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Puglia
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Patrizia Calefato / Testi/ Un paragrafo di Lusso: "Puglia"
da "Lusso" ©Meltemieditore Puglia
Ho visitato una distesa di ulivi col tronco ritorto e robusto, ulivi che non ho mai visto altrove se non in questa terra tra il mare e la selva, dove Iapigi e Messapi diedero una fisionomia di città al confine e dove Roma arrivò chiamandola Gnathia. E tra gli ulivi l’antro di una piscina che sembrerebbe un lago se di laghi non sapessi priva la mia terra almeno fino al Salento. Una torre di tufo chiaro, quiete e durezza dei muri a secco e della pietra bianca, guarda il mare mite in lontananza. L’acqua di Cristo[1] salmastra e viscida fatta per irrigare pomodori e ginestre, rape (quelle con le “cime”) e melanzane, e l’erba del campo da golf a 18 buche. Masserie di lusso: agriturismo a oltre cinque stelle imperlato di mobili prestigiosi e tappezzeria raffinata, cucina tipica rielaborata in grand gourmet. Talassoterapia, il mare sa lavare i dolori, ma li lava meglio quando il corpo ne riceve l’onda mitigata dal calore trasparente di una vetrata-solarium. Terapie ayurvediche e sensazioni di benessere orientale accanto alla pietraia dove si tagliava il tufo. Cigar bar e whisky affumicati d’Islay, in quest’epoca di proibizionismo di massa. Lampadari stile inglese o tempestati di pigne di pietra. Suite discrete e Jacuzzi misurate. Quello che parla è il paesaggio. Perché ricrearne strutture e superfici fittizie come fanno a Las Vegas? Qui non occorre rubare spazio alla terra: qui, dove l’Adriatico si scioglie sempre più verso est, la natura, robusta come il tronco di questi ulivi, ha il lusso speciale di rendersi ambiente e di farsi casa. Lo sanno bene le notti d’estate da aprile ad ottobre, quando, nell’interno, dentro le valli dei trulli risuonano le fisarmoniche delle feste contadine e, verso il mare, le contrade di Monopoli e Fasano brillano alle luminarie multicolori accese per le Madonne e, controcielo, ai fasci stroboscopici delle discoteche sulla spiaggia. Odore di liquirizia, rucola e salsedine. Le masserie in Puglia sono state a lungo, ma soprattutto tra il Seicento e il Settecento, un luogo di aggregazione della vita rurale, di produzione di beni e di tradizione, di culto (c’è sempre una cappella all’interno delle loro mura) e di arte “povera”[2]. Tra la terra di Bari e quella di Brindisi una quantità sterminata di masserie rende queste campagne tra le più popolate del Sud Italia. San Domenico e Torre Coccaro, diventate di recente resort “di charme”, erano anche torri a difesa delle incursioni dei saraceni. Il recupero di ambienti, un tempo produttivi, della masseria - i frantoi, le mangiatoie, la tufara - tipico di ogni tecnica di restauro di queste vecchie strutture rurali - assume una coloritura speciale quando la destinazione dei locali è rivolta a viaggiatori d’élite. La “rusticità”, consolidato valore aggiunto del turismo e della gastronomia di massa, assume infatti nella sua versione lussuosa non un tono da Mulino bianco e da marmellata della nonna, bensì quasi (certo, solo quasi) autentico. Le chianche[3] per terra levigate e incredibilmente “calde”, le camere con le finestre a feritoia rivolte al mare da cui si vedevano arrivare li Turchi, la suite dell’aranceto scavata nella pietra viva, il frantoio ipogeo diventato sala riunioni, danno così a Torre Coccaro le oscurità di una nicchia per pochi. Sono invece soprattutto gli ulivi in fila coi loro tronchi nobili a raccontare di San Domenico i lustri presenti e le menzioni nelle riviste di turismo d’alto bordo. Su queste coste, un treccia di ricordi che si snoda lungo più di un decennio ormai: sbarchi di albanesi e curdi stipati nei gommoni. Passaggi che hanno cambiato le facce e le lingue di questa frontiera. Che vi hanno cambiato l’idea stessa di viaggio e di ospitalità. Che hanno spalancato o serrato i cuori e le porte di casa. “Li Turchi” sono oggi i nuovi schiavi sui cui corpi si consuma il traffico di esseri umani. Corpi, armi e sigarette. I litorali sono controllati dagli elicotteri della finanza, dai fuoribordo montenegrini e dalla manovalanza dei mafiosi. Nell’aranceto una lady impara la ricetta della tiedd’[4]. Il cielo qui sopra, nel maggio del 1999, mentre a Bari si preparavano le celebrazioni per S. Nicola (santo dei forestieri, d’Oriente, del mare e del viaggio), fu percorso un pomeriggio dalla cavalcata degli elicotteri americani, detti beffardamente “gli Apaches”, che volavano verso il Kossovo. This is the end, pensammo: l’avevamo già visto in un film. Esco dai cancelli a comando elettronico di queste tenute del gusto, dove mi piacerebbe “poggiarmi” una notte, vicino al risucchio delle grotte marine. Calma, mobili morbidi dalla luce di cera, fiori rari, splendore di levante: ma cosa ne sa il lusso che questa terra è frontiera marina, frontiera che tocca l’una e l’altra costa e non separa? Quale “accoglienza” dell’altro può insegnare questa distinta arte alberghiera ad una terra che conosce bene l’amore innato per il forestiero? Quanto, qui come altrove, l’invito al viaggio è un invito che mette alla prova la sua lussuosità nel campo dell’umana convivenza? E dov’è finito, qui, il senso dell’andare?
[1] E’ chiamata “acqua di Cristo” un’ acqua che in quella zona sorge dalla roccia calcarea in prossimità del mare. [2] Sulle masserie pugliesi esiste un’ampissima bibliografia in rappresentanza della quale cito qui soltanto Marino, Samugheo 1993. [3] Le chianche sono i grossi lastroni in pietra locale che pavimentano strade e case pugliesi. [4] E’ un piatto tipico del barese che si compone di riso, patate e cozze cotti nel forno in una teglia (tiedd’) di coccio o di alluminio.
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