Serpica Naro

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Dal Manifesto del 7/3/2005

Io Serpica Naro la meta-stilista dell'immaginario


Inventare un logo, un identità, un passato, un book, un ufficio stampa, beffare la Camera della Moda. «Serpica Naro» racconta la sua miscela di marketing politico, cospirazione precaria e produzione collettiva


SERPICA NARO


Serpica Naro non esiste. Serpica Naro è uno degli specchi attraverso il quale si moltiplica il senso di San Precario, di cui Serpica è l'anagramma. La rivelazione - che sostituisce l'annunciata presentazione della immaginaria e immaginifica stilista anglonipponica che doveva stupire tutto il mondo della moda milanese - avviene direttamente sulla passerella della sfilata di autoproduzioni. In tre settimane un gruppo variopinto di centocinquanta precarie e precari sono riusciti a beffare la settimana della moda, circo da dieci miliardi di euro, fiore all'occhiello del circuito produttivo del capoluogo lombardo. Abbiamo inventato un logo, un identità, un passato, un book, svariate pubblicazioni, una sede, un ufficio stampa e abbiamo superato le verifiche della preparatissima commissione della Camera della Moda. Forze dell'ordine, giornalisti, e specialisti si sono accorti dell'incantesimo quando era ormai troppo tardi mentre sfilavano capo dopo capo, abiti e creazioni che rappresentavano la precarietà, e subito dopo pezzi di collezioni autoprodotte, che in Serpica hanno trovato un momento di incontro, di espressione e di cooperazione. «Pregnant Lady - Baby is more fashionable than a fox terrier! Il tuo stato di futura mamma è un piccolo segreto che è meglio nascondere, un piccolo, sporco segreto come quella illegale letterina di licenziamento che hai dovuto firmare? Niente di più comodo di una panciera nascosta. La tua intimità, il tuo essere visceralmente donna!» recitava a gran voce la speaker della sfilata, descrivendo uno dei capi griffati Serpica. Il modello - realizzato in un laboratorio dove ritagli di tessuto e relazioni si intrecciavano in una trama che nel «fare insieme» costruiva le basi per qualcosa che non si può esaurire nell'evento stesso ma che già prefigura percorsi possibili - è stato uno dei primi a sfilare sulla passerella milanese per mettere in risalto l'alta qualità del meccanismo di produzione collettiva.

Decine di persone che giorno per giorno vengono sfruttate dai circuiti della moda, della comunicazione e dello spettacolo, in ambiti nei quali l'atomizzazione dei rapporti e la «santa» competizione rivestono un ruolo cruciale, rendendo di fatto impossibile una tradizionale attività sindacale, sono riusciti a inventare nuovi modi per far convergere pratiche collettive di protesta e di conflitto all'altezza degli obiettivi che la condizione di precarietà e i nuovi percorsi si propongono. La condivisione delle competenze, la cooperazione, la costruzione di nuovi immaginari, uniti alla complicità diffusa che la disaffezione per l'impresa facilita, sono le armi determinanti che hanno fatto emergere le potenzialità della produzione sociale di cui i precari e le precarie, i creativi e le attiviste sono i veri protagonisti. Entrare nella Settimana della Moda non per esserne nota di colore o per chiederne asilo, ma per gridare a ritmato altissimo volume il proprio essere altro, l'essere capaci di mettere in campo un meccanismo diverso di produzione, di attingere alle proprie capacità di interpretare i meccanismi della comunicazione mainstream per costruire un'identità (immagine coordinata) forte abbastanza da attirare l'attenzione dei media e della commissione (cosa che i professionisti dell'immagine fanno ogni giorno per venderci l'ennesimo gadget inutile). Di fronte a tutto questo le alte sfere della Camera della Moda tacciono alla ricerca di un inesistente capro espiatorio. Tacciono i giornalisti di settore, e tace anche la digos che questa volta non può replicare se non con un «Complimenti» al colpaccio dei precari metropolitani. Dopo una prima tenue esternazione infatti, il direttore della Camera della Moda si è ben guardato dal fare ulteriori dichiarazioni, sperando che i riflettori si spengano e si riaccendano solo quando il sistema moda sarà in grado di gestirli adeguatamente. Serpica Naro però continua a essere fonte di entusiasmo e energia per tutti coloro che l'hanno incontrata sul proprio percorso, che ne hanno vissuto un frammento, che vi hanno contribuito. La scommessa è trasformare una saggia miscela di marketing politico e cospirazione precaria in un luogo di incontro e di elaborazione comune.

A partire dal testo scritto da Yo Mango e intitolato Free Softwear, l'idea è quella di riuscire a collegare precarietà e condivisione dei saperi in forma creativa. Il sito di Serpica Naro (http://www.serpicanaro.com) diventerà quindi un luogo dove le autoproduzioni, e le schegge di creatività che hanno dato vita a Serpica, potranno scambiarsi costantemente competenze e saperi. Come il software, anche il disegno di moda professionale utilizza un linguaggio codificato nei cartamodelli. E così stilisti e creativi, rendendo i cartamodelli utilizzabili e riproducibili da altri, possono liberare il proprio codice e mettere in comune il proprio lavoro: auto formazione, condivisione, produzione sociale saranno i tre cardini su cui si svilupperà il futuro virtuale di Serpica. Ma non solo: la cooperazione, la costruzione di immaginari muovono enormi energie che generano altre relazioni, altri immaginari, che sviluppano situazioni e si autoalimentano nel tempo (oggi Serpica Naro, domani chissà) e nello spazio. Sicuramente uno dei prossimi appuntamenti sarà la presentazione degli audio, delle foto e dei video che raccontano come è stata costruita l'azione di Serpica e cosa significa e ha significato. Le sorprese, ovviamente, non mancheranno.

Per chiudere con stile, e come si potrebbe chiudere altrimenti un articolo sul nostro «meta-brand» preferito, citiamo un breve brano dalla biografia ricca, per quanto immaginaria, di Serpica Naro: «La creatività non può avere etichette, così come le relazioni tra gli esseri umani. Cercare un frammento del mio stile nella vita di ognuno di voi è una missione a cui impossibile sottrarsi, il fascino assoluto di essere parte di una fantasia altrui. Immaginarsi altra per essere inconfondibile, costruire da mille frammenti di un ologramma la stessa immagine di un istinto comune». Lo stile e l'istinto precario griffato Serpica. Come resistere?

Prêt-à-revolter la moda si ribella


Da Yo Mango alla beffa di Serpica Naro, il défilé antagonista si mette in scena in piazza e in rete con pratiche collettive estetiche e politiche, tattiche situazioniste, uso consapevole dei segni - marchio, logo, firma. L'«industria del lusso» precarizzata si riconverte in zona di guerriglia

PATRIZIA CALEFATO

Quattro anni fa, il Genoa Social Forum fu l'occasione in cui si resero visibili forme di interferenza culturale nella moda attraverso pratiche di piazza estetiche e politiche. Il gruppo di Prêt-à-revolter, artisti/stilisti di alcuni centri sociali spagnoli collegati nella rete di «antagonismo biopolitico» Las Agencias, misero in atto proprio in quella occasione interventi di azione diretta modellati un po' sul rave-party e un po' sul défilé. Con addosso tute con rinforzi e imbottiture, mascherine e bocche rosse gonfiabili, mettevano in luce con sarcasmo le brutalità poliziesche. Riprendendosi con videocamere mobili durante le manifestazioni, davano vita a una critica e al tempo stesso a una esaltazione della trasparenza mediatica, in un recupero più o meno consapevole di tattiche situazioniste rielaborate però alla luce della filosofia dei movimenti gira-globo e delle prerogative comunicative offerte dalle neotecnologie. L'esperienza di Prêt-à-revolter è stata poi ripresa da movimenti di attivisti come quelli di Yo Mango, anch'esso nato in Spagna, che ha partecipato a Milano alla sfilata-beffa di Serpica Naro, e che basa il suo nome sulla deformazione del logo di «moda giovane» spagnolo Mango, stravolto in un'espressione che significa «Io rubo». I segni della moda, primo tra tutti il marchio, il logo, la griffe, vengono così usati in «zone temporaneamente autonome», nella riedizione di una guerriglia semiologica che esplicita come la piazza e la rete possano essere due luoghi paralleli di comunicazione e di azione, e di come il nome proprio possa essere il risultato di pratiche collettive di «anonimato», di mascheramenti e travisamenti, come è stato per Luther Blissett e come è oggi proprio per Serpica Naro.

La moda come istituzione sociale, il lusso come forma estetica ed economica che in special modo negli ultimi anni è divenuta portante di questa istituzione, si rendono possibili oggi più che mai su forme di sfruttamento estremo del lavoro e delle intelligenze. Dalla delocalizzazione delle imprese multinazionali, alla precarizzazione selvaggia dei mestieri che supportano nel mondo metropolitano le sfavillanti performance delle settimane milanesi o parigine, miriadi di corpi, di cervelli, di mani, sono inserite in forme di lavoro iper-temporanee e sottopagate. È una situazione che nella sostanza accomuna primo e terzo mondo, via Montenapoleone e le campagne cinesi, perché sono le stesse griffe molto spesso a prendere vita e lustro dal lavoro di chi produce l'«indumento reale» nelle industrie delocalizzate e di chi ne rende possibile la comunicazione mediatica e materiale nella metropoli. Quante intelligenze, aspettative e passioni sono coinvolte nell'opera di chi monta i palchi per le sfilate, di chi trucca le modelle, degli addetti stampa, degli uffici stile delle aziende di moda? Quante briciole di dignità contiene la moltitudine che regge l'impresa che chiamiamo «Made in Italy»? Quanti diplomati e laureati dei corsi e dei Master di Fashion studies, emigrati nelle capitali della moda e disposti a tutto pur di immergersi nei mestieri che vorrebbero intraprendere - dallo stilista al creativo alla modella - si tengono in vita ogni giorno con un sandwich veloce per correre dietro ad agenzie e provvisori impieghi a pochi euro l'ora? La beffa di Serpica Naro mette in luce tutto questo.

L'idea di beffa e di «falso» della falsa stilista il cui nome è l'anagramma di San Precario potrebbe far pensare a una edizione rinnovata di quella beffa dei falsi Modigliani ideata nel 1984 da tre studenti livornesi. La linea di pensiero è probabilmente la stessa, idealmente protesa tra il situazionismo di ispirazione debordiana e la beffa come azione politica. L'uso consapevole dei segni che ha oggi ha reso possibile per gli attivisti di Serpica Naro produrre una sofisticata e credibile vetrina, con sito web, citazioni e book che hanno fatto breccia nel cuore della Camera della Moda milanese con tanto di occhiolino al filonipponismo imperante, colloca però questa recente azione in una dimensione più collettiva e più pubblica rispetto alla vecchia beffa dei falsi d'arte. Una dimensione di attivismo politico, appunto, che si colloca a Milano quale luogo che è oggi anche metafora di una metropoli allo stesso tempo centro e periferia del modo di produzione capitalistico-elettronico transnazionale. Si è messa così in atto anche una possibile idea di uso dello spazio urbano diverso da quello cannibalizzato dalle specchiate pareti del lusso circondate dai body-guard, palestrati precari anche loro. Ed emerge un'idea diversa di spazio pubblico per una città le cui strade del centro vengono attraversate ritualmente da scheletriche adolescenti dell'Europa dell'est, chiamate a raccolta a ogni fiera dalle agenzie di modelle, giovani donne che per cifre forse molto più alte del devoto medio di San Precario (ma quanto tempo dura questo privilegio?) sono pronte a svenire ogni sera sopra tacchi troppo alti per il loro metro e novanta e i loro 45 chili, e sotto i riflettori montati da qualche precario addetto alle luci della passerella.