Yamamoto ha stabilito una feconda collaborazione che giunge fino alla sua supervisione dei costumi del recente film Zatoichi.

Yamamoto ha sempre respinto l’etichetta di “stilista giapponese” appiccicata spesso frettolosamente addosso a lui e ad altri designer di grande pregio della sua generazione, come Issey Miyake, Rei Kawakubo o Kenzo. Pur ritrovando la sua storia nella sua terra, infatti, la sua è una ricerca di corrispondenze, non di differenze incommensurabili o di definizioni precostituite. Oriente e Occidente, moda e arti figurative, fotografia e cinema, architettura e design, filosofia e musica: la corrispondenza è ricerca e vita e a questa corrispondenza si apre nel nostro tempo il senso più profondo della moda, un senso che Yamamoto mirabilmente interpreta.