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Shopping
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Malati di Shopping
Malati di shopping. Tutti come la bionda Carrie di Sex and the City, telefilm americano da tempo di culto anche in Italia, che si consola delle sue delusioni d’amore dirigendosi compulsivamente verso la boutique di scarpe-trampoli di Manolo Blahnik nel cuore di Manhattan per uscirne con un nuovo costosissimo acquisto? Oppure tutti come la sottoscritta, che ogni volta che entra in una profumeria ne uscirebbe carica di creme e cremine, smalti e profumi, se nella battaglia quotidiana tra il diavoletto e l’angioletto, consiglieri personali dietro le orecchie, non ne uscisse fortunatamente il più delle volte vincitore quest’ultimo? (E che dunque ripiega, più tranquillamente per il suo portafogli, in drogherie colorate dove ammiccano tentatori gli ammorbidenti dal colore pastello, i fazzoletti di carta odorosi di verbena, le buste della spazzatura rosa confetto...). Tendenze decisamente bulimiche, quelle accertate dai soliti psicologi americani in almeno 15 milioni di statunitensi, una buona percentuale dei quali – esattamente come nella bulimia alimentare – dopo avere “ingurgitato” acquisti perché comprare li fa sentire meglio, successivamente si pentono e vanno a restituire gli oggetti ai negozianti. Un gioco rischioso ma possibile in USA perché lì è prassi che il venditore accetti indietro la merce entro due settimane dall’acquisto senza fare domande e senza esigere che l’acquirente cambi l’oggetto restituito con un altro di egual valore. La psicologa April Lane Benson, autrice del libro I shop, therefore I am (Compro dunque sono), best seller acquistabile (non compulsivamente si spera) anche su Internet, analizza casi reali di questa malattia da shopping estremo e propone terapie di gruppo, personali e finanche farmacologiche per la cura. Malattia da ricchi? Niente affatto, anzi, i più colpiti sono proprio coloro che non possono proprio permettersi tutto ciò che comprano, proprio come a chi è bulimico l’ultima cosa che serve è una marea di cibi accatastati dentro lo stomaco. Il gioco è proprio quello di alternare euforia e mania quasi collezionistica nell’aggiungere pacchetti su pacchetti, a depressione, paura e rabbia una volta a casa, preludio alla decisione di ridare tutto indietro. Ora, a parte le patologie tanto americane da sembrare finte, proprio i giorni dei saldi come gli attuali testimoniano che la mania della corsa all’acquisto, accompagnata però dalla soddisfazione e dalla coscienza pulita per aver fatto un affare, coinvolge tutti. Lo dimostra anche il grande successo degli outlet nel settore della moda, anche se la selezione attenta qui è assolutamente necessaria, e non bastano scenari kitsch da finto paese delle fiabe per accontentare compratori accorti, perché a volte poi capita che il presunto affare si dimostri inconsistente. Spesso, per fortuna, non è così, specie se si seguono regole elementari di buon senso, nei saldi come negli outlet. Accade dunque che il piacere delle spese utili e convenienti, del consumo previdente – si compra a fine stagione ciò che servirà l’anno prossimo – accompagnato dal gusto di mescolarsi alla folla e di prendersi il lusso di una giornata consumistica, procura occasioni di incontro, di uso del tempo libero, di gratificazione. Occasioni in cui si coglie la possibilità di provare piacere anche solo nel guardare le vetrine, con il loro linguaggio fantasioso e oggi spesso molto colto. Per lo meno per chi non reagisca alle invasioni spesso barbariche delle strade del centro o dei centri commerciali in epoca di saldi con la voglia di fuggire in un monastero tibetano... Lo shopping è oggi un aspetto del lifestyle, termine inglese dal discutibile uso in italiano con cui le riviste “di tendenza” definiscono gli stili di vita urbani modellati su estetiche “totali” in virtù delle quali comprare non è semplicemente una pratica di consumo, ma un’attività culturale più complessa. Per esempio si scelgono abiti e accessori in base alla voglia di ricostruire determinate atmosfere, con l’illusione di non seguire pedissequamente una moda globale, ma di dare fisionomia, nel bricolage delle merci acquistate, a una propria personalità. Ed ecco allora i concept store, i negozi di cui in Italia sono stati antesignani di lusso a Milano “Corso Como” e lo “Spazio Armani”, dove libri, abiti, fiori, mobili, accessori per la casa, oggetti d’alta tecnologia e di design, esibiscono un fascino discreto e chi vi compra ha la convinzione di imparare qualcosa della vita e non banalmente di fare un buon acquisto (che sarebbe una “volgarità!”, come direbbe con accento parigino la Carla Bruni imitata da Fiorello). Certo, ironizziamo sul tenore snob e fintamente colto di alcuni di questi luoghi, fatto sta che in contesti diversi da quelli più patinati e glamour, e in situazioni in cui il fenomeno si accompagna a pratiche artistiche e di moda culturalmente genuine provenienti “dal basso” e magari da giovani generazioni in vena di sperimentazioni geniali, questo tipo di spazi può effettivamente essere un’esperienza di arricchimento del “capitale culturale” attraverso il consumo. Ecco così elencati i componenti degli scenari possibili, assolutamente realistici: librerie annesse a bar, e viceversa; parrucchieri che mescolano alle tinture e alle lacche sale da the, divani e angoli del vintage; atelier di artisti alle prime esperienze che mettono in mostra e in vendita, accanto ai quadri, le scarpe create da un giovane artigiano; boutique di abiti dove si alternano dj dai gusti fini; negozi di prodotti solidali che ospitano concerti e conferenze... Una bolla di sapone rispetto al solido negozio vecchio stile che però è da tempo in crisi d’identità? oppure un suggerimento per la ripresa di attività commerciali e di servizio il cui ruolo propulsore può essere enorme, soprattutto in contesti dove l’esigenza di valori come qualità, cultura e cura del rapporto umano è prioritaria per chi fa acquisti? Senza rigurgiti bulimici, in questo caso.
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