Moda italiana

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da La Gazzetta del Mezzogiorno - 26/01/2006


Il secolo breve con lungo gusto italiano, di PATRIZIA CALEFATO

 

L’Italia e la moda: negli anni ’80 due sinonimi. Erano gli anni della Milano da bere, delle top model, delle firme celebri, del Made in Italy come cifra dell’estetica d’alto profilo nello stilismo mondiale... E oggi? Mille difficoltà circondano il binomio “Italia e moda”: pochi incentivi alla creatività e alla ricerca, concorrenza internazionale, falsificazioni dei marchi, delocalizzazione. Eppure in qualche modo esso continua a risuonare alle orecchie del mondo come nodo imprescindibile di stile e di bellezza, come rintocco nel presente dei segni di un passato senza tempo. Dove nasce questo connubio? Potremmo addentrarci in matrici cortigiane e umanistiche che però trasporterebbero troppo indietro nel tempo lo sguardo e forse tenterebbero la nostra confusione suggerendo magari che i marchi e le griffe italiane di oggi siano l’equivalente della sprezzatura di ieri. Ci basti allora guardare soltanto al “secolo breve” e alle sue propaggini nel nuovo, per scoprire che la moda italiana non è solo sinonimo di anni ‘80. Guardiamo a Un secolo di moda italiana, come nel titolo del volume della storica della moda Sofia Gnoli, e scopriamo come lungo questo secolo il binomio abbia avuto delle costanti – artigianalità, intreccio con la società, con l’arte, con la politica - che lo rendono attuale anche oggi, pur nell’era della globalizzazione e del “mordi e fuggi” degli stili. La moda italiana propriamente intesa come arte, industria, comunicazione, sistema di rappresentazioni sociali, nasce, ci dice Gnoli, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento sin da quando nel 1872, all’indomani di Roma capitale, venne fondata la “Società italiana per l’emancipazione delle mode”, emancipazione che era allo stesso tempo dalla supremazia di Parigi (capitale della moda femminile) e di Londra (capitale invece maschile) Ma era anche una emancipazione interna della moda stessa che seguiva i ritmi della società industriale, delle prime forme di indipendenza femminile, della massificazione delle grandi città. A questa nascita contribuirono anche altri fattori, tra cui il ruolo di figure a metà tra quella del couturier e quella dell’artista, come Mariano Fortuny, spagnolo trapiantato a Venezia dal 1889 che inventò il plissé che porta il suo nome; o Rosa Genoni, creatrice nel 1906 di un celebre abito femminile ispirato alla “Primavera” di Botticelli. Il momento era cruciale, non solo in Italia, per l’affermarsi maturo della moda come forma di comunicazione di massa e come industria. Le Esposizioni universali – luoghi di celebrazione delle merci, come diceva Benjamin – che si svolsero a Milano nel 1906 e a Torino nel 1911, confermarono questa funzione della moda. Le Avanguardie del primo Novecento dedicarono alla moda un posto non secondario, anche se occorre fare – come Gnoli sottolinea – alcune differenze. Da una parte, infatti, c’è tutto lo sciocchezzario di alcuni “Manifesti” futuristi alla Marinetti – sulla cravatta, sul cappello, sull’abbigliamento maschile – celebranti in varia maniera l’ “italianità” del vestire e il connubio fertile tra moda e guerra, in pieno clima di nazionalismo interventista (1914-1916). Dall’altra, c’è invece l’esperienza più innovativa delle avanguardie, che hanno nomi come Elsa Schiaparelli e Gabrielle Chanel e che, tra surrealismo e cubismo, tra Italia e Francia, coniugarono arte e moda in presa diretta con i mutamenti sociali. Gnoli passa con grande dovizia di particolari a rendere conto del complesso rapporto tra la moda e il fascismo, in particolare con il passaggio alle misure autarchiche dai primi anni ’30 in poi. La costituzione dell’Ente nazionale della moda instaurò uno stereotipo femminile ispirato in parte ai telefoni bianchi del cinema, in parte alle figure di sposa e madre esemplare celebrate nell’ideologia di regime e regolate in quel catechismo della moda fascista che fu il “Commentario dizionario della moda italiana” di Cesare Meano del 1936. Il New Look del dopoguerra fu rivisitato in Italia attraverso il cinema e il divismo, in stretto intreccio con figure sartoriali e artigiane di grande rilievo che posero le basi per la fortuna della moda italiana nel mondo: questi nomi furono, tra altri, Salvatore Ferragamo, le sorelle Fontana, Roberto Capucci, Schubert. Nomi che evocano l’abbigliamento e le prove sartoriali di star internazionali come Grace Kelly e Ava Gardner, il fasto dell’aristocrazia anni ’50, la dolce vita romana. Non a caso fu il 1951 la data dell’atto di nascita – o meglio, suggerisce Gnoli, di ri-nascita della moda italiana, con la fondazione della “Sala Bianca” fiorentina di Giovanni Battista Giorgini. Industria, design e artigianato sono a fondamento del Made in Italy, dice Gnoli citando Beppe Modenese che della moda italiana è stato in un certo senso il “regista” dagli anni ’60 in poi, cioè da quella che l’Autrice chiama “democratizzazione delle griffe” fino alla fine del secolo. Dalla fine degli anni ’90 ad oggi è in atto anche in Italia quella che Gnoli definisce la “balcanizzazione” degli stili, vale a dire la frantumazione, o come altri dicono, il “supermarket” dei generi e delle ispirazioni e la nascita di una moda come “stile totale” non solo legato all’abbigliamento. La moda entra infatti nell’architettura, nell’automobilismo, nello sport, nella comunicazione pubblica. Rispetto a questa situazione, non è facile definire una “linea italiana”, né tanto meno è facile parlare di marchi o di stilisti “italiani” in senso stretto. Più che mai, i marchi sono sovranazionali e a tutto campo; molti stilisti italiani lavorano per marchi stranieri e viceversa, come è stato fino al 2004 il caso di Tom Ford per Gucci. Cosa resta - si potrebbe chiedere a Sofia Gnoli - dopo il “secolo breve” all’Italia e alla moda? Al momento due sembrerebbero le tendenze. La prima è quella del cattivo gusto e del nuovo divismo che celebra come arbitri d’eleganza le veline, i calciatori e i personaggi dei reality show, ospitati come opinionisti di tutto in certi salotti televisivi, paparazzati sulle riviste scandalistiche, griffati Cavalli sullo schermo come al “Billionaire”. La seconda propone invece il connubio Italia-moda come una scelta di gusto radicata in raffinatezze più antiche e profonde della moda stessa, in una “maniera” che ha solide origini e fascino discreto e che riuscirà a coniugarsi in un nuovo esercizio di popolarità e creatività se solo saprà cogliere le sue occasioni.