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Testo non revisionato e in forma di appunti, base per la mia relazione del 15/12/2005, Aula Magna Università di Bari, Serie di conferenze su "Vite precarie" (organizzato dalla Casa delle culture di Bari).

Alla conferenza del 15/12 hanno partecipato, oltre a P.C.:

Daniele Petrosino, relatore

Pasquale Voza, coordinatore

 

Vite Precarie, titolo italiano del libro di J. Butler, filosofa femminista nordamericana, docente all’Università di California a Berkeley, che in inglese è al singolare, “Precarious Life”, Vita Precaria. Il tema della precarietà in Butler richiama la singolarità, in effetti, la singolarità nel suo valore più profondo e filosofico. La dimensione “plurale” in cui il titolo transita nella traduzione italiana (che è poi il titolo stesso di questa serie di conferenze) può farsi carico di questo senso, ricollocarlo nell’apparentemente insensato continuum della “moltitudine” di cui le “vite precarie” sono una delle forme. Per questo, voglio aprire il mio intervento con questo riferimento a Butler perché lei della precarietà fa un valore, un valore positivo. Non è la precarietà intesa in senso economico-lavorativo, non è la precarietà vista dalla prospettiva del capitalismo elettronico multinazionale per il quale essa costituisce il nuovo e spregiudicato volto del neoliberismo selvaggio, la manifestazione del lavoro vivo che diviene plusvalore assoluto (per dirla con Marx, ma su questo torneremo).

Cos’è la precarietà/singolarità intesa come nel titolo del libro di Butler? E’ la fragilità che ci permette di venire esposti infinitamente all’altro. Il riferimento è al pensiero del filosofo francese Emmanuel Lévinas: l’altro come principio etico e di responsabilità. La precarietà ci espone all’alterità, dice Butler, per la quale questo tema emerge in tutta la sua portata nelle situazioni di lutto: lutto individuale, come quello della perdita di una persona cara, o lutto collettivo come quello che simbolicamente, nel suo libro, ruota intorno a fatti come l’11 settembre 2001, la guerra in Irak, la situazione in Palestina, le morti per AIDS. A partire dalla condizione del lutto, Butler si pone la domanda se sia possibile che l’essere umano possa percepire, nel dolore, l’altro come principio di relazione, e come principio di elaborazione di una legge, di un diritto, di una comunità, in quanto esposto anch’egli o ella al dolore della perdita della vita – propria ed altrui. Quando c’è un lutto perdiamo un altro, ma perdiamo anche noi stessi: così il lutto, dice Butler, ci sottopone a una trasformazione i cui effetti non possiamo conoscere in anticipo. Il dolore è una condizione per sentire la nostra stessa precarietà, la nostra esponibilità, che è la stessa fragilità dell’altro in noi stessi. Sempre ispirandosi al pensiero del filosofo Emmanuel Lévinas, Butler parla del volto come quella dimensione della corporeità che esprime la precarietà della vita. Il volto non è però la faccia che ci identifica nei nostri ruoli, nelle nostre appartenenze, nei nostri colori: il volto è espressione di una “nudità” bandita dall’identità socialmente e collettivamente riconosciuta. Il volto è singolare, ed è allo stesso tempo la superficie corporea e simbolica più fragile, più precaria appunto. Il volto, precario, è senza appartenenze, senza etichette, senza marchi possibili, ma allo stesso tempo unico e singolare.

Questo riferimento filosofico mi sembra importante per affrontare per lo meno dal mio punto di vista il tema della precarietà, intesa questa volta nel senso in cui più propriamente questi vostri incontri la stanno tematizzando. A volte l’approfondimento delle parole ci insegna molto. Io non parlerò della precarietà in modo vittimistico o rivendicativo, fermo restando che non ne parlerò ovviamente in termini trionfalistici o peggio fatalistici. La precarietà riguarda da vicino il tema che citavo prima della odierna riproduzione sociale capitalistica che è oggi comunicazione. Comunicazione vuol dire ciò che c’è di comune, vuol dire messaggi, informazioni, linguaggi, emozioni, saperi, conoscenze, corpi, generi sessuali, tempo, spazio. E’ avvenuta la “sussunzione”, come direbbe Marx, della totalità del tempo di vita sotto il tempo di lavoro, perché il lavoro è ovunque – dalla catena di montaggio (che tuttora esiste, non è stata abolita in quello che impropriamente alcuni chiamano “lavoro immateriale”), agli sms del telefonino, allo shopping natalizio, alla posta elettronica. Eppure, si dice, “il lavoro non c’è”. Ma è vero questo? C’è valore diffuso, valore-lavoro vivo, valore sociale, valore in quanto sapere (powerful effectiveness, la chiamava Marx nei Grundrisse), valore per me in quanto “lavoratrice segnica” intellettuale, per l’immigrato in quanto “valore in traduzione” (porta con sé, una o più lingue, una cultura letteraria –literacy, che in inglese vuol dire alfabetizzazione e insieme conoscenza culturale complessa, una cucina, un sapere sul corpo), per la scrittrice quotidiana di un blog dove si convogliano conoscenze altamente elaborate (conoscenza dell’html, photoshop, scrittura letteraria), per l’artista urbano che spruzza graffiti sui muri, per il dj o il vj che campionando e mixando rilavora il suono e l’immagine, per il gruppo di stagisti presso un Comune che mettono in piedi un ufficio stampa con tutti i crismi e insegnano come fare ai vecchi impiegati. Sono tutti esempi “vissuti”, condivisi. Tutto questo valore-lavoro vivo diffuso “l’Europa” ci insegna come capitalizzarlo almeno a parole nel “formato europeo del curriculum vitae” dove viene richiesto di evidenziare le esperienze di socialità, di organizzazione, di relazione, le esperienze artistiche e di linguaggio: elementi, in parte, di quella che è stata definita la “femminilizzazione” del lavoro, dell’idea stessa di lavoro. Femminilizzazione che riguarda il “lavoro emozionale”, la creatività, l’attenzione all’interlocutore come principio conversazionale e relazionale, la trasparenza, il mettersi a servizio. Valori prima ristretti alla sfera privata, alla casa, allo spazio domestico. Valori positivi, valori della precarietà come esponibilità all’altro, nel senso di Butler. Valori in cui includo anche l’idea che, vissuta in certo senso può essere anche molto suggestiva, della non identità riferibile al ruolo sociale: non essere per obbligo la moglie di qualcuno, non vivere per sempre nella stessa città, non sedersi per sempre nella stessa poltrona con indosso le stesse pantofole, ma poter avere sempre la valigia pronta, potere sempre rinnovarsi, esponendosi appunto “precariamente”, all’infinita varietà e alterità dell’esistenza. Sappiamo bene però che la macchina produttiva neoliberista ingurgita e sabota dall’interno questi valori, riducendoli a equivalenti generali per esempio nel lavoro linguistico cortese e disponibile con l’interlocutore degli operatori dei call-center con contratto di pochi giorni, magari affidati ai detenuti o delocalizzati in India (come accade per i call center di molte aziende inglesi), negli stage non pagati ma per cui bisogna pagare (costo dei Master, tasse universitarie), nel saccheggio degli stili di strada operata dalle aziende della moda, in tutta la miriade di lavori precari in cui viene alienata un’alta qualità, anche a prescindere dalla scolarità, di valore-lavoro-conoscenza. E sappiamo bene che la precarietà in senso alto, se così possiamo dire, viene brutalizzata nella realtà di maternità rese impossibili perché significano licenziamento e mancanza di tutela, nella prospettiva di un futuro incerto, nell’adolescenza prolungata all’infinito, proprio come, in una beffa crudele, ci obbliga a essere l’industria della moda e dei cosmetici che ha inventato il teen ager e che ingabbia donne e uomini entro modelli di eterna giovinezza.

Io credo che siamo a un punto in cui ciò che si dà come ricchezza generale già esistente, già sociale, quel valore-sapere-lavoro vivo di cui parlavo prima, e che viene filtrato e maciullato dai regimi produttivi neoliberisti in cui la precarietà diviene impoverimento, neoschiavismo, incertezza, umiliazione, debba invece essere il composito bagaglio di ricchezze plurali e individuali su cui un modello nuovo di società e di sviluppo possa fondarsi. Questo già sussiste in forma antagonistica, già è in un certo senso prefigurato da quella variegata foresta di attivisti e di movimenti, che dalla condizione della precarietà partoriscono forme di interferenza culturale e di progettazioni in divenire. Questi linguaggi della precarietà si muovono oggi attraverso la dimensione globale della comunicazione andando però non verso il globale, ciò che è già dato - come dice la teorica postcoloniale indiana Gayatri Spivak - sullo schermo dei nostri computer, bensì verso quella che la stessa Spivak chiama una “planetarietà”, cioè una alterità radicale e uno spiazzamento comunicativo.

Di questi linguaggi mi sembra emblematico esempio quello realizzato lo scorso inverno da un gruppo di precari milanesi della moda, della rete dei “Chainworkers” che durante la settimana delle sfilate realizzarono un’azione irriverente ma al tempo stesso geniale: la beffa della falsa stilista anglo-giapponese Serpica Naro. Voglio premettere a questo esempio che la moda come istituzione sociale, il lusso come forma estetica ed economica che in special modo negli ultimi anni è divenuta portante di questa istituzione, si rendono possibili oggi più che mai su forme di sfruttamento estremo del lavoro e delle intelligenze. Delocalizzazione delle imprese multinazionali, saccheggio degli street style urbani da parte dei cacciatori di tendenze, precarizzazione selvaggia dei mestieri che supportano nel mondo metropolitano le sfavillanti performance delle settimane milanesi o parigine. Miriadi di corpi, di cervelli, di mani, sono inserite in forme di lavoro iper-temporanee e sottopagate. E’ una situazione che nella sostanza accomuna primo e terzo mondo, via Montenapoleone e le campagne cinesi, perché sono le stesse griffe molto spesso a prendere vita e lustro dal lavoro di chi produce l’ “indumento reale” nelle industrie delocalizzate e di chi ne rende possibile la comunicazione mediatica e materiale nella metropoli. Quante intelligenze, aspettative e passioni sono coinvolte nell’opera di chi monta i palchi per le sfilate, di chi trucca le modelle, degli addetti stampa, degli uffici stile delle aziende di moda? Quante briciole di dignità contiene la moltitudine che regge l’impresa che chiamiamo “Made in Italy”? Quanti diplomati e laureati dei corsi e dei Master di “Fashion studies”, emigrati nelle capitali della moda e disposti a tutto pur di immergersi nei mestieri che vorrebbero intraprendere - dallo stilista al creativo alla modella - si tengono in vita ogni giorno con un sandwich veloce per correre dietro ad agenzie e provvisori impieghi a pochi euro l’ora? La beffa di Serpica Naro ha messo in luce tutto questo. Con una sofisticata e credibile vetrina, sito web, book e citazioni di stampa, gli attivisti di Serpica Naro riuscirono a farsi ammettere alla Settimana della moda milanese. Convocarono così giornalisti e pubblico a una sfilata autoprodotta e provocatoria, in cui vennero presentati abiti che facevano riferimento alle condizioni della precarietà di lavoro e di vita.

 

 

Serpica Naro è l’anagramma di San Precario, uno degli Imbattibili, i “supereroi” inventati un po’ in rete un po’ in occasione dei Mayday, le manifestazioni del primo maggio che negli ultimi anni stanno richiamando l’attenzione sulle tematiche della precarietà.

 

 

Le pratiche si rifanno all’interferenza culturale, cioè all’utilizzo di segni e codici condivisi (fumetti, manifesti pubblicitari, cartoni) il cui senso viene però stravolto e ripercorso da significati sociali opposti a quelli codificati.

 

 

Le manifestazioni richiamano tutte le forme della creatività “di strada”, come le parate o i rave party.

 

 

EUROMAYDAY CALL


Precarity is the most widespread condition of labour and life in Europe today. It affects everyone, everyday, in every part of life: whether chosen or imposed, precarity is a generalised condition experienced by the majority of people.

Precarious people are now the corner-stone of the wealth production process.
Notwithstanding this, we are invisible and count for nothing in the traditional forms of social and political representation or in the European agenda.

I nomi, le parole d’ordine, il modo in cui ci si definisce, realizzano forme nuove:

nome come serpica naro (tutti e nessuno, I segni della moda, primo tra tutti il marchio, il logo, la griffe, vengono così usati in “zone temporaneamente autonome”, nella riedizione di una guerriglia semiologica che esplicita come il nome proprio possa essere il risultato di pratiche collettive di “anonimato”, di mascheramenti e travisamenti, come è stato per Luther Blissett e come è oggi proprio per Serpica Naro o Yomango che basa il suo nome sulla deformazione del logo di “moda giovane” spagnolo Mango, stravolto in un’espressione che significa “Io rubo”).  

 

 

Precari cognitari. Precog (Riferimento a Minority Report)

 

 

Manifestazioni di studenti, docenti e precari contro la riforma Moratti dell’Università, novembre 2005