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Patrizia Calefato / Carnet / Riuso

 

Il riciclo, il riuso, la rielaborazione sono pratiche consolidate dell’estetica contemporanea, costanti entro una pluralità di ambiti espressivi che vanno dall’arte figurativa, alla musica, al cinema. L’idea del riuso si fonda sulla possibilità di produrre nuovi sensi e nuove composizioni a partire dai sensi residuali rinvenibili in “oggetti trovati” - che siano avanzi, ritagli o rifiuti veri e propri. Nella storia dei tessuti, il patchwork costituisce il classico per eccellenza in questo ambito. Ma il riuso conosce inedite frontiere: dal riciclo di plastica e vetro si producono nuovi materiali e fibre per l’abbigliamento, e nell’economia ristretta dei tempi di crisi, la rielaborazione di vecchi capi, di avanzi di stoffa o di filati, genera composizioni da cui vengono a volte distillate “mode di strada”. Nell’ambito della “Trashy fashion”, la Sanitary Fill Co. di San Francisco va menzionata come azienda di riciclaggio dei rifiuti che incentiva a piene mani la moda. L’idea di trasformare la “spazzatura” in prodotto di moda è quindi divenuto patrimonio culturale di scuole di creatività come l’Istituto Europeo di Design, che ha svolto negli ultimi anni delle manifestazioni itineranti di moda chiamate proprio “Riciclando”.

Rifare e rielaborare sono ambiti anche teoricamente affascinanti, allorché si applichi al prodotto di moda quell’intelligenza e quella capacità di pensare l’oggetto di vestiario in modo da farlo diventare una sorta di quintessenza dei tempi, di elisir del presente, in grado comunque di piacere. E’ il caso degli accessori creati da “Luisa Cevese riedizioni”, le cui categorie fondative sono costituite dalla consapevolezza che l’industria tessile, da un lato, e quella della plastica, dall’altro, producano una quantità enorme di scarti e residui il cui riutilizzo può non solo dare vita a nuovi oggetti, ma anche venire esplicitamente evidenziato attraverso le forme lineari ed essenziali di questi. Così, pezzi di tessuto danneggiato, fili scartati, abiti non finiti, fibre naturali e artificiali, peli di pelliccia, rielaborati insieme a plastica di ogni tipo – dura, soffice, sottile, riciclata o meno – danno vita a borse, valigie, borsellini, portapenne da borsetta, cuscini, stoini, ciascuno pezzo unico in sé, seppur modellato secondo forme geometriche stabilite e rigorose. La cosa interessante è la visibilità, la trasparenza, in senso letterale ma anche concettuale, del processo di riutilizzazione e giustapposizione dei materiali: una trasparenza che si potrebbe definire, parafrasando un’espressione presa in prestito dal cinema, un “montaggio innaturale alternato”.

Il “capitalismo naturale” intende valorizzare le materie prime e gli ecosistemi, nella consapevolezza che le possibilità produttive e di sopravvivenza planetaria siano oggi connesse con la ecosostenibilità. Così definito come movimento programmatico dal libro omonimo degli studiosi americani Hunter Lovins, Amory Lovins a Paul Hawken, il capitalismo naturale propone modalità produttive compatibili, applicate anche al settore della moda, che permettano di applicare tecnologie e progettualità e che riducano al minimo l’impatto rovinoso sulla natura. Il riuso fa parte integrante di queste forme di progettualità, che oggi fanno i conti anche con la dimensione digitalizzata del valore e del lavoro.

Le tecniche del riciclo e del riuso trovano nella moda un indubbio caposaldo, proprio perché maggiore è in questo ambito la forza sperimentale e la quantità possibile di “surrealismo”, inteso come strategia estetica “a contrasto” su cui i nuovi stilismi possono esercitarsi. In questo senso, non sempre però creatività e produzione industriale vanno di pari passo. Artisti e fashion designer devono pertanto cimentarsi con una buona dose di arte provocatoria e dissacrante, ai limiti del situazionismo, come dimostra ad esempio il lavoro di Moreno Ferrari, già stilista per CP Company, che guarda al riciclo e all’ecocompatibilità attraverso le strategie di sopravvivenza dei nuovi “nomadi metropolitani”.