Patrizia
Calefato / recensioni e discussioni su Lusso
martedì, 23
dicembre, 2003
Gillo Dorfles
Sono solo riti tribali
non chiamateli lusso
Gli eccessi dei nuovi
ricchi per nulla somiglianti agli antichi splendori
ELZEVIRO Cultura e «haute
couture»
Fino a che punto il lusso equivale
al non plus ultra del gusto? O, al contrario, il lusso è quasi sempre un
equivalente del kitsch? Credo che sia soprattutto una ragione sociale a far sì
che tutto ciò che un tempo permetteva di identificare lusso e buon gusto (per
esempio nel ' 700: damerini e dame con la crinolina, ma anche «Las meninas» di
Velázquez o i trumeaux barocchi) oggi quasi sempre corrisponda a tutto il
contrario d' un' arte autentica. Saranno le comunicazioni di massa, sarà la
produzione di serie, sarà il livellamento che domina l' attuale «estetizzazione
globalizzata»? Fatto sta che la raffinatezza, l' anticonformismo, l' originalità,
difficilmente si alleano al lusso, che sempre di più si allontana dalla «vera
arte» per decadere a equivalente di ricchezza sfacciata, «nouveaurichisme»,
sguaiatezza di magnati analfabeti. Eppure il lusso d' un tempo - quello delle
grandi corti europee - o anche asiatiche (non saudite!), quello delle stanze
vaticane o delle ville medicee, equivaleva senz' altro all' apice della «artisticità»
epocale. Era certo un lusso invitare a Genova Velázquez: i palazzi di via
Garibaldi ancora lo attestano. Ma oggi dove si è rintanato il «vero» lusso e
non l' esibizione pacchiana della ricchezza; non la caccia affannosa alle
griffe, della moda, dell' oggetto industriale «firmato», (vedi lo spremilimone
di Philippe Starck o la libreria a spirale di Ron Arad), l' albergo a cinque
stelle, anche se gremito di carovane turistiche giapponesi (e domani cinesi)?
Credo che il «vero lusso» si possa ormai identificare soltanto con l' eleganza
autonoma: non quella della haute couture d' annata con le ritrovate d' una moda
che nessuno indosserà, ma semmai con quella démodé ieri l' altro risfoderata
con garbo. Non bisogna peraltro identificare tout court il lusso e la moda e
neppure il lusso con il démodé. È, infatti, dello stesso parere Patrizia
Calefato - autrice d' un vivace saggio (Lusso, Meltemi), sociolinguista dell'
Università di Bari - quando afferma: «L' abito di haute couture di oggi è
fatto proprio per non essere mai portato, né indosso né a compimento». E
ancora: «Una sensazione prossima alla nausea accompagna questo genere di
eccessi: barboncini tosati e imparruccati come una dama del Settecento, con
collari di platino e diamanti. Divani tappezzati in zebra e leopardo. Abiti in
tessuto maculato...». È un' osservazione, del resto, applicabile a infiniti
altri settori e altre situazioni: quello che un tempo era stato un lusso oggi è
diventato spesso una banale esperienza quotidiana. Forse per una
democratizzazione accelerata? Non lo credo; anzi, piuttosto per un miglioramento
economico cui non corrisponde un equivalente miglioramento culturale. Ecco, un
solo esempio, tra i mille: quando oggi viaggiamo - quasi come in un carro
bestiame - sugli aerei di linea (sui quali, di recente mi è stato offerto come
tutto rinfresco un semplice bicchier d' acqua), viene fatto di riandare con la
memoria ai primi voli transoceanici del dopoguerra, quando - scortati con
reverenza dalle hostess fino al proprio posto cuccetta - si aveva la sensazione
di appartenere a una classe (anzi a una «casta») eletta sfiorando i vertici
della lussuosità. Evidentemente la massificazione, la globalizzazione non
possono che uccidere il lusso. Come afferma anche Calefato: «Oggi, la
globalizzazione nega ogni distanza possibile e travolge la pacificazione
modernista garantita dall' esotico; il lusso invade così in forma terroristica,
ogni spazio mostra la sua differenza spezzando ogni altra possibile differenza.
I suoi non luoghi sorgono come sfida diretta ai luoghi delle culture». Sarà
troppo lusso? diceva una mia nonna quando le portavo un mazzo di fiori per la
sua festa. Oggi vorrei sapere cosa «sarà troppo lusso» di fronte agli
infiniti regali riversati sui bambini (e gli adulti), al continuo acquisto di
nuovi aggeggi elettronici, a telefonini e computerini mai abbastanza
perfezionati (anche se poi non del tutto utilizzati). E soprattutto: non è
certo un vero lusso il viaggio alle Seychelles, vestire Armani (parlo dell' «Emporio»)
o ammirare la griffe di Gucci, attraverso il sistema (citato dall' autrice)
della lettera «G», rasata sul pube delle modelle e «diventata sempre più
esplicitamente una unicità seriale». Non ritengo, comunque, che sia un segno
di lusso il «G» pubico; come certo non lo è il piercing ombelicale o linguale
(per non parlare di quello «capezzolare»). Anzi, direi che è proprio il
conformismo di queste pratiche a costituire l' antilusso, anche se molti dei «pierciati»
non se ne sono ancora resi conto. Ebbene, proprio qui sta l' equivoco: non è il
lusso che cercano questi adepti alle microtorture, ma l' adesione all' etica del
clan, che in fondo, è l' opposto del lusso. Perché il vero lusso dovrebbe
esprimersi nella opposizione alla serialità, al conformismo, a tutto ciò che
è massificato e iterato. Ma questa sacrosanta opposizione, purtroppo, risulta
quasi inesistente e forse non può più appartenere alla nostra società «democratica».
Corriere del Mezzogiorno
14 Ottobre 2003
MARILENA DI TURSI: Il lusso contemporaneo in cinque parole
Con il pensiero ai «Miti d’oggi» di Roland Barthes, una messa a punto dei
meccanismi dell’esclusività di massa nella società della globalizzazione
Unicità, spreco, eternità, ozio, benessere i concetti chiave di un saggio
della semiologa Patrizia Calefato
Cinque capitoli per il nuovo libro di Patrizia
CalefatoLusso
(Meltemi editore, Roma, pp.158, euro 16.00). Cinque parole chiave: unicità,
spreco, eternità, ozio, benessere, ognuna con i suoi sotto-indirizzi, a formare
una sorta di flow chart dove percorrere una nuova riflessione sul lusso nel
nostro tempo attraversando le caselle della seduzione, della bellezza, del
desiderio come della volgarità, del contraddittorio, dell’immorale o
dell’insensato. Del resto mai come in questo tempo la contemporaneità
mediatica dell'eccesso-lusso, vissuto in certi paesi della terra, si affianca
indifferentemente alla miseria e alla privazione estreme, basta sfogliare una
qualsiasi rivista dove una pagina di Gucci può irrompere in un servizio
fotografico sull’ultima carestia africana. Dunque il punto di vista non può
essere solo semiologico o sociologico ma deve necessariamente incrociare anche
sentimenti e colpe di chi come l’autrice, (docente di Sociolinguistica nella
facoltà di Lingue e di Scienze della Comunicazione dell’università di Bari)
abitando questo fronte del pianeta, non vuole risolvere tutto né nel moralismo
né nell’erudizione. Piuttosto parte riconoscendo la propria fragilità nei
confronti di un aspetto del nostro mondo del quale, chi non se ne è mai sentito
toccato o non ne è stato sedotto, dovrebbe scagliare la prima, famosa pietra.
«Il lusso è spreco, possesso eccezionale, distinzione senza prezzo. In questo
senso ne scrivo in questo libro, dove parlo di visioni contemporanee del lusso
incrociando la ricerca sociosemiotica, gli studi culturali, la riflessione
estetica. La stessa "scrittura" ho voluto rappresentasse il diverso
raggio del mio punto di osservazione. Il lusso mette oggi in scena l’eccesso
oltre ciò che meramente serve a uno scopo, oltre ciò di cui c’è
semplicemente bisogno. Lo mette in scena in maniera scomoda: come discesa agli
inferi, dove il lusso vive l’altro lato, quello in ombra, "parte
maledetta" come direbbe Bataille; ma anche come incontenibile ascesa verso
gli spazi del desiderio dove si esaltano la magnificenza e lo splendore». Ed
ecco che il viaggio nell’immateriale concretezza del lusso si fa non solo col
proprio bagaglio culturale e specialistico di studiosa ma anche cedendo a
ricordi familiari, a riflessioni personali o parlando al personaggio di una foto
su Vogue Italia del ’68.
Una forma di saggio piuttosto inedita che attraversa i territori della pubblicità,
della moda, dei gioielli, dell’arredamento e quant’altro e in cui affondi
biografici si sovrappongono a lucide analisi a tutto campo, in una struttura
ancora devotamente in debito con quei Miti d’Oggi che Roland Barthes
scriveva negli anni Cinquanta e in cui tentava un primo spietato smontaggio
semiologico dei riti della società di massa. Lusso, per certi versi, ne
costituisce un piacevole aggiornamento, calato nelle inquietudini del nuovo
millennio dove anche la banalità di un gesto o di un oggetto di disarmante
insignificanza può assumere il carattere smodato dell’audacia o della
singolarità per pochi eletti. Come accade nel capitolo sull’ozio e il viaggio
dove compare anche la Puglia tra quei non luoghi dove esotico, esclusivo e
rustico si fondono in un’impersonale sembianza: terapie ayurvediche, Jacuzzi
extra large, insinuate tra le distese di ulivi delle masserie pugliesi super
lusso dove eleganti signore imparano la ricetta della tiedd. Pratiche ormai
glocali di fronte alle quali l’autrice, pugliese doc, prova ancora un sano ed
efficace spaesamento con cui intreccia ricordi di sbarchi di albanesi e curdi e
la consapevolezza che l’accoglienza levantina non riguardi solo
l’agriturismo a cinque stelle. Ebbene ogni discorso sul lusso non può
trovarci mai distaccati, sia affrontandolo sociologicamente, sia sul piano
personale. Ne restiamo coinvolti quando l’indichiamo come una risorsa
seduttiva per difendere l’opulenza che il mondo occidentale non sa più come
giustificare agli occhi del resto del pianeta, ma anche perché realizza i
desideri finalmente slegati dai bisogni e, si potrebbe temere, rappresenta forse
un bisogno esso stesso, un super bisogno umano per camuffare l'insaziabile
pulsione al possesso.
Trullishire, boutique e ville del Salento.
Ecco i must di Puglia
E' possibile individuare dei luoghi del lusso in Puglia? Seguendo le categorie
con le quali Patrizia Calefato ha analizzato il fenomeno abbiamo cercato con il
suo aiuto di disegnare una possibile mappa cominciando dai segni, dai marchi e
dalle rarità. «In questo gruppo che ho chiamato dell'unicità
entrano tutti i negozi che vendono prodotti esclusivi dove non si ostenta più
la griffe ma la qualità. Tra gli oggetti di culto, un'appetibile borsa o scarpa
di Gucci oggi deve essere understatement e portare la firma rigorosamente
nascosta, mentre preziosi e costosissimi maglioni in cachemire o in filati di
ardua reperibilità impongono il proprio valore non più in rapporto al marchio
ma al materiale. A Bari in questi ultimi anni si sono moltiplicati gli show room
legati alle più importanti maison, dei monomarca tra i quali l'ultimo nato è
proprio un negozio riservato solo al cachemire, declinato in oggetti eterogenei
dalla borsa alla pantofola». Pensando ancora alla categoria degli 'imperdibili', cosa suggerisce a
proposito dei lussi legati allo svago?
«La Puglia è entrata di diritto in uno dei capitoli del libro grazie alle sue
masserie di charme Torre Coccaro e San Domenico, recuperate anche in quegli
ambienti un tempo legati alla produttività e consacrate ad un turismo d'elite.
Il caso di San Domenico è il più eclatante con il suo green, un magnifico
campo di golf da 18 buche, dalla perfetta manutenzione e inserito in uno
scenario molto poco british con muretti a secco, ulivi e una striscia di mare.
Un perfetto esempio di come la rusticità sia stata convertita in un valore
elitario». E se ci spostassimo in città?
«Penserei sicuramente ai centri benessere, spazi che hanno sostituito le terme
romane e che servono per la cura del corpo e per la convivialità. Vi si pratica
l'otium, nell'accezione latina di meditazione e raccoglimento. Sono ormai
frequenti anche da noi: l'ultimo nato a Bari si trova non a caso nella
città vecchia, fondale ideale dei nuovi riti urbani». Passiamo alla ristorazione, cosa suggerisce per i palati che vogliano
sfuggire alle infinite varianti vernacolari della nostra cucina regionale?
«Nei pressi di Ostuni, il Mavu è uno di quei luoghi particolarmente trendy che
offre ambientazioni minimaliste nei quali il lusso è dato per sottrazione, come
prescrive il più aggiornato interior design. Un contesto che si presta
benissimo ad ospitare una cucina di segno orientale con annesso sushi-bar». Finiamo comunque per rimanere nella zona del Trullishire, per dirla con una
felice etichetta che riassume la rinascita turistica di questa parte della
Puglia. «Non è un caso che la nostra regione abbia riscosso un così grande
consenso di presenze turistiche d'elitè perché ha cominciato ad offrire
prodotti enogastronomici di grande livello. Vino e cibo mediterranei come
simboli di lussurie alimentari immersi in un paesaggio dal fascino ancora
incontaminato». Un capitolo del libro è dedicato ad un tipo di lusso legato al concetto di
eternità in cui si elencano tra gli altri i maestosi luoghi dello spreco come
per esempio le torri di Dubai. Quale location sceglierebbe per calare il
concetto anche nel nostro territorio?
«Alcuni episodi di barocco leccese ridondanti ed eccessivi nelle decorazioni o
le splendide ville salentine, come quella di Santa Cesarea, per esempio, dove l'
esuberanza stilistica si spinge a recuperare suggestioni orientaleggianti ai
limiti del kitsch».
L U S S O MADE I N P U G L I A
Esclusività
Spettacolarmente collocato davanti a uno dei più bei tratti di mare di Puglia,
il Golf Club San Domenico di Savelletri di Fasano è un esempio da manuale di
"rusticità" convertita in valore elitario: green curatissimi tra
muretti a secco e ulivi secolari. Una variazione sul tipo rispetto alle grandi
masserie convertite al nuovo turismo d’elite. Benessere
Nell’antichità c’erano le terme, nel mondo islamico e orientale gli hamam,
oggi ci sono i centri benessere che servono sia per la cura del corpo che per la
convivialità: non a caso l’ultimo nato a Bari ha trovato i suoi spazi in
piazza Mercantile, il centro della nuova movida cittadina. Unicità
Le boutique del lusso internazionale sono di casa anche nelle nostre città, ma
la corsa alla griffe degli anni scorsi è ormai un ricordo: si punta piuttosto
all’understatement anche con i materiali più preziosi, alla riconoscibilità
degli abiti e degli accessori che si indossano da parte di una comunità di
"iniziati". Eternità
Villa Sticchi a Santa Cesarea Terme, un episodio di liberty orientaleggiante ai
limiti del kitsch come molto barocco salentino. Minimalismo
Il lusso dato per sottrazione è la cifra di alcune delle più belle discoteche
di Puglia come il Mavù di Locorotondo con il suo allestimento en plein air di
taglio minimalista che punta sulla raffinatezza più che sulla ridondanza.
Liberazione
26-10-2003
VALERIA MUCCIFORA: Quando è di scena
l'eccesso
In libreria “Lusso”, della sociologa
Patrizia Calefato. Uno studio delle implicazioni economiche ma anche umane di un
desiderio che il bisogno non prevede
Leggi severe ne hanno periodicamente limitato l'esibizione in tempi passati, e,
in loro assenza, sono stati il buon gusto o il senso dell'opportunità a
frenarne le manifestazioni più eclatanti. Stiamo parlando del lusso.
A qualcuno potrebbe apparire una scelta stravagante, quella di dedicare in
questo momento un libro a un concetto che da sempre è in odore di scorrettezza
politica priva di qualunque redenzione, ma l'analisi fredda e lucidissima di
Patrizia Calefato ("Lusso", Meltemi editore, 2003, euro 16,00) origina
da uno sguardo che sa mantenersi alieno sia da un'incantata fascinazione sia da
ogni moralismo per indagare le funzioni simboliche, economiche e immaginifiche
di uno dei discorsi più rilevanti e rivelatori della postmodernità.
Una passione descrittiva glaciale, insomma, che a partire dalla nozione di
"dépense" ("dissipazione"), elaborata alla fine degli anni
'40 da Georges Bataille, intraprende un viaggio nell'immateriale verso la
progressiva ridefinizione di un concetto che alla materialità resta comunque
necessariamente legato. "Riproducibilità tecnica del sublime", ecco
un modo possibile per riassumere la funzione dello "spreco, possesso
eccezionale, distinzione senza prezzo" che il lusso rappresenta.
Allora si chiarisce la distanza incolmabile che separa questo dal semplice
consumo, del quale rappresenta invece l'oltre illimitato e imprevedibile: il
lusso è l'eccesso dell'ordine stesso della rappresentazione i cui segni, pure,
Roland Barthes aveva già individuato come "folli" (S/Z, Einaudi, p.
42) rispetto a ogni possibilità di determinazione ottenibile per via
indiziaria.
Finita con la cosiddetta "democratizzazione del lusso" (una
contraddizione in termini irriducibile), l'opportunità di riferire il possesso
e soprattutto l'esibizione di certi articoli all'esibizione di uno status che a
questi doveva quasi di necessità essere collegato, il lusso incarna oggi
piuttosto la chance - realizzabile o invece fruibile solo a livello di
immaginario - di "una rottura nella media del vivere". Occasione rara.
"Ristretta" definisce Bataille quell'economia che si preoccupa della
produzione e dello scambio delle ricchezze; e invece "generale" quella
di respiro più ampio, che può contemplare gli eccessi (come il dono) e, festa
lussuriosa e lussuosa dei segni, il non quantificabile, il benemale (ma il lusso
scarta strutturalmente dall'applicazione automatica delle categorie etiche) di
sacrificio e spreco che il lusso fa piuttosto convivere simultaneamente. Ecco
allora qual è l'ultima chance di spettacolo vero della società, quella che
trascende usi, consumi e vetrinizzazioni possibili e invece svela alcuni dei
momenti fondativi della nostra storia simbolica.
Vale, come spiega Calefato, per l'alta moda che crea pezzi unici che vivono
nella perfezione dell'incompletezza, per i diamanti dai prezzi inarrivabili, ma
anche per i corpi delle donne, per la guerra e per Las Vegas. Estasi e tormento,
piacere e colpa, il lusso è stato ed è per sempre fuori misura del possesso.
Rarità, unicità, assoluto del peccato.
lunedi 01 Marzo 2004
L’abito non è di lusso
senza ori e diamanti
di Enrico Maria
Albamonte
«Non c’è nulla di più necessario del superfluo»
scriveva beffardo Voltaire. Ebbene oggi, a dire il vero, non c’è nulla di più
solido di un diamante, tanto nelle quotazioni del mercato quanto in quelle del
talamo. Basta richiamare alla memoria la campagna pubblicitaria su cui la De
Beers, che da almeno 50 anni produce la preziosissima pietra, ha investito cifre
da capogiro coniando il celeberrimo claim «Un diamante è per sempre». E su
quel «sempre», carico di inquietante efficacia semantica e simbolica, come
suggerisce poi lo stesso Ugo Volli nel suo Block modes, si potrebbe dibattere e
riflettere molto a lungo. In realtà nell’immaginario collettivo i gioielli
hanno finito per rappresentare dei veri e propri amuleti perversi della vanità
femminile asservita alla libido del maschio, fino a suggerire al grande
semiologo Roland Barthes la definizione di gioiello come «oggetto infernale».
Non è molto difficile giungere a questa conclusione, come si intuisce leggendo
l’ultimo lavoro di Patrizia Calefato Lusso edito da Meltemi Melusine in cui la
semiologa barese, descrivendo le prime scene del megaflop cinematografico Femme
fatale di Brian de Palma, coglie lucidamente il ribaltamento del vangelo
estetico di Wilde insito nella sentenza «O si è un’opera d’arte o la si
indossa». Nel caso della top Rie Rasmussen che sfoggia il serpente tentatore
d’oro e diamanti come «abito astratto, di fatto superfluo come indumento»,
l’autrice osserva come il corpo femminile sia ridotto a una «moneta vivente»
secondo un’espressione cara al regista Pierre Klossowsky che non a caso vede
in attrici e modelle delle «schiave industriali». Al di là delle valutazioni,
il gioiello, senza menzionare le acrobazie decorative di Swarowsky che trasforma
gli abiti in pezzi da caveau, il gusto affettuosamente rétro di Bulgari, l’artigianalità
di Damiani e naturalmente la passione artistica di Buccellati, è un business
che sempre più ingolosisce i colossi della moda. In questi giorni per esempio a
Milano stilisti come De Benedetti, Dirk Bikkembergs, John Richmond, Exté o La
Perla esprimono la loro creatività sull’oro. Da Boucheron si infrangono
antichi tabù, esplorando nuove frontiere come nell’ultima collezione «Non
bourgeois», quasi una lettura neo grunge dell’esclusività odierna dove la
creativa della maison, Solange Azagury Partriage, si è cimentata in piccoli
oggetti d’arte di conturbante modernità.
Mercoledi 31 marzo 2004
Lusso, ostentato o discreto,
sempre smisurato
Di Rossana Sisti
Tutto al top: limousine e palazzi
di cristallo, sete e lane pregiate, yacht miliardari e ville da favola, auto
stratosferiche, gioielli e pietre preziose, supertecnologie. Il meglio al
massimo prezzo, anzi senza prezzo. Cose rare, uniche, opportunità e scelte che
vanno oltre i confini del comune pensare e desiderare, al di là del bisogno,
tra i territori dell’esorbitante, della magnificenza e dello splendore, della
misura smisurata e spesso dell’ostentazione. Terreno scivoloso quello del
lusso, così lontano dalla misura corrente delle cose da suscitare
contemporaneamente odio e amore, suggestioni e fascino, disprezzo e condanna. Già,
perché occuparsi del lusso oggi, quando la miseria del mondo suggerirebbe
attenzione verso ben altro?
Argomento scomodo, solo apparentemente frivolo, il lusso è un «tema di
transito», come suggerisce Patrizia Calafato, di professione sociolinguista,
docente alla facoltà di Scienza della comunicazione all’Università di Bari,
nel suo saggio intitolato appunto Lusso uscito nella collana delle Melusine di
Meltemi (pagine 158, euro16). Un tema che permette attraverso parole e
contraddizioni, oggetti, scene, passioni e visioni contemporanee di raccontare
l’eccesso come modello estetico, economico e culturale del nostro tempo. «Parole
come unicità, spreco, eternità, ozio-viaggio, benessere – spiega Patrizia
Calefato – sono il lessico dell’estetica contemporanea che si muove attorno
a due contraddizioni: sovrabbondanza e nascondimento. Da un lato
l’ostentazione della ricchezza: l’isola artificiale nel mare di Dubai, i
grattacieli di Shangai che sembrano realizzare il sogno di toccare il cielo,
l’opulenza barocca dell’alta moda, gli alberghi deliranti di Las Vegas che
imitano l’Italia, il viaggio nello spazio del miliardario eccentrico;
dall’altro il lusso come benessere, quel «prendersi il lusso di…», spazio
e tempo per sé, oggetti unici e con quella distinzione speciale nel quale il
marchio tende a dissolversi. ll lusso fatto di nascondimento piuttosto che di
ostentazione: le scarpe con la griffe non evidente, autenticamente realizzate su
misura da abili artigiani, il profumo personalizzato, la villa invisibile agli
occhi dei più». Lussuoso è il tempo d’attesa per la consegna di un’auto
prestigiosa e l’eccentricità del materiale pregiato, i particolari che
esigono manualità ed estrema cura. Lussuoso il vissuto evocato e incorporato
nelle cose, quella giacca che già Lord Brummel faceva portare al suo valletto
perché non apparisse nuova di pacca, il gioiello creato per Jakie Kennedy o
l’abito storico disegnato per Marilyn per la serata degli Oscar. Irripetibili.
Quelli e non gli altri, che la serialità della moda ha replicato per il consumo
di massa.
«Il lusso non è democratico – continua Patrizia Calefato – la possibilità
che tutti abbiamo di comprare un oggetto di grande marchio o di fruire di
servizi a molte stelle ci fa pensare di appartenere al mondo di una élite
esclusiva. Al contrario questi piccoli lussi standard – una Jacuzzi o una
crociera in prima classe, una borsa superfirmata – accrescono la frattura con
l’autentico lusso, nel senso potente che la parola ha. Cioè dispendio
incontenibile, eccesso vistoso, esorbitante. Termine mutuato direttamente dal
latino luxuria, profusione di vegetazione, esuberanza, sovrabbondanza di cibo,
vizi e ricchezze. Lusso è puntare alto. Extra-extra-large. Non è affittare la
limousine per un giro a Manhattan ma potersi togliere lo sfizio di un viaggio
nello spazio anche se non si è astronauti. Con un gioco di parole mi sono
divertita a forzare per assonanza i significati di parole come lussare,
lussazione – che con l’etimologia di lusso non c’entra nulla – ottenendo
suggestioni interessanti: l’idea del lusso come qualcosa che si mette di
traverso, che spezza la media del vivere». E che proprio in virtù della sua
eccedenza rimanda all’idea di spreco insensato, di perdita inutile, di
sacrificio». E qui la riflessione incrocia quel dispendio massimo di energie
che è la guerra, un «lusso antropologico», consumo esorbitante di vite umane
e di risorse economiche. «Lusso è il sacrificio umano, il possesso e il
dispendio di altissima tecnologia, sono i palazzi di Saddam, i tesori dei
dittatori ma anche la foto di moda che mette in primo piano il tailleur sullo
sfondo delle macerie di una casa distrutta dalle bombe, il completino mimetico
con il simbolo della pace ricamati in paillette. Il gesto violento
dell’ostentazione, dell’oggetto di lusso mostrato nella sua brutalità, come
lo schiaffo in faccia a chi non ha di che sopravvivere. È Il lusso che stride,
che detestiamo, che condanniamo e deprechiamo, ma che finisce talvolta per
rassicurarci rispetto al pericolo, persino alla morte. Un gioco di rimandi, di
contraddizioni e di contrasti infiniti che il lusso mette in essere e che spaesa
anche lo studioso che pur guardandolo senza moralismi né pregiudizi ne sente la
forza stridente e contemporaneamente il fascino.
Il 13-3-2004, Lisa Ginzburg, curatrice
del programma di Radiodue "Il libro oggetto" regala "Lusso"
a Elio:
“Il
gioiello è un oggetto infernale”.
(Roland Barthes)
In una società come
quella dei consumi che vive all’insegna del lusso più sfrenato, non
sempre se ne parla. Lo si sfoggia senza bisogno di spiegazioni.
L’autrice si assume quindi il compito di mettere a nudo il complesso
sistema di codici e di simboli che reggono la società contemporanea e
le danno ragione di essere.
Lusso è l’esistenza di un desiderio che il bisogno non prevede, è la
ricerca narcisistica dell’inutile. Secondo la Calefato la stessa
tecnologia diventa lussuosa quando è high tech, ovvero produce
oggetti inutili: ci si chiede a che serva possedere una connessione wireless,
un televisore con lo schermo ultrapiatto da 42 pollici, un organiser
da tasca, un lettore DVD portatile.
Lusso non è soltanto inutilità, ma anche esclusività: il vintage
è diventato una moda perché ha il potere di conferire unicità
all’indumento usato e non solo: è come se il capo possedesse lo
spirito di chi l’ha indossato precedentemente e regalasse un’identità
al nuovo proprietario (in caso non ne possedesse una).
L’autrice si interroga su molti aspetti tra loro paradossali, dalla
visione del lusso come ozio e relax a quella di spendere cifre
impossibili per compiere viaggi estremi da cui non si sa se si uscirà
vivi (e a questo proposito cito l’inquietante “Aria sottile” di
Krakauer). Dalla finta autenticità invocata da alcune tendenze new
age alla Venezia di plastica ricreata in un hotel a Las Vegas,
nulla sfugge allo sguardo lucido della Calefato che incrociando
riflessioni semiotiche, cinematografiche ed estetiche, dipinge un mondo
che è sull’orlo del collasso, ma lo maschera attraverso una supposta
eleganza.
Non per nulla, nota l’autrice, lusso e lutto suonano allo stesso modo
e, ai funerali come ai party, il colore d’obbligo resta
sempre il nero.
Recensione di Cristiana Astori
La discussione su Lusso alla
Libreria Feltrinelli di Napoli, 25 febbraio 2004, pubblicata sul sito degli
architetti napoletani: