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da LE MONDE diplomatique - Settembre 2004
Meglio il
parlare classico o il dialettale?
La lingua araba, la Rolls e la
Volkswagen
Nel dibattito sulla riforma
dell'Islam, c'è chi chiede agli arabi di modificare la loro stessa
lingua, scegliendo definitivamente l'arabo classico delle élites e
abbandonando l'arabo dialettale parlato dal popolo. Edward W. Said,
scomparso nel settembre 2003, ci aveva spiegato perché tale esigenza
rifletta una straordinaria sottovalutazione della ricchezza che la
lingua della strada apporta all'esperienza quotidiana del vivere.
Edward W. Said
La pratica di parlare e scrivere
l'arabo dà adito a numerose controversie.
È un problema tanto più temibile in quanto è legato a fattori
ideologici che non hanno nulla a che vedere con il vissuto stesso di
questa lingua per i suoi fruitori indigeni. Non so da dove nasca questa
concezione secondo cui l'arabo esprimerebbe sostanzialmente una violenza
terrificante e incomprensibile, ma va da sé che tutti quegli scellerati
col turbante che facevano bella mostra di sé sugli schermi di Hollywood
negli anni 1940 e 1950 e parlavano alle loro vittime digrignando i denti
con un gusto sadico, c'entrano e come. Ha contribuito anche, più di
recente, l'ossessione dei mass media degli Usa sul terrorismo, che
sembra riassumere in sé tutto quel che riguarda gli arabi.
E tuttavia, la retorica e l'eloquenza nella tradizione letteraria araba
hanno una vita millenaria: sono stati gli scrittori abassidi, quali
Al-Jahiz e Al-Jurjani, a elaborare sistemi estremamente complessi e
sorprendentemente moderni per la comprensione della retorica,
dell'eloquenza e di metafore e iperboli (1).
Ma tutto il loro lavoro si basa sull'arabo classico scritto e non sulla
parlata quotidiana - perché il primo è dominato dal Corano, al tempo
stesso origine e modello di tutto ciò che è venuto dopo in materia
linguistica.
Spieghiamo questo punto, praticamente sconosciuto ai fruitori delle
lingue europee moderne, in cui c'è un'ampia coincidenza tra lingua
parlata e lingua letteraria, e in cui le sacre scritture hanno
praticamente perso la loro autorità verbale.
Tutti gli arabi si servono di un dialetto parlato che varia notevolmente
da una regione o da un paese all'altro. Io, ad esempio, sono cresciuto
in una famiglia in cui si parlava un miscuglio della lingua che era
correntemente utilizzata in Palestina, Libano e Siria: quei tre dialetti
presentavano differenze sufficienti a distinguere, ad esempio, un
abitante di Gerusalemme da uno di Beirut o di Damasco - ma tutti e tre
potevano comunicare tra loro senza grande fatica.
Quando sono andato a scuola al Cairo, dove ho trascorso gran parte della
giovinezza, parlavo anche - correntemente - il dialetto egiziano, molto
più rapido ed elegante degli altri dialetti che si parlavano nella mia
famiglia. Per giunta, l'egiziano era particolarmente diffuso: quasi
tutti i film arabi, i drammi trasmessi alla radio, poi i serial
televisivi, erano prodotti in Egitto - per cui il loro idioma divenne un
linguaggio familiare agli abitanti di tutto il mondo arabo.
Durante gli anni 1970 e 1980 - quelli del boom petrolifero - prosperò
la produzione di film televisivi anche in altri paesi, privilegiando però
l'arabo classico. Si riteneva che questi film in costume, ampollosi e
pesanti, fossero più confacenti con i gusti dei musulmani (e dei
cristiani di vecchio stampo, generalmente più puritani), che avrebbero
potuto storcere il naso si fronte ai film del Cairo, pieni di spirito.
E a noi sembrano spaventosamente noiosi! Anche il mousalsal (serial)
egiziano girato in tutta fretta con pochi soldi era infinitamente più
divertente che non il migliore dei film drammatici, ben cadenzati nella
lingua classica.
Di tutti i dialetti, comunque, soltanto l'egiziano ha conosciuto una
simile diffusione. Al punto che io incontrerei non poca difficoltà a
capire un algerino, tanto grande è la differenza tra i dialetti del
Machrek e quelli del Maghreb. Incontrerei la stessa difficoltà con un
iracheno o anche con un interlocutore che parli con un forte accento del
Golfo. Per questo motivo i programmi d'informazione radiofonici e
televisivi utilizzano una versione modificata e modernizzata della
lingua classica, che può essere compresa in tutto il variegato mondo
arabo, dal Golfo al Marocco - che si tratti di dibattiti, documentari,
incontri, seminari, prediche alla moschea e discorsi a comizi
nazionalistici, come pure degli incontri quotidiani tra cittadini che
parlano linguaggi molto diversi tra loro.
Al pari del latino per i dialetti europei parlati fino al secolo scorso,
l'arabo classico è rimasto molto vivo e presente come lingua comune di
scrittura, nonostante le immense risorse di tutta la vasta gamma di
dialetti parlati che, a eccezione dell'egiziano, non si sono mai estesi
al di là del singolo paese. Inoltre, questi dialetti parlati non
possono vantare la ricca letteratura della lingua franca (2)
classica.
Anche i cosiddetti scrittori «regionali» tendono ad utilizzare la
lingua moderna classica, e soltanto sporadicamente ricorrono all'arabo
dialettale. In pratica, una persona istruita dispone di due prassi
linguistiche ben distinte. Al punto che, ad esempio, si può conversare
in arabo dialettale con un giornalista o con un telecronista, poi,
improvvisamente, non appena inizia la registrazione, si passa senza la
minima difficoltà alla lingua classica, intrinsecamente più formale e
più forbita.
Naturalmente, esiste un legame tra i due idiomi: le lettere sono spesso
identiche e anche la successione delle parole. Ma i termini e la
pronunzia sono differenti, nella misura in cui l'arabo classico,
versione standard della lingua, perde ogni traccia di dialetto regionale
o locale, e si afferma come strumento sonoro modulato con cura, elevato,
estremamente flessibile, le cui formule consentono un grande sfoggio di
eloquenza. L'arabo classico utilizzato correttamente è impareggiabile
per la sua precisione di espressione e per il modo straordinario in cui
le variazioni delle singole lettere in una parola (in particolare le
desinenze), consentono di esprimere cose molto diverse tra loro.
È anche una lingua che vanta una centralità impareggiabile rispetto
alla cultura araba: come ha scritto Jaroslav Stekevych, che gli ha
dedicato il libro moderno più valido (3),
«come Venere, è nata in una condizione di bellezza perfetta, e ha
conservato tale bellezza nonostante le peripezie della storia e le forze
del tempo». Per lo studioso occidentale, «l'arabo suggerisce un'idea
di astrazione quasi matematica. Il sistema perfetto delle tre consonanti
radicali, le forme derivate dei verbi con il loro significato di base,
la formazione precisa del sostantivo verbale, dei participi. Tutto è
chiarezza, logica, sistema e astrazione». Ma è anche un bell'oggetto
da ammirare nella sua forma scritta. Da ciò deriva anche il ruolo
centrale e duraturo della calligrafia, un'arte combinatoria di estrema
complessità, più vicina alla decorazione e all'arabesco che non alla
esplicitazione del discorso.
Come si dice «democrazia» in arabo?
I primi giorni della guerra in Afghanistan, sul canale satellitare arabo
Al-Jazeera si potevano seguire dibattiti e reportage introvabili sui
media statunitensi. Quello che più colpiva, a prescindere dal contenuto
di tali trasmissioni, era nonostante la complessità dei problemi
affrontati, l'elevato livello di eloquenza che caratterizzava i
partecipanti, alle prese con le peggiori difficoltà - anche le persone
più repellenti, compreso Osama bin Laden. Quest'ultimo parlava con una
voce dolce, senza esitazioni, senza commettere il minimo errore, e anche
questo ha il suo peso, nell'influenza che egli esercita.
In tono minore, si può fare lo stesso discorso per i non arabi, ad
esempio gli afghani Burhanuddin Rabbani e Hikmat Gulbandyar, che, pur
senza padroneggiare l'arabo dialettale, si trovano particolarmente a
loro agio con la lingua classica.
Certo, quello che attualmente viene indicato come arabo moderno standard
(o classico) non è esattamente identico alla lingua in cui fu scritto
il Corano, quattordici secoli addietro. Per quanto il libro sacro
continui ad essere un testo profondamente studiato, la sua lingua appare
arcaica, se non addirittura enfatica e pertanto inutilizzabile nella
vita di tutti i giorni. In confronto alla prosa moderna, ha l'incedere
della poesia in prosa.
L'arabo classico moderno deriva dal processo di modernizzazione che è
iniziato negli ultimi decenni del XIX secolo - il periodo della Nahda, o
rinascita. È stato principalmente opera di un gruppo di persone che
vivevano in Siria, Libano, Palestina ed Egitto (tra le quali i cristiani
erano sorprendentemente numerosi). Costoro si impegnarono tutti insieme
a trasformare la lingua araba, modificando e semplificando la sintassi
della lingua originale del VII secolo tramite un processo di isti'rab o
arabizzazione: si trattava di inserire nella lingua termini quali «treno»,
«compagnia», «democrazia», «socialismo», palesemente inesistenti
nel periodo classico. In che modo? Attingendo alle immense risorse della
lingua grazie al processo grammaticale tecnico dell'al-qiyas,
l'analogia. Quegli uomini imposero un vasto vocabolario del tutto nuovo,
che attualmente rappresenta circa il 60% della lingua classica standard.
In questo modo, la Nahda ha portato a una liberazione dai testi
religiosi, introducendo surrettiziamente un nuovo secolarismo in quel
che si dice e si scrive in arabo.
La grammatica araba è talmente elaborata e affascinante nella sua
logica da risultare di più facile comprensione allo scolaro più
maturo, in grado di cogliere meglio le sottigliezze del suo
ragionamento.
Per un'ironia del destino, il migliore insegnamento dell'arabo viene
impartito a non arabi - negli istituti di lingue in Egitto, Tunisia,
Siria, Libano e nel Vermont, in Usa.
Allorché la guerra arabo-israeliana del 1967 mi spinse ad assumere un
impegno politico a distanza, mi ha colpito soprattutto una cosa: la
politica non si discuteva in 'ameya, la lingua del grande pubblico come
viene definito l'arabo dialettale, ma più spesso nella rigorosa e
formale fosha o lingua classica. Non ho tardato a capire che si
presentavano le analisi politiche agli incontri e ai comizi in maniera
tale da farle sembrare più profonde di quanto non fossero in realtà.
Con grande delusione, ho scoperto che questo valeva in particolare per
le approssimazioni del gergo dei marxisti e dei movimenti di liberazione
dell'epoca: le descrizioni di classe, degli interessi materiali, del
capitale e del movimento operaio, erano arabizzate e rivolte in
ponderosi monologhi non al popolo, bensì ad altri militanti «iniziati».
In privato, leader popolari quali Yasser Arafat e Gamal Abdel Nasser,
con cui ho avuto dei contatti, maneggiavano l'arabo dialettale molto
meglio dei marxisti, che pure erano ben più istruiti del leader
palestinese e di quello egiziano. Nasser in particolare parlava alle
masse dei suoi sostenitori in dialetto egiziano, frammisto a frasi
altisonanti del fosha. Quanto ad Arafat, dato che l'eloquenza araba
dipende molto dall'elocuzione e la cadenza drammatica, la sua
reputazione di oratore è al di sotto della media: i suoi errori di
pronunzia, le sue esitazioni e le sue circonlocuzioni maldestre per un
orecchio ben addestrato, rappresentano l'equivalente dell'elefante che
si agita in un negozio di porcellane.
L'Università Al-Azhar, al Cairo, rappresenta una delle più antiche
istituzioni accademiche del mondo; è ritenuta anche la sede
dell'ortodossia islamica, in quanto il suo rettore è la massima autorità
religiosa dell'Egitto sunnita. Per di più Al-Azhar insegna -
essenzialmente, ma non esclusivamente - il sapere islamico, incentrato
nel Corano, come pure tutto ciò che ad esso è collegato in fatto di
metodi di interpretazione, di giurisprudenza, di hadith (4),
di lingua e di grammatica.
La padronanza dell'arabo classico si pone quindi al cuore stesso
dell'insegnamento islamico di Al-Azhar, per gli arabi e gli altri
musulmani. Questo perché i musulmani considerano il Corano il Verbo di
Dio creato, «sceso» (mounzal) attraverso una serie di rivelazioni fino
a Maometto. Per questo stesso motivo, la lingua del Corano è sacra;
contiene regole e paradigmi obbligatori per coloro che l'utilizzano
anche se, paradossalmente, per motivi dottrinali (ijaz), non è
consentito imitarla.
Sessanta anni fa si ascoltavano gli oratori e ci si lanciava in commenti
interminabili sulla precisione del loro linguaggio non di meno che sul
contenuto dei loro discorsi. Allorché ho fatto il mio primo discorso in
arabo, al Cairo, vent'anni fa, quando ebbi finito di parlare uno dei
miei giovani parenti mi si è avvicinato per dirmi quanto fosse rimasto
deluso della mia scarsa eloquenza. «Ma hai capito quello che dicevo?»
ho chiesto con voce flebile - la mia principale preoccupazione era
quella di farmi capire bene su alcuni aspetti delicati di politica e di
filosofia. «Sì, naturalmente, mi ha risposto, scrollando le spalle con
indifferenza, senza nessuna difficoltà, ma il tuo discorso non è stato
abbastanza eloquente o retorico».
Questa recriminazione mi perseguita ancora adesso quando parlo in
pubblico. Sono incapace di trasformarmi in un oratore eloquente.
Mescolo la lingua dialettale e quella classica in maniera pragmatica,
con risultati che lasciano a desiderare. Come mi è stato fatto
osservare amichevolmente, assomiglio a una persona che possiede una
Rolls Royce, ma poi preferisce viaggiare in Volkswagen.
L'ho scoperto soltanto negli ultimi dieci o quindici anni: la prosa
araba migliore, più pura, più incisiva che ho mai avuto l'occasione di
leggere o di ascoltare è quella scritta dai romanzieri (e non dai
critici) come Elias Khoury o Gamal Al-Ghitany. Oppure dai nostri due
massimi poeti viventi, Adonis e Mahmoud Darwish: ognuno di loro, nelle
sue odi, si innalza a rapsodiche, sublimi vette trascinando enormi folle
nella frenesia dell'estasi e del rapimento. Per loro, la prosa è uno
strumento aristotelico affilato come un rasoio. La loro conoscenza del
linguaggio è così immensa, così naturale, i loro doni così eccelsi,
che possono essere chiari ed eloquenti al tempo stesso, senza dover
ricorrere a riempitivi, faticose verbosità o virtuosismi fini a se
stessi. Nel mio caso, visto che non mi sono formato nel sistema
scolastico nazionale arabo (in opposizione al sistema coloniale), mi
tocca fare sforzi coscienti per mettere correttamente e chiaramente in
ordine una frase in arabo classico - con risultati non sempre eccelsi in
termini di eleganza, devo pur ammetterlo...
note:
* Professore di letteratura comparata presso la Columbia University,
autore tra l'altro di Sempre nel posto sbagliato, Feltrinelli, 2003 e La
tragedia di essere vittima delle vittime, Gamberetti, 1995.
(1) Figure retoriche con le
quali una parola o un'espressione assumono un significato diverso da
quello abituale.
(2) Lingua mista, vicina
all'italiano, che nell'arco di molti secoli, in tutto il bacino del
Mediterraneo, è servita a far comunicare i cristiani di varia origine
con la popolazione musulmana.
(3) Réorientation, Arabic and
Persian Poetry, Indiana University Press, Bloomington, 1994.
(4) Parole e atti di Maometto e
dei suoi compagni.
(Traduzione di R. I.)
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