|
Reggiseno
|
|
|
Il racconto
della scrittrice bengalese Mahasweta Devi, Dietro il corsetto, ha per
protagonista il seno di Gangor, una danzatrice poverissima di un villaggio del
Bengala. Di questa parte del suo corpo si invaghisce il fotografo Upin che,
senza alcuna concupiscenza, fotografa il bellissimo seno di lei per riviste
glamour internazionali con l’intenzione di mantenere intatta attraverso le
immagini la tradizione delle devadasi, le danzatrici rituali indù
trasformatesi oggi soltanto in un elemento di “folklore” per turisti.
Purtroppo le illusioni di Upin si scontrano con la realtà: nell’ultimo
incontro che egli ha con Gangor, infatti, il suo bel seno è stato devastato da
uno stupro probabilmente compiuto dai poliziotti. Il tentativo di Upin di
trasformare il seno della donna in un’icona di moda e così di “salvarlo”
è sconfitto ed egli si uccide per Il seno raffigura bene questa metafora: è un segno caratterizzante del corpo femminile, dà nutrimento e allo stesso tempo è richiamo erotico che diviene nella nostra epoca feticcio mediatico. In quest’ultima rappresentazione, l’immagine del seno si carica di un valore ulteriore se gioca con il suo rivestimento, il choli nella fissazione fotografica di Upin, il reggiseno nel caso della moda da almeno cento anni a questa parte. Convenzione vuole infatti che sia il 1907 l’anno di nascita del primo reggiseno moderno, con la pubblicazione su Vogue di foto e disegni di un indumento del genere. Il choli di Gangor ha molto in comune con il reggiseno in quanto è posto a diretto e libero contatto con il seno, sebbene non sia canonicamente un indumento intimo: ma quanti reggiseni, nelle moderne pratiche della moda e dell’immaginario, vengono usati per essere visti, esposti, caricati di sensi metaforici? Cosa c’è allora dietro il reggiseno?, potremmo dire parafrasando il titolo del racconto di Devi. Le storiche della moda sono unanimi nel definirlo un indumento che, quando cominciò ad essere introdotto, liberò le donne dalle costrizioni di busti e stecche di balena. Eppure il modello brevettato nel 1914 dalla statunitense Mary Phelbs Jacobs, detta Caresse Cosby, un reggiseno leggero e senza spalline, aveva lo scopo di schiacciare il seno: indossato dalle seguaci della moda garçonne degli anni ’20, questo strumento di contenzione venne accusato di provocare patologie non meno che i corsetti dell’Ottocento. Fu il reggiseno allora un mezzo di emancipazione femminile, come le gonne corte di Chanel e i capelli “alla maschietta” delle flappers? Si dovette attendere il 1931 perché si realizzasse l’invenzione delle “coppe” atte a contenere i seni, graduate secondo misure che da allora sono in sostanza rimaste immutate. Poi nel 1938 arrivò il nylon, e con esso la possibilità di rendere il reggiseno, in Europa e in America, un indumento di massa. Alle restrizioni di guerra si contrappose nell’immaginario, alimentato soprattutto dal cinema, il reggiseno ampio ed esaltante delle maggiorate alla Jane Russel. Dietro quel segno c’erano sogni di nutrimento, nel mondo reso affamato dal conflitto. E’ poi celeberrima la collocazione del reggiseno di Marilyn Monroe nel film Quando la moglie è in vacanza (1955): il frigorifero, forse la metafora più calzante della “decontestualizzazione” di questo indumento dal corpo della donna alla rappresentazione sociale di valori e simboli, in positivo ma anche in negativo. Come la mettiamo per esempio con le femministe americane che secondo la leggenda ne fecero rogo negli anni ’60? Si tratta di una leggenda, appunto, che ha del vero se ricordiamo l’utopia della “naturalezza” che in quegli anni pervadeva i movimenti giovanili in Occidente; ma ha un sapore pesante, dato che ogni rogo, di reggiseni o di libri che sia, è sempre metafora di ideologie totalitarie e di integralismi. Nei nostri anni, la florida impresa della lingèrie può permettersi di strizzare l’occhio allo spettacolo della moda e di essere anch’essa fiera di tendenze e di ispirazioni per il consumo le cui performance nulla hanno da invidiare alle passerelle del prêt-à-porter. Al tempo stesso, le aziende di moda non considerano più l’intimo come “accessorio”, ma rivolgono ad esso un’attenzione puntuale. Il “sotto” non è più solo “sotto”: nella ostentazione esplicita o nascosta della biancheria, infatti, si rinnova oggi il gesto del mescolare intimità ed esteriorità, spazio privato e spazio pubblico. E se la vita reale spesso impedisce di confondere le acque, almeno la metafora del vestire riesce ad arrivarci. Mostrare il
reggiseno è così un vezzo, di cui non solo è protagonista il classico pizzo
occhieggiante sotto la giacca del tailleur, ma che si fa ancor più sottile se
il pezzo di biancheria riesce a dichiarare esplicitamente la sua appartenenza ai
luoghi segreti del contatto con Il fascino indiscreto degli oggetti che indossiamo deriva molto dal loro manifesto feticismo. Come accade nel racconto di Devi, l’immaginario collegato a un indumento, sia esso il choli o il reggiseno, ben esprime la confusione tra il corpo e il suo rivestimento. Attraverso questa confusione comprendiamo la potenza e i limiti del corpo femminile, nel suo essere sia oggetto di rappresentazioni, sia soggetto di azioni e di storie. (Pubblicato su "La Gazzetta del Mezzogiorno" dell'11 Marzo 2007) |