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Sovrapposizioni
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Patrizia Calefato / Carnet / Sovrapposizioni
Patrizia Calefato – Rubrica moda: Sovrapposizioni (Carnet settembre 2003)La “strada” ha sempre irriso il total look: quanto più le sagome bon ton tutte d’un pezzo hanno nelle passate stagioni delle passerelle esaltato l’uniformità, l’accostamento classico di colori, insomma una sintassi piana e senza contrasti tra i componenti del vestiario - dall’abito all’accessorio - tanto più invece l’inventiva quotidiana delle giovani generazioni (o presunte tali) ha goduto nel giustapporre e sovrapporre indumenti dalle funzioni diverse. Gonne di varia misura indossate sui pantaloni, fuseaux che fuoriescono enfaticamente dalla cintura dei jeans, calzettoni a tinte accese o a righe che ricoprono i collant e sbucano sotto stivali e scarponi, cinture che si allargano fino a trasformarsi in microgonne: in una sorta di operazione straniante e surrealista, le unità minime del vestiario di strada sono state manipolate negli ultimi anni come le parole di un testo poetico in sperimentazione continua, o come i suoni di uno spartito musicale generato da una macchina digitale “intelligente”. Queste indicazioni vengono riprese per la prossima stagione autunnale e invernale in varie collezioni, da Dolce&Gabbana, a Romeo Gigli, a Jean-Paul Gaultier, e non solo. Gonne sopra il ginocchio portate sopra pantaloni a sigaretta; confusione consapevole e spiazzante tra calze e stivaloni sopra il ginocchio; shorts indossati sopra collant colorati. E anche per gli uomini, per esempio, pezzi d’intimo colorato che sbucano dai pantaloni a vita bassa, come in certi modelli di Missoni o di Dolce & Gabbana. Negli anni ’60 Barthes scriveva che l’uso di vestiti improvvisati e indossati secondo un ordine casuale - così come le dimensioni individuali di un vestito, il suo grado di usura, disordine o sporcizia, le carenze parziali di indumenti, le carenze d’uso (bottoni non allineati, maniche non infilate, ecc.) - non possono definirsi fenomeni di costume, non sono cioè dei fatti socialmente elaborati entro un sistema. Essi costituiscono invece, scriveva, elementi individuali, accidentali, fenomeni tutt’al più definibili di “abbigliamento”. Da linguista affezionato alla sistematicità dei segni, Barthes riconosceva a quel tempo la consistenza di un “costume” e dunque anche di una “moda” solamente entro una sintassi regolata per cui, ad esempio, una gonna si oppone ed esclude sempre un paio di pantaloni, così come in una lingua l’uso di certi fonemi ne esclude necessariamente altri. Sappiamo
bene quanto le mode siano andate oltre queste rigidità, un po’ inventando un
po’ decomponendo, spesso azzardando, a volte facendo diventare l’azzardo
consuetudine. Se un paio di stivali si trasforma in un paio di calze, si
infrange l’uso, non la funzione (quella di ricoprire le gambe), ma è
l’infrazione che genera senso, che genera “moda” intesa come
“smisuratezza”, lusso dei segni. Boxino 1 sovrapposizioniNella storia occidentale del costume, le prime gonne indossate da una donna sopra i pantaloni, o meglio, i primi pantaloni sotto una gonna, furono, intorno al 1851, quelli di Amelia Bloomer, conosciuti appunto con il nome di bloomers dalla loro divulgatrice, attivista americana del Movimento per i diritti civili alle donne, che introdusse i pantaloni nell’uso comune di molte sue compagne di battaglia. Portati sotto gonne corte, razionali e alternativi rispetto alle ingombranti crinoline e ai sottogonna della moda femminile del tempo, i pantaloni davano l’impressione di usurpare sul corpo i privilegi degli uomini, come se fossero uno strumento di lotta dell’appena nato movimento per i diritti delle donne. Boxino 2 sovrapposizioniTra
le “infrazioni” ai codici sistematici da parte della lingua della moda, la
sovrapposizione delle calzature non sembra avere ancora trovato molti adepti.
Eppure qualche tempo fa fu la Nike a proporre scarpe da basket che potevano
all’uopo essere tolte lasciando posto a calzari più comodi e riposanti
contenuti al loro interno. Così, tra i ricordi old-fashioned
che sarebbe interessante vedere riproposti oggi in versioni graffianti, vi sono
le classiche calosce ancora in uso fino agli anni ’60, che proteggevano le
scarpe dalla pioggia al tempo in cui gli stivali erano solo quelli degli
eserciti e le scarpe possedute erano solo un paio a stagione.
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