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Sotto quel velo quale verità si nasconderà?

di Patrizia Calefato

(pubblicato in "La Gazzetta del Mezzogiorno" dell'11-2-2004)

 Prendere il velo, velarsi, rivelare, svelare... sono molte le espressioni che si dipanano a partire dal medesimo nucleo, il “velo”: una parola che designa un indumento, ma anche una metafora che si lega al senso antico di una “verità” - in greco alétheia - che è al tempo stesso svelamento e nascondimento. Intorno alla questione del “velo” c’è sempre una qualche verità che si rivela: e la verità, come il velo, nelle culture e nelle narrazioni che le culture alimentano, risiede in modo simbolico e complesso nel corpo della donna. Sono le donne a velarsi o a venire velate: con un manto azzurro come quello della Madonna del Parto di Piero della Francesca; con un foulard come quelli di Audrey Hepburn disegnati da Givenchy; con un pezzo di stoffa nera come quello che le donne del Mediterraneo indossano ancora oggi e che finiscono poi per venire rielaborati dalla moda, magari da Dolce & Gabbana in una collezione che potrebbe avere nome “Sicily”; con una veletta come quella delle donne dipinte da Klimt; con un chador o un hijab... La verità del velo è anche quella che scaturisce dal chiedersi perché un’accesa discussione si concentri oggi in Europa su questi ultimi segni della cultura e della religiosità musulmane, che si dice possano rappresentare dei segni forti, confessionali, integralisti, se indossati in alcuni luoghi pubblici, come la scuola, nei paesi laici “occidentali”. Così, la recente discussione provocata dal disegno di legge francese che vieta alle donne musulmane di indossare il velo nelle scuole, contiene in sé motivi profondi dell’attuale modo di considerare questioni quali il corpo femminile, il contatto interculturale, la moda, e perfino - vive la France! -  la libertà e l’uguaglianza.

Intellettuali impegnati e femministe storiche hanno accolto con favore questo divieto, in virtù del fatto che il velo viene considerato un segno di sottomissione femminile e di cancellazione della fisicità della donna, attraverso l’occultamento di parti del corpo come i capelli, e nel caso delle donne munaqqaba (col volto coperto), anche del viso. Di contro, le strade di Parigi si sono riempite lo scorso 17 gennaio di manifestanti musulmane che insieme a molti uomini rivendicavano la loro “libertà” di scelta riguardo al velo.

Dalla Francia di Chirac - dove solo alcuni giorni fa è stato raggiunto un accordo parlamentare relativo al fatto che comunque la legge verrà riconsiderata e verificata nei suoi effetti quando sarà passato un anno dalla sua approvazione - la questione del velo rimbalza in tutta Europa. In Germania sono in discussione leggi anti-velo nei due Länder della Baviera e del Baden Wüttenberg; in Belgio due ministri liberali si sono pronunciati per una legge analoga. E parliamo di paesi in cui la presenza di musulmani è molto alta, se pensiamo ad esempio che in Germania su 7 milioni di stranieri ben 3,5 sono musulmani, di cui oltre 2 milioni turchi concentrati in gran parte nella capitale, Berlino. Parliamo quindi di paesi dove la presenza delle donne velate è una realtà massiccia quotidiana ovunque: per strada, in metropolitana, nei negozi, nei luoghi di lavoro. E proprio in Germania, la questione del velo (o foulard) ha avuto come protagoniste delle insegnanti che hanno reclamato la loro libertà di indossarlo nella scuola pubblica, donne quindi consapevoli, culturalmente emancipate, non necessariamente “integraliste” nella loro concezione della vita e della religiosità. Dal Parlamento europeo, il deputato verde Daniel Cohn-Bendit, un mito per la generazione del ’68 – Maggio francese, barricate – prende paternalisticamente posizione a favore di quelle donne che vogliono essere libere di scegliere, perché – dice in una recente intervista – così le si aiuta meglio a emanciparsi, evitando di ghettizzarle in scuole confessionali una volta espulse dalla scuola pubblica se non accettano le nuove norme, e comunque per prevenire l’irrigidimento dei contrasti interculturali.

Dal Cairo, l’imam Mohammed Sayed Tantawi dell’università al Azhar, il più importante centro di studi teologici dell’Islam sunnita, afferma invece una versione pragmatica del cuius regio eius et religio sostenendo che l’obbligo del velo per le donne vale nei paesi confessionalmente islamici, ma che negli stati laici va rispettata la legge comune e le donne che non portano il velo non devono temere di violare gli obblighi imposti dalla religione.

Discutibile è comunque, anche dal punto di vista interno alla religiosità musulmana, l’idea che questo obbligo sia stato sempre valido: proprio nel contesto urbano dell’Egitto, per esempio, le donne nel Novecento hanno ripreso a indossare il velo negli anni ’70, in quel movimento di “rinascita” islamica che contempla un complesso intreccio tra autorappresentazione, codice vestimentario e codice morale. In Iran, il velo prese piede con la rivoluzione khomeinista. Ma in questi e in altri paesi musulmani, il velo non esclude le donne dalle professioni più emancipate, dal seguire la moda, dal truccarsi. E in molta parte della composita cultura islamica è ben presente la consapevolezza che il Corano non impone il velo islamico come obbligo divino, ma afferma invece in termini generali che donne e uomini devono vestire con modestia senza attirare l’attenzione degli altri.

Nelle boutique di lusso del Cairo o di Abu Dhabi, compaiono i veli griffati. Nel cuore d’Europa – a Parigi o a Berlino – le ragazze indossano i loro foulard cambiando ogni giorno colori e fantasie, accoppiandoli allo stile dell’abito e avvolgendoseli addosso secondo l’estro e le mode di strada da loro stesse inventate. Ha senso allora ripetere che si tratta di un segno di sottomissione? Ha senso, in un universo di valori entro cui vengono considerati invece segni di emancipazione la lingerie leopardata o sadomaso e la lap-dance, il reggiseno push-up e le iniezioni di silicone per le labbra? Non sono gli indumenti o i segni in sé ad essere emancipatori o fustigatori, ma i discorsi entro cui questi oggetti e segni assumono valore. E oggi il modo migliore per essere “dentro” la verità svelata di quel velo per evitare, come donne di ogni cultura, di essere ri-velate cioè velate due volte, è provare a tradurne i sensi in linguaggi nuovi, molto distanti da quelli che hanno il sapore dell’obbligo o del divieto.