Moda e architettura

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Corpi moderni nell'abito-mondo


Fra vestiti in movimento Una mostra a New York indaga i rapporti fra moda e architettura, mettendo a confronto opere di progettisti come Zaha Hadid e Shigeru Ban e creazioni di noti stilisti, da Margiela a Yamamoto
Forme fluide del vivere Da un lato edifici interattivi e perfino portabili, che usano tecniche rubate alla sartoria come pieghe e drappeggi. Dall'altro, vestiti in cui si moltiplicano le presenze di vetri, metalli, membrane flessibili

PATRIZIA CALEFATO

(pubblicato sul Manifesto, 23/2/2006)


«Moda e architettura appartengono all'oscurità dell'attimo vissuto, alla coscienza onirica del collettivo»: la celebre frase di Walter Benjamin, tratta dagli appunti su Parigi capitale del XIX secolo, mette insieme in una diade inscindibile le strutture del corpo e quelle dello spazio, concepite attraverso la dimensione della mondanità e della temporalità presente. Moda e architettura si coniugano così in funzione di quel «collettivo» che è un «essere sempre inquieto, sempre in movimento». Le sue abitazioni - ci dice Benjamin altrove - sono le strade: «... architetture, moda, anzi persino il tempo atmosferico, sono, all'interno del collettivo, ciò che i processi organici, i sintomi della malattia o della salute, sono all'interno dell'individuo». Questa premessa costituisce lo sfondo e la condizione a partire da cui è possibile parlare oggi di una relazione tra la moda e l'architettura. Relazione che è possibile riscontrare in molte epoche e forme sociali e in molteplici manifestazioni: può esservi ad esempio omologia tra lo stile dei costumi e quello degli edifici - e valga per questo il caso emblematico del barocco. Oppure accade che l'abito sia parte integrante della struttura architettonica, come avveniva con le cariatidi e i telamoni: corpi rivestiti - soprattutto le prime - nei quali l'abito svolgeva anche una funzione estetica richiamando il costume coevo.

Occorre tuttavia ricordare come solo quando la moda giunge compiutamente a potersi definire tale (vale a dire con la società di massa), e solo quando l'architettura arriva a fungere da struttura portante del paesaggio urbano e dei luoghi collettivi dell'abitare (la città moderna e poi la metropoli), sia possibile parlare della relazione «mondana» tra le due. Una relazione che si annuncia in tutta la sua complessità nel Novecento, quando moda e architettura si interrogano sulle funzioni, sui materiali, sulle forme di quello che Eleonora Fiorani ha chiamato l'«abitare il corpo» a cui si accosta, in una metafora inversa e consustanziale, il «vestire la città».

C'è un profondo intreccio - poetico, semiotico, testuale - tra la moda e la città, un intreccio che si avviluppa sul nucleo della «strada», per riprendere l'immagine di Benjamin, intesa come il luogo dove il gusto sperimenta l'atmosfera del tempo, come zona di incrocio tra culture e tensioni, come spazio fisico e metaforico entro cui la città acquisisce il suo senso in virtù di pratiche sociali condivise. Dalla «strada», concepita in questo modo, è possibile guardare ai flussi che moda e architettura veicolano e moltiplicano.

Pensiamo alla forma più banalmente comprensibile in cui questo connubio si realizza: le «città della moda». Le storiche Parigi e Londra sono state capitali della moda rispettivamente femminile e maschile sin dal Settecento: sono stati emblemi, ma anche città contenitori di luoghi e strade deputati alla circolazione delle merci vestimentarie. Alle spalle di questi luoghi v'era tutta la produzione industriale e artigianale tessile che costituì il nerbo vitale della rivoluzione industriale europea. Benjamin, scrivendo di Parigi, segnalava il cruciale passaggio da questo modello di città della circolazione a quello della città dell'esposizione e del culto delle merci, passaggio che l'architettura interpretò e prefigurò e di cui proprio le strutture urbane per le grandi esposizioni di fine Ottocento e primi Novecento furono somma celebrazione.

Passando a decenni vicini: la Milano del made in Italy degli anni Settanta e Ottanta del Novecento fu città-fiera, città-vetrina; la Tokio della generazione di Yamamoto, Miyake e Kawakubo fu città-laboratorio. Oggi, Shanghai e Hong Kong sono i contenitori del nuovo lusso metropolitano: l'immagine emblematica è quella del quartiere dei centri dirigenziali di Shanghai, Pudong, dove giovanissimi esponenti delle élite finanziarie asiatiche, in completi Armani e borse da lavoro Vuitton, affollano le strade alla ricerca di locali lounge.

Accade spesso che siano le mode a dare fisionomia alla città, e in questo caso la strada è intesa soprattutto quale sede del consumo e del tempo libero. Questo furono i passages per la Parigi ottocentesca, e questo sono i punti vendita delle metropoli di oggi, i negozi monomarca progettati dagli architetti, le vetrine, i palazzi, i bus, le stazioni delle metropolitane, i palazzi in costruzione o in ristrutturazione ricoperti di tabelloni pubblicitari o di trompe-l'oeil magari sponsorizzati da aziende di moda. E questo sono anche i bar, i caffè, i luoghi del piacere e del benessere di certi quartieri glamour dove gli stili di vita scandiscono insieme i tempi della moda e quelli della città. Fino a questo punto, moda e architettura sembrano ancora avere come punto di riferimento comune quel «collettivo», sia pure atomizzato, che la metropoli incorpora. Un libro pubblicato nel 2000 a cura di Helen Castle e Martin Pawley per AD, Fashion + Architecture, tematizza proprio questa dimensione in cui moda e architettura si integrano come stili di vita e forme di estetizzazione del quotidiano.

C'è però un secondo livello di intersezione tra i due ambiti, un livello più smaterializzato - se vogliamo - e apparentemente meno circoscrivibile entro pratiche sociali codificate come il consumo, ma all'interno del quale moda e architettura mettono in comune forme, materiali, sensi, strutture, coinvolgendo anche il design degli interni e quello industriale. Nell'architettura si introduce la possibilità di progettare e realizzare edifici interattivi, gonfiabili, perfino portabili, si usano tecniche trafugate alla sartoria come la piegatura e il drappeggio. Nella moda, d'altro canto, si moltiplicano le presenze di metalli pieghevoli, di membrane, di plastiche flessibili, di vetri, di materiali, insomma, utilizzati al contempo correntemente in ambito architettonico e di forme attraverso cui tali materiali trasformano sensibilmente l'aspetto del corpo rivestito e il suo modo di percepire se stesso ed essere percepito. Entrambe - moda e architettura - usano poi forme comuni, come ad esempio la spirale, per realizzare strutture della costruzione o dell'abbigliamento, come una scala o una gonna.

Una mostra attualmente in corso fino all'11 marzo, al Centre for Architecture dell'AIA New York Chapter, intitolata The Fashion of Architecture: Constructing the Architecture of Fashion, si dedica proprio a selezionare ed evidenziare con diversi esempi questo livello. In esposizione, opere di architetti come Zaha Hadid, Winka Dubbeldam, Shigeru Ban, Kivi Sotamaa, David Adjaye, Block Architecture, 6a Architects, Lars Spuybroek, Stuart Veech, Meejin Yoon, in sintonia con abiti e oggetti disegnati dagli stilisti-artisti Martin Margiela, Hussein Chalayan, Yoshiki Hishinuma, Yeohlee, Pia Myrvold, Yohji Yamamoto, Boudicca, Eley Kishimoto, Kei Kagami, Michiko Koshino, Stéphanie Coudert, Simon Thorogood, Nicola de Main, Arkadius. Una speciale installazione di Lucy Orta celebra il connubio tra design di moda e progetto d'architettura che questa artista da tempo persegue.

Curatore della mostra è Bradley Quinn, autore di un volume pubblicato da Berg nel 2004, The Fashion of Architecture e curatore di una precedente mostra londinese dal medesimo titolo, luoghi entrambi nei quali egli pone le basi della comparazione-integrazione tra due tecniche e forme di comunicazione del corpo che nel nostro tempo hanno contaminato reciprocamente i segni. Lo stilista polacco Arkadius ad esempio trasforma gli abiti in forme tridimensionali reinterpretando il rapporto tra l'indumento e le proporzioni del corpo. La stessa operazione venne praticata da Yamamoto e Kawakubo sin dai loro esordi negli anni Settanta, e ha trovato una nuova vitalità negli «interventi» veri e propri che Hussein Chalayan realizza tra le forme e i movimenti dell'abito e quelli del corpo.

La filosofia contemporanea della/nella moda attrae gli architetti, dunque, non solo quando Rem Koolhas o altri progettano i punti vendita delle fashion star, ma in una dimensione profondamente concettuale della moda intesa come flusso del corpo, piuttosto che come ostentazione dei suoi segni esteriori. È infatti questo il motivo dominante - post-benjaminiano, si potrebbe dire - della tendenza attuale per cui la moda si muove decisamente nel senso dell'architettura «fluida» e diviene metafora dello spazio-mondo che questa architettura interpreta.

Antesignana e libera interprete di una concezione simile in cui a prevalere sull'architettura e sulla stessa moda è però il design, Nanni Strada sin dagli anni Sessanta ha perseguito una critica tanto profonda quanto a suo tempo inattuale dello stilismo, che si traduce nel concetto totale e nel progetto puro dell'«abitare l'abito». Precorritrice di tante riflessioni, per esempio sul rapporto della moda con le tecnologie, sulle ibridazioni vestimentarie tra occidente e oriente, sui materiali, Nanni Strada è anche icona, in un certo senso, di una visione degli anni Sessanta italiani intrisi di ricerca e di progetto che nel design condensarono le migliori esperienze in vari settori, dalla moda all'industria automobilistica. Una visione che ha molto da dire oggi, proprio in Italia, dove più alto si fa il bisogno di sostegno a progetti e formazione in questi ambiti.


scheda

Ritornando al futuro degli anni Sessanta
Nel continuo intreccio di passato e futuro che caratterizza moda, architettura e design, vale la pena di ricordare le parole che Tom Ford, stilista di Gucci, ha dedicato al film di Elio Petri La decima vittima (1965): «Gli anni Sessanta sono stati un periodo in cui la moda guardava al futuro, non solo grazie alla continua sperimentazione, ma anche grazie a proposte sexy e provocatorie». Secondo Ford, il film di Petri (tratto da un racconto dello scrittore di fantascienza Robert Sheckley, scomparso lo scorso dicembre) contiene infatti nelle sue immagini, che oggi definiremmo vintage, una purezza di forme emblematica del gusto del momento e una «brillantezza visiva» minimalista ancora adesso di grande attualità. Nel film (in cui spicca un Mastroianni ossigenato come mai si era visto) i costumi, le scenografie e gli arredamenti sottolineano la dimensione futuristica. In quel gioco omicida che Sheckley immagina come motivo dominante della società del futuro, gli indumenti si fanno veicoli di morte: il reggiseno che Ursula Andress indossa al Masoch Club spara proiettili dai capezzoli, mentre un paio di stivali da equitazione esplode segnando il destino della vittima di Mastroianni. Interessante in tutto il film è l'uso del colore sia degli abiti sia degli arredamenti: il bianco e nero, ripreso dalla moda «optical» di quegli anni, si carica di una funzione di azzeramento delle emozioni, di appiattimento dei sensi nel gioco mortale di società. Le forme essenziali e rigorose degli abiti maschili e femminili interpretano un futuro senza desiderio, uno scenario sadico in cui la guerra è sostituita dal duello individuale. Il motivo dell'inseguimento, nel quale è possibile che vittima e carnefice invertano le parti, è ben espresso nella generale interscambiabilità di costumi-uniformi ridotti all'equivalenza reciproca. La ricerca stilistica della moda «spaziale» del tempo (si pensi a Courrèges) è lo sfondo di riferimento.

Come avviene spesso nelle distopie letterarie o filmiche, il presente è già il futuro, contiene di esso i segni più inquietanti, come quelli, come il telefono Ericofon nella sua versione «italiana» e la Citroën DS, che sono ripresi direttamente dal presente e decontestualizzati nell'immaginario mondo di domani, in quel futuro impreciso dove mantengono viva una altrettanto imprecisa memoria. p.c.