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[ Mina ]
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Patrizia Calefato
“Due notine d'argento”: Mina, la moda, la
musica e la televisione italiana dei ‘60
Incipit
Questo mio intervento propone,
in forma necessariamente abbozzata, alcuni elementi attraverso cui interpretare
la figura di Mina in chiave semiotica, secondo una prospettiva che potremmo
collocare entro l’ambito incrociato degli studi culturali e della fashion
theory. Gli studi culturali offrono infatti gli strumenti per potere considerare
un caso, una figura, un personaggio della scena musicale, come Mina, quale
emblema e catalizzatore di passaggi importanti nella “cultura di massa” e
nella storia dei mezzi di comunicazione, prima tra tutti
la televisione. La
fashion theory offre invece da parte sua una prospettiva che mette insieme
stili di vita e visioni del mondo, permettendo di affidare al costume – nel
senso letterale di abito e nel senso più generale di atteggiamento e condotta
sociale – il ruolo di segno forte che vede la moda come il luogo dove si
manifesta una complessità di tensioni, di significati e di valori – non solo
relativi alla dimensione vestimentaria. La semiotica si concentra sulle
trasformazioni dei segni, sui momenti di valorizzazione, di patemizzazione,
sulla spazialità, sui linguaggi, sulle narrazioni che certi segni generano, sui
limiti e sui confini tra i testi, sulle interconnessioni tra forme diverse della
sensorialità. L’aspetto musicale riveste un ruolo essenziale nello “sguardo
semiotico”: la musica si pone infatti come una pratica sociale che ne
coinvolge altre, come un luogo complesso della testualità, e – cosa che mi
preme particolarmente – come un processo di produzione di senso al quale il
corpo partecipa profondamente.

Mina è un concentrato di
passioni, narrazioni, trasformazioni: è mutazione sonora in tutti i sensi,
soprattutto nel senso che collega la mutazione sonora alla mutazione del corpo,
a quella sociale, alla mutazione dei gusti, a quella delle figure e delle forme
della comunicazione.
Il caso-Mina mi sembra
emblematico di una cultura del corpo e, consustanziale a questa, del genere
sessuale, che caratterizza un momento storico cruciale. Preciso a questo
proposito che mi occupo qui di Mina nel periodo che va dal 1959 ai primi ’70,
un periodo in cui la sua figura s’innesta in modo necessario con il ruolo e la
funzione della televisione in Italia e con le grandi trasformazioni che il paese
andava vivendo in quel decennio. Tralascio quindi i decenni successivi, fino a
oggi, e mi occupo di Mina nella cultura visuale televisiva, non parlando qui né
della radio né del giornalismo su carta stampata né del cinema, che pure hanno
costituito e costituiscono aspetti importanti della sua attività pubblica,
soprattutto la radio.
Corpo, moda, musica, gender sono
in questi anni nella figura di Mina costruiti in funzione della televisione; ma
viceversa, allo stesso tempo, è la televisione italiana – o per lo meno una
parte importante del suo palinsesto, quella dello spettacolo e
dell’intrattenimento - a costruirsi in funzione di Mina, nei suoi tempi,
spazi, modalità comunicative, figure spettatoriali. Cercherò di illustrarlo in
questo intervento, che si motiva in un mio desiderio antico di portare avanti
una ricerca semiotica su Mina, desiderio mai prima realizzato, e che questo
convegno mi permette invece di cominciare a delineare spero per sviluppi futuri.
Il desiderio si radica in me nella memoria di sabato sera infantili in cui il
permesso strappato di potere andare a letto anche oltre Carosello
aveva in Studio Uno la sua celebrazione; si radica nella rievocazione delle
domande che ritualmente ogni settimana e ogni anno ci ponevamo con mia madre:
“come si vestirà?”, “come sarà pettinata?”, “sarà più magra o
ingrassata?”. Memorie, ancora, di discorsi rubati ai grandi che avevano al
loro centro “paciughini” illegittimi; di adolescenziali tentativi di
depilare le sopracciglia, mai però osando quanto lei; di testi di canzoni che
immaginavo potessero contenere il senso di passioni mature, per me ancora
misteriose: “Questa stanza non ha più pareti, ma alberi infiniti”, “E’
l’uomo per me”, “Mi sei scoppiato dentro il cuore”, “La voce del
silenzio”, “Se telefonando io potessi dirti addio”...

Lo spazio, le figure, i luoghi
Due filmati possono essere messi
a confronto per affrontare il tema dello spazio: nel primo tratto da Il
musichiere del 1959, vediamo comparire Mina da dietro un juke box e cantare,
alla maniera degli urlatori del tempo Nessuno.
Nel secondo, da Canzonissima del 1968,
Mina entra in scena cantando E sono ancora
qui, come se fosse su una passerella in cui si mostra l’intero studio
televisivo. Iniziare da questi due filmati mi sembra emblematico per definire
quello che mi sembra essere stato una specie di obbligo della televisione di
quegli anni, e a maggior ragione del personaggio-Mina: costruire uno spazio
pubblico in grado di entrare nello spazio privato spettatoriale. Oso dire che
questa operazione, nella storia della televisione italiana, è stata scandita da
tre modelli: il modello “Studio Uno” di Mina negli anni ’60 nella formula
di Antonello Falqui – o il teatro che entra nello studio televisivo, ci torno
tra un minuto più dettagliatamente; successivamente, dagli anni ’80, il
modello talk-show, Costanzo in testa - o il salotto teatralizzato in TV; infine,
più di recente, il modello “Grande fratello” – ovvero l’era della
toilette come luogo pubblico.
La relazione tra momenti e
luoghi prima separati della comunicazione - teatro, casa e televisione - trova
nei ’60 spettatori come voyeur meravigliati e timidi, a volte diffidenti: la
TV è palcoscenico, è teatro, è portento, è la possibilità di vedere come
funziona: ricordo qui che fu proprio Falqui a rendere visibili le giraffe, le
telecamere, la struttura stessa dello studio che si mostrava man mano che una
delle telecamere seguiva i movimenti di Mina. La Tv è divismo certo, ma divismo
addomesticato, reso vicino e manipolato nei discorsi quotidiani. E’ intorno a
Mina che si crea questo spazio, soprattutto con Studio Uno, nelle edizioni 1961,
1965, 1966 e 1967 (quando il titolo fu però “Sabato sera”) cui partecipò
(dal 62 al 64 di fatto fu esiliata dalla RAI per il suo legame con Corrado Pani
e il suo “figlio illegittimo” Massimiliano) quale modello che venne poi
riprodotto in altre due trasmissioni che la videro protagonista: l’edizione di
Canzonissima del 68 e Teatro 10 nel 72 (entrambe firmate sempre da Antonello
Falqui).
Nel caso di Mina si tratta di
uno spazio costituito di televisione e musica, ovviamente, ma allo stesso modo
costituito di discorsi, di valori proposti per una condivisione sociale, si
tratta di una “moda” in definitiva, intesa al di là del vestiario e del
trucco – ma che di questi elementi pure si alimenta. Una moda concepita come
modalità dell’essere corpo (corpo rivestito potremmo dire), corpo
socializzato e manipolato, in cui si esplicitano apertamente le forme di questa
socializzazione e manipolazione.
Mina è stata sempre
consapevolmente artefice di questa spazialità istituita dalla sua prorompente,
amabilmente goffa, ironica, corporeità. Dalle arruffate movenze urlatrici del
primo filmato allo spazio-passerella del secondo, in cui si propone l’intera
gamma delle figure di cui il suo spazio consta: l’orchestra, il direttore
(ricordo tra gli altri, Bruno Canfora, Pino Calvi), il pubblico, eventualmente
il balletto, eventualmente l’ospite con cui interagisce, e poi lei stessa e i
suoi “voi”, in un’interpellazione diretta ai suoi fan, spettatori,
destinatari, pubblico, come bene mostrato nella canzone Brava,
per esempio nell’edizione di Canzonissima
del 1968.
Al di fuori della televisione,
lo spazio pubblico di Mina, oltre al gossip giornalistico, vive nella stagione
estiva alla Bussola di Viareggio,
dove aveva esordito nel 1958 e dove ritorna stabilmente dal 1968 al 78. La
Bussola è il luogo degli eccessi consentiti, della moda esagerata,
dell’abbronzatura e delle sudate, dell’esibizione live che diviene il
presupposto per alcune incisioni discografiche. La Bussola è l’altro luogo
rispetto alla televisione, ma la televisione se ne alimenta come se ne alimenta
l’intera società. E’ l’antipiper, se al Piper di Roma è possibile dare
il senso di uno spazio “giovane e alternativo”, mentre alla Bussola quello
di luogo fatto più per un pubblico adulto e benestante. Nel 1965 Dino lancia al
Cantagiro “Il ballo della Bussola”, nel tentativo di popolarizzare anche
presso un pubblico giovane questo locale, per lo meno il suo nome. La Bussola a
San Silvestro del 68, fuori dall’estate di Mina, fu il luogo dove avvenne la
contestazione degli studenti verso i ricchi che andavano a festeggiare il
Capodanno: gli studenti gettarono uova sui visoni delle signore, come già
avevano fatto alla Scala, le forze dell’ordine spararono, ferendo gravemente
lo studente pisano Soriano Ceccanti (divenuto poi schermidore e campione
olimpico alle Paraolimpiadi). Tra le canzoni che ricordano quell’episodio,
la “Ballata
della Bussola” di Pino Masi.

La lingua
Ma torniamo a Mina nei suoi
spazi e nei suoi luoghi. C’è un uso della lingua italiana che caratterizza il
suo personaggio, a cominciare naturalmente dai testi delle canzoni. Come
sottolineato da molti studiosi, la canzone italiana introdusse negli anni ’60
modificazioni importanti nella storia della lingua, che andarono di pari passo
con l’unificazione linguistica che la televisione tesseva, sebbene le canzoni
si proponessero però spesso come testi provocatori e poco convenzionali, ma
proprio di questa dimensione si arricchiva la lingua, quella quotidiana e
soprattutto quella delle nuove generazioni.
I 45 giri da un lato e le
trasmissioni televisive dall’altro si ponevano come luoghi della testualità
da cui il linguaggio traeva a piene mani usi, modi di dire, neologismi, modalità
enunciative. Per Mina penso a “Le mille bolle blu”, accompagnate dal suono
egressivo in cui un movimento delle dita sulle labbra modula la fuoriuscita
dell’aria: “Blll”; il surrealismo della “zebra a pois”; “Sacundì
sacundà”, dalla canzone brasiliana “Nem vem que nao tem”, la formula che
esorcizza il diavolo sacundì sacundà sacundi cundì cundà; il fonosimbolo
“Ta-ra ta” nella canzone dallo stesso titolo; “E se domani” con le sue
incidentali insolite nei testi delle canzoni italiane “mettiamo il caso”,
“e sottolineo se”. E naturalmente penso al testo metalinguistico per
eccellenza “Parole parole parole” di Gianni Ferrio, rimasto anche nella
lingua come refrain esemplare e ricorrente.
Parole che s’incrociano nella
dimensione costitutivamente dialogica non solo dei testi delle canzoni, ma anche
e in modo speciale della figura di Mina come
presentatrice-conduttrice-intrattenitrice-diva-personaggio complessivo che
ospitava nel suo spazio figure illustri del tempo, personaggi come Totò,
Mastroianni, De Sica, 12 Panelli, Walter Chiari: a tutti Mina fece da
“spalla” in modo personalissimo. Con molti di loro la forma “dialogo” si
realizzò in duetti dall’apparenza estemporanea, ma divenuti poi esemplari:
ricordo qui - oltre a quello con Alberto Lupo che costituiva la sigla di Teatro
10, del 1972, quindi in epoca “matura” rispetto
alla consapevolezza della versione “dialogica” di Mina - quelli con Luttazzi,
Dorelli, Gilbert Becaud, Caterina Valente, Lucio Battisti, Astor Piazzolla.
Un’altra notazione sulla
questione della lingua riguarda il nome proprio, segno di identità nel quale
sono però racchiuse maschere, narrazioni, modi d’essere che travalicano
l’identità e
la frantumano. Il
vero nome di Mina è Anna Maria Mazzini: iniziò la sua carriera come
Baby Gate cantando in inglese,
secondo la moda degli “urlatori” della fine degli anni ’50. Cambiò però
presto il suo pseudonimo in Mina, senza cognome, e tale è rimasta. Nome
d’arte di suo fratello, cantante anche lui, da lei sostenuto e lanciato in
televisione, morto prematuramente in un incidente d’auto con grandissimo
dolore di Mina, fu Geronimo, come il capo Apache. E tra i nomi, va menzionato
anche il celebre soprannome, “la tigre di Cremona”, che si dice le sia stato
attribuito da Natalia Aspesi e che però lei non amava, pur essendo la Aspesi
una sua amica, che ha scritto grandi e intelligenti cose su di lei.

La moda
Possiamo parlare di uno “stile
Mina” caratterizzato da due tensioni opposte: da un lato Mina è nei 60 una
figura esteticamente in mutazione costante, del peso, della pettinatura, del
colore dei capelli, del look; dall’altro lato, però, esiste in lei un’unità
forte stilistica permanente nel tempo che ha come suoi elementi caratterizzanti
innanzi tutto la voce e le sue modulazioni, poi il trucco – con la scelta a un
certo punto di depilare completamente le sopracciglia –, infine la gestualità,
quella gestualità consapevole del sabato sera, raffinata e solo apparentemente
goffa, sexy e familiare allo stesso tempo. Nel volto, volta a volta più tondo o
scavato a seconda delle diete e delle gravidanze, il naso la identifica e lei lo
porta con grande orgoglio, come pure i due nei nella parte bassa della guancia
destra. Il trucco è pesantissimo, in alcune fasi eccessivo. E’ probabilmente
questa una delle ragioni per cui Mina è da tempo un’icona gay.
Certamente lei fece la moda e
determinò lo stile Mina nella versione in cui la ricordiamo prevalentemente:
capelli corti con la riga al lato e le basette, abito lungo scuro con scollatura
a V profonda e spalle nude, scarpe col tacco alto e massiccio. Ma le varianti
sono state diverse.
Nel 1961 al Festival di Sanremo
la casa discografica volle che indossasse
un abito ridicolo con gonna a
palloncino e tessuto stampato a grandi pois blu: cantava “Le mille bolle
blu”, “accoppiata” con Jenny Luna, ma quell’abito non era certo il suo
genere.
La versione procace in minigonna
vertiginosa la rese “ragazza” del suo tempo. Quella magrissima e fatale con
i riccioli ossigenati fu una maschera quasi irreale.
In Conversazione, da Sabato sera
del 1967, viene realizzato un antesignano del videoclip, basato su
giustapposizioni del gioco bianco/nero con Mina che indossa abiti Capucci e cita
visibilmente nel trucco e nelle pose
la modella Benedetta Barzini.
Sempre nella stessa
trasmissione, una parodia sul lusso e l’abbigliamento settecentesco sulle note
del “Valzer di un minuto” di Chopin, “Questo
Settecento”. Un anno prima l’aveva fatto Barbra Streisand, ma non così
bene, né sul piano musicale né su quello spettacolare e coreografico. Mina
gioca con i suoi nei sul viso, che diventano tre – due veri e uno finto; gioca
a sedersi con la crinolina sotto la gonna, come farà molti anni dopo la
protagonista di Orlando nel film di Sally Potter, e si muove in una Reggia vera,
mentre la Streisand si accontenta di scene dipinte.
Nel suo modo di essere alla moda
entra profondamente la sua vita privata: per esempio la gravidanza, che
la ingrassa. Le
sue scelte di vita furono “scomode” nel clima rigido della Rai dei primi
anni ’60, con il codice di Filiberto Guala ancora imperante. Ma allo stesso
tempo la televisione si riempiva delle istanze e dei “rumori” provenienti
dalla società, e Mina ne fu anche un tramite. In questo senso, interagiscono
nel suo personaggio due tensioni contrapposte: la moda – non solo quella
vestimentaria, ma la moda come modo di essere, come stile, appunto – che ne fa
un modello da imitare, o che comunque la rende personaggio pubblico, sottoposto
alla approvazione sociale, da un lato; un vero e proprio dandismo al femminile
che la rende però unica, irripetibile, e con il quale si motiva probabilmente
anche la sua scelta di “sparire” dalle scene, dall’altro. In questo
dandismo si struttura anche una modalità assolutamente unica di realizzare il
genere sessuale come performance - per riprendere Judith Butler -, come
mascherata pubblica che però trova radici profonde nel vissuto individuale. La
costruzione del mito si produce anche nella indistinzione del confine tra
l’immagine pubblica e il privato, in un andirivieni intessuto anche nei testi
delle sue canzoni in cui molte donne si identificavano.
Mina è la prima e forse
l’unica diva della televisione italiana, e in quanto tale preannuncia,
attraverso indizi, alcuni tratti di una postmodernità che ha dimensioni non più
solamente “italiane”.

Intertesti
Proverò a indicare alcuni di
questi indizi. A cominciare dalla reciproca interferenza tra diverse forme della
testualità visuale, che prefigurano generi nuovi, come il videoclip, secondo
una via che veniva sperimentata in quel periodo anche in altri contesti
culturali internazionali.
Abbiamo già detto delle prove
di videoclip realizzate da Falqui. Prove che si riproducono nella serie di spot
pubblicitari realizzati per la Barilla dal 1965 al 71 nella forma breve del
genere creato appositamente per lo spazio di Carosello.
Successivamente Mina fa da
testimonial per
la cedrata Tassoni
, in spot nei quali vengono riprodotte situazioni del “canone televisivo” di
Mina, oppure le atmosfere della Bussola, o infine, fino al 1978 per Tassoni,
vengono realizzate delle riprese in esterni che hanno la struttura vera e
propria dei primi videoclip.
Dopo il 78, il corpo di Mina
scompare fisicamente da ogni manifestazione pubblica, anche dalla pubblicità,
nella quale resta però per molti anni la sua voce, per spot Tassoni, Wind e
Fiat.
Per concludere, un cenno
all’operazione di citazione che in questi ultimi anni ripropone la Mina dei
60: la voce di Nicky Nicolai. Cito dunque creo, come dice MR Dagostino: la
citazione musicale – strategia frequentissima nella storia della musica - nel
caso di Nicky Nicolai riproduce lo stile, l’accento, finanche le inflessioni
vocali e i vezzi fonologici di Mina, facendone rivivere, come accade nella moda
del vintage (che vuol dire vendemmia d’annata), l’assoluta unicità, come un
vino di ottima annata, appunto.

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