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Sociosemiotica
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Sociosemiotica di Patrizia Calefato (testo di studio per gli
studenti del Master in Sudi culturali, comunicazione e cultura visuale) Con l’espressione
“sociosemiotica” intendiamo riferirci a un campo d’indagine che ha al suo
centro il segno, o per meglio dire, più estesamente, i sistemi segnici, verbali
e non verbali, che costituiscono “il sociale”, articolati in processi
concreti di produzione di senso. Come scrive Rossi-Landi: […] tutte le operazioni della pratica sociale, nella loro stessa
essenza, sono operazioni segniche (Rossi-Landi
1972, p. 306). E ancora: E’ di sistemi segnici che
bisogna parlare, non di linguaggio soltanto. La questione della posizione del
linguaggio nella riproduzione sociale risulta essere quella della posizione del
linguaggio fra gli altri sistemi segnici, e in questa va costantemente tradotta
(Rossi-Landi 1985, p. 239). La riproduzione sociale è,
sempre sulla base dell’elaborazione teorica rossilandiana (v. pp. 27-84),
“l’insieme di tutti i processi per mezzo dei quali una comunità o società
sopravvive, accrescendosi o almeno continuando ad esistere” (p. 238). I tre
momenti in cui essa si articola sono: la produzione, lo scambio e il consumo. I
sistemi segnici agiscono da motori della riproduzione sociale e allo stesso
tempo vengono prodotti, scambiati e consumati in questa. Il concetto di
“sistema segnico” contiene in sé l’elemento della trasformazione avvenuta
di un “corpo”, cioè di qualcosa di residuale rispetto alla semiosi, in
“segno” (pp. 137-166). Il segno, e più precisamente i sistemi segnici, sono dunque i concetti base su cui si fonda una sociolinguistica intesa come sociosemiotica. Al centro della riflessione sociosemiotica di Rossi-Landi si pone la tematica della produzione del senso nel sociale: questa riflessione si caratterizza, come già si è detto in riferimento a Schaff, come critica, e qui per definire questa parola dobbiamo ricorrere alla sua duplice valenza filosofica, vale a dire critica come esame delle condizioni di possibilità del senso e come puntuale svelamento del carattere ideologico di ogni manifestazione del senso nella società. L’approccio sociosemiotico critico muove dalla consapevolezza che la programmazione comunicativa e l’organizzazione sociale sembrano avere omologato i bisogni umani, intendendo per “omologazione” l’appiattimento e la deformazione dell’umano a favore della ripetizione inconsapevole di programmi della comunicazione e comportamenti alienati. Grossa parte della ricerca di Rossi-Landi riguarda la stessa ambivalenza di quello che lui chiamava il “parlare comune”, cioè la condizione comune di possibilità delle lingue naturali, data la permanenza e la riproduzione al suo interno del senso comune, dello stereotipo come suo punto limite, e di tutte le connotazioni ideologiche che sopravvivono nel linguaggio quali frutti di una programmazione sociale oppressiva e alienante. La sociosemiotica attinge
attualmente a diversi filoni teorici, collocabili in parallelo nell’ambito
della semiotica generale e della sociologia della comunicazione, ma che
investono anche settori come i Cultural studies di matrice anglosassone,
l’etnografia della vita quotidiana, l’analisi mass mediologica, gli studi
visuali. In ambito più propriamente semiotico, possono dirsi “padri” in
pectore della ricerca sociosemiotica autori come Roland Barthes (per lo studio
sulle mitologie contemporanee), Ferruccio Rossi-Landi (per l’analisi della
riproduzione sociale), Algirdas J. Greimas (che battezza la sua come
“sociosemiotica discorsiva”), Jurij Lotman (per l’analisi della cultura
come testo sociale). “Scuole” o comunque tentativi aperti di collocare anche
istituzionalmente questa disciplina possono essere attualmente rinvenute, tra
altre in contesto europeo, nel gruppo parigino coordinato da Eric Landowski (di
impostazione greimasiana); nell’Institute for Sociosemiotic Studies di Vienna
coordinato da Jeff Bernard e Gloria Withalm; in una crescente attività di
ricerca di alcuni studiosi italiani (Fabbri, Marrone, Pezzini, Pozzato, Ferraro
e altri), che muovono sia dalle basi che allo studio del senso nella società
sono state fornite dai lavori di Umberto Eco degli anni ‘60, sia dalle
categorie dello strutturalismo semiotico novecentesco. Consideriamo ora le linee
fondamentali della semiotica discorsiva e della semiotica sociale (v. Bernard
1995; v. Calefato 1997, 20023, pp. 18-22). Le basi della prima sono
state sviluppate da Algirdas Julien Greimas (1976), per il quale la nozione di
“discorso”, inteso sia come entità linguistica che come costrizione
socioculturale (v. Marrone 2001, pp. XXV), interpreta il fatto che una società
esiste solo in funzione del senso che gli individui e i gruppi che la compongono
le attribuiscono. Nell’impostazione greimasiana, il senso è sotteso da due
principi organizzatori fondamentali: la narratività e la figuralità.
L’“oggetto semiotico” si genera in base a “universali narrativi”, cioè
categorie e modalità stabili di funzionamento, che riprendono sostanzialmente
le figure della narrazione isolate da Propp nelle fiabe di magia, da un lato, e
le relazioni tassonomiche di derivazione aristotelica - contrarietà,
sub-contrarietà, contraddittorietà, complementarità, espresse nel “quadrato
semiotico” -, dall’altro. Il concetto di “linguaggio
come semiotica sociale” elaborato da Halliday (1978) rappresenta invece il
punto di passaggio tra la sociolinguistica di area anglosassone (soprattutto
Basil Bernstein) e la sociosemiotica in generale. Il linguaggio viene assunto
eminentemente come linguaggio verbale, e quindi considerato nel suo ruolo
fondamentale nel processo di socializzazione, di trasmissione della cultura e
del sistema sociale tout court.
Secondo Halliday, la lingua, organizzata secondo una struttura grammaticale,
contiene in sé un potenziale semantico, cioè realizza ciò che il parlante può
significare, può fare, il suo potenziale comportamentale situato fuori della
lingua stessa. Tra sistema grammaticale e sistema semantico si stabilisce così
un rapporto di dipendenza nel senso che il primo struttura il secondo, la lingua
produce significati sociali, contesti, situazioni. Nozioni fondamentali che
discendono da questa impostazione sono quelle di varietà linguistica, registro,
dialetto, considerate non dal punto di vista empirico, cioè come semplici
“registrazioni” di eventi della lingua, bensì come contesti di situazione
che vengono organizzati e significati complessivamente dal linguaggio. L’eredità sociosemiotica di
Halliday viene attualmente sviluppata, soprattutto in ambito di teoria della
comunicazione, da Gunter Kress, autore insieme a Robert Hodge del volume Social Semiotics¸ nel quale la semiotica sociale si
integra con consapevolezze critiche mutuate soprattutto dal marxismo e da
Foucault. Kress e Hodge propongono la nozione di “sistemi logonomici”,
intesi come A
set of rules prescribing the conditions for production and reception of meanings
(Hodge e Kress 1988, p. 4). I sistemi logonomici
prescrivono chi nella società è chiamato a produrre e chi a ricevere i
significati sociali, in modo tale che è possibile distinguere tra “regimi di
produzione” e “regimi di ricezione” (ib.). Si tratta di uno sviluppo
interessante e originale della concezione foucaultiana dell’ordine del
discorso, adeguata ai regimi comunicativi mass-mediatici della nostra epoca. Possiamo a questo punto
proporre un confronto incrociato tra gli ambiti concettuali che scaturiscono
dalle nozioni di sistema segnico, discorso, potenziale semantico, sistemi
logonomici. Tutti questi ambiti, infatti, riguardano una estensione della
dimensione “linguistica” dalla lingua alla significazione e significatività.
Usiamo questi due ultimi concetti nel senso di Charles Morris (1964), cioè
accostando ai segni i valori, la direzionalità assiologica dei significati
sociali. Come i sistemi segnici strutturano tali valori? Come i discorsi sociali
orientano i comportamenti, i pregiudizi, i sottintesi del linguaggio? Quale
potenziale semantico si “scatena” entro una riproduzione sociale che è oggi
fondamentalmente comunicazione regolata da sistemi logonomici alienanti? Appare oggi possibile la
proposta di una sociosemiotica che tenga conto, in modo non scolastico e
schematico, ma aperto e libero, della complessità degli approcci qui esposti,
che presentano tutti intuizioni valide per la teoria e per la prassi,
soprattutto nel contesto dello sviluppo sempre più esplicito della dimensione
segnica del sociale, sotto la forma della comunicazione sociale generalizzata e
planetaria caratteristica della nostra epoca. Doveroso e produttivo è a
questo proposito il riferimento a un altro autore i cui lavori possiamo oggi in
molti sensi considerare dei punti di riferimento essenziali per una fondazione
semiotica dell’analisi socio-linguistica: Roland Barthes, soprattutto il
Barthes critico dell’ideologia e dei miti contemporanei. Anche Barthes,
infatti, ebbe il merito di introdurre nell’orizzonte della semiologia (usiamo
questo termine in contesto francofono riferendoci almeno fino ai primi anni
‘70) l’approccio critico, avendo “sezionato” la potenza ideologica
ambivalente dei sistemi segnici in cui si organizzano il senso comune, gli
stereotipi, la mitologia del nostro presente. Barthes sosteneva, certo
provocatoriamente e in posizione di sfida, che non c’è senso che non sia
nominato, “parlato” dalla lingua, e che è la linguistica che comprende la
semiologia, al contrario di quanto aveva affermato de Saussure (Barthes 1957;
1964a, pp. 3-5). Rossi-Landi, invece, ha sempre obiettato a Barthes che non è
il linguaggio verbale il solo grande “contenitore” del senso, perché esso
stesso, inteso come “lingua” più “parlare comune”, è “parlato”
dalle strutture linguistiche alienanti (Rossi-Landi 1972, 1994, pp. 11-12). Il
primato della linguistica, pertanto, può essere una sfida, come è sempre stato
in Barthes, ma può anche essere condizionato dalla situazione di alienazione
che permane nella sfera del linguaggio. In un suo saggio del 1970, La linguistique du discours, Roland Barthes introduce il concetto di
“linguistica del discorso”, o “translinguistica” (Barthes 1998, pp.
191). A differenza della linguistica in senso stretto, che ha come suo oggetto
il testo, la translinguistica ha come suo oggetto il discorso (p. 192).
Entrambe, dice Barthes, si esercitano su un’unica sostanza, quella del
linguaggio articolato; ma mentre il testo ha finalità di pura comunicazione, il
discorso si diversifica secondo finalità ulteriori. Barthes propone la seguente
definizione di “discorso”: Ogni estensione finita di
parola, unitaria dal punto di vista del contenuto, emessa e strutturata per
scopi secondari di comunicazione, culturalizzata attraverso fattori diversi da
quelli della lingua (ib.). La linguistica porrebbe, come
voleva Benveniste (1966), la frase
quale suo limite superiore, quale “cerniera tra testo e discorso” (Barthes
1998, p. 193); invece il territorio della translinguistica si situerebbe “al
di là della frase”. Se, scrive Barthes sempre seguendo la formulazione di
Benveniste, e più in generale il procedimento tipico dell’analisi
strutturale, il senso si acquista quando una unità di un livello è inserita
tra le unità di un livello immediatamente superiore (ib.), e se la frase è
“l’ultimo livello di integrazione linguistica e il primo livello di
integrazione translinguistica” (p. 194), è sulla prassi sociale che il
discorso va ad articolarsi e ad acquisire il suo senso e la sua “referenza”
(pp. 194-195). In questa prospettiva, compito della translinguistica sarebbe
quello di “codificare la referenza”, ponendo sempre in primo piano le
nozioni di “contesto” e di “situazione” (p. 196). Barthes elabora queste
riflessioni nella fase di piena maturità del suo “sistema” (v. Marrone
1994): la sua “provocazione”, contenuta nei precedenti Elementi
di semiologia, a favore di una
linguistica che comprenda la semiologia rovesciando la concezione saussuriana (Barthes
1964a), si chiarisce in queste righe come scelta metodologica per una scienza
che abbia come suo oggetto ogni sistema e processo modellato sul linguaggio
articolato nel quale “i segni successivi predominano di molto rispetto ai
segni simultanei” (Barthes 1998, p. 191). La successione, la linearità, la
fondamentale “irreversibilità del messaggio” (ib.) caratteristica dei sistemi translinguistici si apre così, al
di là della frase, a un immenso territorio, costituito dall’intero
universo delle “situazioni”, cioè da quella prassi sociale dove la lingua
si espone, per usare ancora le espressioni di Barthes, a “scopi secondari di
comunicazione” e a “fattori diversi” di culturalizzazione. In questo quadro, possiamo
intendere dunque la lingua come il prodotto dell’attività linguistica verbale
umana, articolato in un sistema e in un processo che danno vita alle varietà
infinite delle lingue naturali, e soggetto alla variazione della storia e degli
usi. Il discorso può essere visto invece come messa in atto del linguaggio,
prassi comunicativa in cui è fondamentale l’ancorarsi del sistema linguistico
ai parlanti e al “dove” il parlante si situa, a quali ruoli e gerarchie la
lingua produce, e in cui è altresì fondamentale, nell’ottica della
definizione precedentemente citata, l’innesto della dimensione verbale con
quei “fattori diversi” di cui parla Barthes. E’ possibile estendere la
nozione barthesiana di “linguistica del discorso” a quella di “linguistica
del discorso sociale”, laddove quest’ultimo venga inteso come l’insieme
delle pratiche sociali di linguaggio, e dove esso si apra alla molteplicità
delle lingue e dei linguaggi da cui la comunicazione sociale prende vita. In
questo senso, la lingua non può essere considerata a prescindere dai suoi
parlanti, cioè, più estesamente, dai suoi attori e dai suoi soggetti
“incarnati” nel mondo. Questa esigenza che si presenta ogni volta in cui si
evidenzino le articolazioni della lingua al discorso è la medesima esigenza da
cui è sorta la sociolinguistica come disciplina che si caratterizza, rispetto
alla linguistica generale, proprio per questa sua considerazione privilegiata
del rapporto tra la lingua e i suoi parlanti (v. Berruto 1995, p. 67). Tutte le ricerche più recenti ed attente in ambito sociolinguistico e sociosemiotico, inteso in senso ampio, considerano sia come la lingua modifichi i parlanti e venga a sua volta da questi modificata, sia come la stessa nozione di “parlante” considerato nel contesto attuale della comunicazione e in rapporto al ruolo dei media nell’epoca presente, si estenda, e non solo per metafora, ad ambiti che oltrepassano il livello del verbale e che mettono di questo anche in questione la definizione pura e semplice di “ambito fatto di parole” (v. per es. Simone 2000, pp. 29-49). Interessante a questo punto diventa la riflessione sulla natura articolata e lineare degli oggetti di questa linguistica, nel momento in cui determinati sistemi diversi dalla lingua, ma su cui la lingua si incunea, sono invece caratterizzati dalla “simultaneità”, tipica oggi ad esempio della comunicazione e dei linguaggi dei media digitali e informatici e del modello di conoscenza che essi veicolano. Riferimenti bibliografici Barthes,
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