|
Striptease
|
|
|
Striptease (da La Gazzetta del Mezzogiorno del 12/11/2006)
Siamo nel Che genere
di spettacolo è lo striptease? Sette coreografi contemporanei, i belgi Alain
Platel, Eric De Volder e Wim Vandekeybus, le italiane Caterina Sagna e Claudia
Triozzi, La storia novecentesca dello striptease è però molto varia perché a sua volta esso è entrato a far parte di generi diversi dello spettacolo, a cominciare dal vaudeville, il “varietà” in auge in Francia e negli Stati Uniti tra Ottocento e Novecento. In America fu una grossa sfida al puritanesimo imperante quella che con i loro striptease lanciarono Anna Held, moglie di Florenz Ziegfield (quello delle Ziegfield Folies), Mae Dix, e soprattutto una tra le più celebri e colte tra le stripteaseuses di ogni tempo: Gipsy Rose Lee. Con lei, a partire dagli anni ’30, lo spogliarello entrò nel genere del burlesque, una sorta di evoluzione del vaudeville che ebbe successo fino al secondo dopoguerra creando un divismo e un’aura tutta particolare di cui fu espressione negli anni ’50 la divina Bettie Page (vedi box). In Italia, la storia dello spogliarello è quella dei “caffé concerto” della Belle Epoque dove veniva sceneggiata la celebre canzone napoletana ‘A cammessella composta addirittura nel 1875: il rituale della canzone prevedeva che - dal mantesìno (il grembiule) al curzetto (corsetto) - la soubrette si levasse a poco a poco tutto di dosso su invito del cantante – il fortunato Ciccillo cuntento... In contesti come questi siamo ben lontani dalla “freddezza” delle professioniste francesi. Nell’Italia fascista nacque invece l’avanspettacolo come genere di intrattenimento popolare nel quale – a causa della censura e della condizione molto vicina alla fame che vivevano gli attori - vennero forgiati numerosi doppi sensi a sfondo sia sessuale che politico: nessuno striptease propriamente detto però, malgrado l’abbondare di ballerine e di gambe nude. Non bisogna infatti confondere il fatto che le artiste vestissero abiti succinti con lo striptease, che prevede invece il raggiungimento della nudità totale o parziale con lentezza e “scientificità”. In Europa il momento d’oro dello striptease fu tra gli anni ‘50 e i ’70: furono gli anni di Rita Renoir, diva parigina di quest’arte; gli anni dei night club; gli anni in cui il cinema italiano si appropriò, con inserti e citazioni, di questa pratica. Lo spogliarello improvvisato da Aiché Nana al Rugantino di Roma nel 1953 generò scandalo nella cattolica Italia che pure ospitava la dolce vita: sette anni dopo, nel film intitolato appunto La dolce vita, Fellini introdusse lo spogliarello di una ragazza durante una festa, inscenato più per noia che per esibizionismo. Fu invece con grande destrezza e ironia che Sophia Loren si esibì nel celebre striptease davanti a Marcello Mastroianni nel film Ieri, oggi, domani di De Sica (1963). Scena che oltre trent’anni dopo, in Prêt à Porter di Robert Altman, Loren e Mastroianni riproposero con raddoppiata e malinconica ironia. E poi, cosa è successo allo striptease? Ebbri di lingerie in seta e di spot pubblicitari, fino a qualche anno fa avevamo in testa lo strip yuppy di Kim Basinger in Nove settimane e mezzo¸ sulle note di un Joe Cocker diventato per eccellenza la colonna sonora di tutti gli strip di tutte le casalinghe del mondo. Sì, perché negli anni ’80 lo striptease diventò, presso palestre e scuole di danza, tema di corsi per signore in crisi di autostima erotica o per giovani donne in carriera in cerca di emozioni. Rosa Fumetto, grande e splendida professionista del Crazy Horse dal ’68 al ’79, venne nell’83 a fare televisione in Italia con un Il cappello sulle 23 tutto da dimenticare. Un panzuto e unto signore, che oggi si guadagna da vivere con i VIP e i loro voyeur in Costa Smeralda, lanciò in quello stesso periodo nella TV italiana un altro show tutto da dimenticare (invece pare che su qualche canale prosegua) intitolato Colpo grosso dove i concorrenti si spogliavano man mano che sbagliavano le risposte a certi quiz. Lo striptease ha insomma avuto vita grama, coniugato con la lapdance nei locali equivoci di tutto il mondo dove evoca dollari infilati nel perizoma e dove il tabù del non poter toccare la stripteaseuse viene programmaticamente infranto. E’ poi nato lo strip maschile, con i pettoruti Chippendale e i loro epigoni depilati che hanno creato una nuova discutibile forma di intrattenimento femminile per feste dell’8 marzo o di addio al nubilato. E’ stato
il cinema, con il geniale The Full Monty,
del Sembrerebbe oggi non esserci più posto per l’autentico striptease che è soprattutto un’arte basata sull’attesa, sul rinvio, sulla lentezza. I nudi soprattutto femminili, ma anche maschili, già “bell’e pronti” che affollano i cartelloni pubblicitari e gli studi televisivi reclamano un “tutto e subito” privo di quell’attenzione al particolare e alla sfumatura che caratterizza la filosofia dello striptease, il cui nocciolo non è la nudità finale, ma la messa in scena del denudamento. L’arte – nello specifico la coreografia che è etimologicamente “scrittura della danza” – può recuperare allo striptease un posto oltre la trivialità mediatica, pur nella consapevolezza che nulla può mai essere immutabile.
Box 1 striptease “Striptease” è parola internazionale che mette insieme i termini inglesi per “svestirsi” (to strip) e “stuzzicare” (to tease). La parola italiana “spogliarello” non ha esattamente la stessa valenza legata a una professione, a un’arte: è infatti un diminutivo elaborato su “spogliarsi”, e ha una sorta di connotazione da miss di serie C, da spettacolo di piccolo cabotaggio. In questa sfumatura vive però la parentela dello striptease con il vaudeville, il burlesque e con tutto l’universo del trash, compreso il cinema porno-soft alla Russ Meyer, tutte forme di spettacolo considerate “minori”. Box 2 autoreggenti Il sito www.sock-dreams.com è un vero paradiso delle calze. Ne contiene di ogni tipo, materiale, colore o fantasia, disponibile per la vendita online. Allo stesso tempo è una specie di enciclopedia in cui apprendiamo anche i nomi, nella lingua franca inglese, di varietà infinite: dal pantyhose, i collant; alle knee highs, le “parigine” lunghe poco sopra il ginocchio; alle tabi socks, le antichissime calze giapponesi con l’alluce separato; alle thigh highs, le nostre autoreggenti. Curiosità deliziosa per le giovanissime: le loose socks, le calze in maglia che danno volutamente l’idea di venire perse costantemente e che si portano spesso una più tesa e l’altra più arrotolata verso la caviglia. |