Mantelli di porpora

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(pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 27/9/2007)

 

I “mantelli porpora” attraversano sotto la pioggia scrosciante le strade di Yangon: erano poche decine, sono diventati centomila, e altre decine di migliaia si sono aggiunte nelle maggiori città della Birmania, o Myanmar, come si usa anche chiamare il Paese dopo il colpo di stato del 1988. Sono immagini che colpiscono, quelle dei monaci e delle monache buddisti che manifestano contro il regime dittatoriale al potere: colpiscono per la loro giovane età, per i loro canti tra le pozzanghere, per la loro compostezza e determinazione, per la capacità di coinvolgere i cittadini con semplici gesti e convinzioni chiare, e, non da ultimo, colpiscono per i loro colori e il loro aspetto. La lunga fascia di tessuto grezzo color porpora avvolta sui loro esili corpi è uno di quei segni forti destinati a restare nella memoria visiva del nostro secolo insieme a quegli “scatti” che sono come emblemi dei grandi cambiamenti: la manifestazione per i diritti civili degli afroamericani al Lincoln Memorial di Washington nell’agosto 1963, con il sogno sincopato del discorso di Martin Luther King; le folle a Berlino che buttano giù il Muro; Piazza Tien An Men. Più indietro nel tempo, più simile anche nell’aspetto ai monaci birmani, il Mahatma Gandhi, anche lui esile con una tunica indosso, anche lui semplice ed essenziale nel suo messaggio universale di non violenza. E non si può che sentire nella pelle un brivido nel guardare il fotogramma che sta facendo il giro del mondo, per quanto sfocato e tecnicamente imperfetto, in cui si vede il premio Nobel Aung San Suu Kyi minuta ma fortissima, che saluta i monaci e la folla in marcia congiungendo le mani dietro i militari armati di scudi che la trattengono agli arresti domiciliari.

Si dice che l’abito non faccia il monaco, eppure in questo caso abiti e monaci sembrano rappresentare, proprio nella loro immagine, una potenza imprevista e dirompente sia per il sistema politico liberticida birmano sia per il sistema mediatico globale. I fiumi umani color porpora, intervallati da pezzi di giallo-arancione, si snodano tra le vie accompagnati dalla folla crescente. I manifestanti portano ombrelli, megafoni, bandiere, striscioni. I monaci esprimono una forza tanto più deflagrante quanto più non violento e sereno è il volto di ognuno di loro. La testa rasata, i piedi scalzi, gli occhiali tondi con la montatura di metallo che qualcuno porta sul naso, i mantelli drappeggiati sul corpo, ciascuno in modo unico, sono segni che non abbiamo l’abitudine di vedere ogni giorno. Parlano direttamente agli occhi e alle coscienze del mondo perché non ci permettono di indugiare in ammirazione compiaciuta per l’ “esotico”. Né ce la caveremo con qualche stilista impegnato e “orientalista” che potrà trarre fonte di ispirazione da quelle tele e quei colori.

Piuttosto, guardiamo noi stessi e i nostri emblemi: quali immagini di folle e di piazze siamo assuefatti ormai a conoscere comunemente? Le orde da stadio imbestialite che si fronteggiano o che esultano con urla gutturali e slogan violenti; i corpi denudati al sole e ammassati sulle spiagge che ballano a ritmi assordanti secondo le ultime mode delle estati a Rimini o a Ibiza; le automobili bollenti ferme in coda sulle autostrade in agosto; le rassegne delle Miss sciocchezza Italia. Perfino le nostre manifestazioni di piazza politiche o culturali, anche le più serie, difficilmente riescono a contenere tanta dignità in grado di scuotere dal profondo le coscienze, difficilmente si staccano dall’essere ripetitive copie di se stesse in altri luoghi ed altri tempi.

Il porpora è un colore onorifico e solenne, simboleggia presagi positivi e, accompagnato al giallo, appartiene alla gamma dei colori solari che il buddismo usa per abiti e bandiere. Questo colore conferisce ai cortei birmani una dignità che è tutto il contrario della disperazione e una forza comunicativa che è l’esatto opposto dell’integralismo di ogni tipo. Il buddismo è infatti una filosofia, non una religione, è una “via” che non prevede né inferni né castighi terreni. Perfino le sue vittime che si immolano, come i bonzi che si diedero fuoco a Saigon nel 1962, ricordati giorni fa in un bell’articolo di Bernardo Valli, sono state in grado in casi come quello di compiere gesti silenziosi, ma densi di un significato che interrompe e spiazza il modo consueto e scontato di intendere anche i gesti più estremi.

Le ultime notizie parlano di militari che fronteggiano con la forza i cortei pacifici e di morti tra i monaci. I manifestanti stanno issando come emblema il pavone, vecchio simbolo dell’indipendenza dai britannici, che venne usato anche dagli studenti nel 1988 quando le manifestazioni furono sanguinosamente represse. Non permettiamo adesso che il fiume di porpora si fermi, ma diamo una possibilità alla democrazia.