|
Tatuaggio
|
|
|
Patrizia Calefato / Carnet / Tatuaggio
Patrizia Calefato – Rubrica moda: Tatuaggio delebile (Carnet agosto 2003)Un complesso intrico lega nella postmodernità la “strada”, come luogo sia fisico che metaforico, ed il corpo, quale incarnazione e performance sempre rinnovabile di figure, desideri e identità giocate tra l’imitazione di stereotipi e l’invenzione di segni eccentrici. In questo intrico prende forma quella che chiamiamo “moda” in modo forse ormai improprio, viste le commistioni che agiscono tra il sistema e le sue eccedenze, tra l’indumento e l’accessorio, tra capitali e periferie. Non può più spiegarsi in altra maniera il senso di quelle mode orribilmente definite come “etniche” (come se un aggettivo possa semplificare il ragionamento sempre necessario sui vincoli, le rimozioni, le colpe e le presunte purificazioni che accompagnano l’incontro tra culture quando la storia è segnata da rapporti di dominio e di esclusione), quelle “mode”, insomma, che “scrivono” addosso ai corpi racconti che spezzano, o almeno ci tentano, la serialità della moda-merce. ‘Scrivono’ è proprio il termine giusto quando è in questione la scrittura sulla pelle, come nel tatuaggio, che è da sempre nel mondo una pratica culturale dai significati sociali profondi, e che diventò alcuni anni fa una vera e propria moda “occidentale” dal senso contorto e fluttuante: poco moda perché permanente e non effimera, poco “occidentale” in quanto abietta, “contaminante” e oscura nelle simbologie che include. Impegnativa, nel tempo eterno a cui la sua indelebilità consegna. Nella moda “di strada” degli ultimi mesi, i segni delebili dei tatuaggi fatti con l’henne sostituiscono invece questo senso di incancellabilità dell’esperienza. E’ una moda di spiaggia, contenuta nelle pesanti borse dei disegnatori ambulanti asiatici al lavoro sulle carni al sole; una moda già anni fa rimbalzata sulla scena mediatica attraverso Madonna; una moda d’occasione, che rivisita tradizioni antiche; una moda che è traccia timida del multiculturalismo imperfetto del nostro tempo che ha ancora da imparare il senso profondo dell’altro. Un tatuaggio delebile dura alcune settimane, non vincola e non “deturpa”, anzi, è sicuramente più apprezzabile e comunicabile nel suo valore estetico, quello che lo motiva come pratica decorativa molto diffusa in aree geografiche e culturali vastissime e anche molto diverse tra loro, dal Nord Africa all’India, attraverso religioni e tradizioni che vanno dalla musulmana all’ebraica all’induista. Come un anello arabescato tra le dita, una cavigliera che si sfrangia sul dorso del piede, un bracciale sottile al di sopra del gomito, i colori caratteristici dell’henne – dal rosso al caffè al nero all’ocra – scrivono il corpo in una carezza non invasiva e lo invitano a una danza intuitiva, che pur oggi invade le discoteche sulla spiaggia e il “mordi e fuggi” della provvisorietà incostante del consumo. Boxino 1 Tatuaggio delebileMehndi
è il nome indiano che indica l’arte di dipingere il corpo con l’henne. Le
origini di quest’arte vengono ugualmente attribuite a finalità estetiche e
rituali da una parte, pratiche dall’altra. La pianta dell’henne, infatti, il
cui nome botanico è Lawsonia inermis,
oltre ad avere le ben note proprietà di colorante, riesce anche a mantenere
fresche le zone del corpo che ne vengono ricoperte. Sembrerebbe allora che le
popolazioni dei deserti dell’India e delle zone più torride del Medio
oriente, abbiano originariamente utilizzato la decorazione delle mani e dei
piedi anche per resistere alle più alte temperature. Boxino 2 tatuaggio delebileIl
tatuaggio delebile permette pentimenti: bastano alcune settimane e l’opera, più
o meno abile e dettagliata, del pennello o del bastoncino sulla pelle, sarà
sfumata, decomposta e infine sparita. Il tatuaggio tradizionale, invece, come
ogni modificazione permanente, resta per sempre (a meno di ricorrere al laser) a
segnare l’esperienza del corpo, i passaggi e le metamorfosi da cui non si può
tornare indietro. Oggi è spesso l’arte delle donne a riflettere
sull’incrocio tra estetica, politica e sessualità che la scrittura del corpo
rende visibile. Il senso che la studiosa e artista del corpo Betti Marenko
attribuisce al tatuaggio è la possibilità paradossale di fare come i serpenti
che cambiano pelle, in una trasformazione dolorosa dal valore iniziatico e di
contaminazione della cultura con la natura. Nelle fotografie della raccolta
“Women of Allah” di Shirin Neshat, invece, la scrittura sulla pelle
riproduce in calligrafia farsi versi d’amore di poetesse iraniane.
|