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Sotto quel velo quale verità si nasconderà?di Patrizia Calefato (pubblicato in "La Gazzetta del Mezzogiorno" dell'11-2-2004) Intellettuali
impegnati e femministe storiche hanno accolto con favore questo divieto, in virtù
del fatto che il velo viene considerato un segno di sottomissione femminile e di
cancellazione della fisicità della donna, attraverso l’occultamento di parti
del corpo come i capelli, e nel caso delle donne munaqqaba
(col volto coperto), anche del viso. Di contro, le strade di Parigi si sono
riempite lo scorso 17 gennaio di manifestanti musulmane che insieme a molti
uomini rivendicavano la loro “libertà” di scelta riguardo al velo. Dalla
Francia di Chirac - dove solo alcuni giorni fa è stato raggiunto un accordo
parlamentare relativo al fatto che comunque la legge verrà riconsiderata e
verificata nei suoi effetti quando sarà passato un anno dalla sua approvazione
- la questione del velo rimbalza in tutta Europa. In Germania sono in
discussione leggi anti-velo nei due Länder
della Baviera e del Baden Wüttenberg; in Belgio due ministri liberali si
sono pronunciati per una legge analoga. E parliamo di paesi in cui la presenza
di musulmani è molto alta, se pensiamo ad esempio che in Germania su 7 milioni
di stranieri ben 3,5 sono musulmani, di cui oltre 2 milioni turchi concentrati
in gran parte nella capitale, Berlino. Parliamo quindi di paesi dove la presenza
delle donne velate è una realtà massiccia quotidiana ovunque: per strada, in
metropolitana, nei negozi, nei luoghi di lavoro. E proprio in Germania, la
questione del velo (o foulard) ha
avuto come protagoniste delle insegnanti che hanno reclamato la loro libertà di
indossarlo nella scuola pubblica, donne quindi consapevoli, culturalmente
emancipate, non necessariamente “integraliste” nella loro concezione della
vita e della religiosità. Dal Parlamento europeo, il deputato verde Daniel
Cohn-Bendit, un mito per la generazione del ’68 – Maggio francese, barricate
– prende paternalisticamente posizione a favore di quelle donne che vogliono
essere libere di scegliere, perché – dice in una recente intervista – così
le si aiuta meglio a emanciparsi, evitando di ghettizzarle in scuole
confessionali una volta espulse dalla scuola pubblica se non accettano le nuove
norme, e comunque per prevenire l’irrigidimento dei contrasti interculturali. Dal
Cairo, l’imam
Mohammed Sayed Tantawi dell’università al Azhar, il più importante centro di
studi teologici dell’Islam sunnita, afferma invece una versione pragmatica del
cuius
regio eius et religio
sostenendo che l’obbligo del velo per le donne vale nei paesi
confessionalmente islamici, ma che negli stati laici va rispettata la legge
comune e le donne che non portano il velo non devono temere di violare gli
obblighi imposti dalla religione. Discutibile
è comunque, anche dal punto di vista interno alla religiosità musulmana,
l’idea che questo obbligo sia stato sempre valido: proprio nel contesto urbano
dell’Egitto, per esempio, le donne nel Novecento hanno ripreso a indossare il
velo negli anni ’70, in quel movimento di “rinascita” islamica che
contempla un complesso intreccio tra autorappresentazione, codice vestimentario
e codice morale. In Iran, il velo prese piede con la rivoluzione khomeinista. Ma
in questi e in altri paesi musulmani, il velo non esclude le donne dalle
professioni più emancipate, dal seguire la moda, dal truccarsi. E in molta
parte della composita cultura islamica è ben presente la consapevolezza che
il Corano non impone il velo
islamico
come obbligo divino, ma afferma invece in termini generali che donne e uomini
devono vestire con modestia senza attirare l’attenzione degli altri. Nelle
boutique di lusso del Cairo o di Abu Dhabi, compaiono i veli griffati. Nel cuore
d’Europa – a Parigi o a Berlino – le ragazze indossano i loro foulard
cambiando ogni giorno colori e fantasie, accoppiandoli allo stile dell’abito e
avvolgendoseli addosso secondo l’estro e le mode di strada da loro stesse
inventate. Ha senso allora ripetere che si tratta di un segno di sottomissione?
Ha senso, in un universo di valori entro cui vengono considerati invece segni di
emancipazione la lingerie leopardata
o sadomaso e la lap-dance, il
reggiseno push-up e le iniezioni di
silicone per le labbra? Non sono gli indumenti o i segni in sé ad essere
emancipatori o fustigatori, ma i discorsi entro cui questi oggetti e segni
assumono valore. E oggi il modo migliore per essere “dentro” la verità
svelata di quel velo per evitare, come donne di ogni cultura, di essere
ri-velate cioè velate due volte, è provare a tradurne i sensi in linguaggi
nuovi, molto distanti da quelli che hanno il sapore dell’obbligo o del
divieto.
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