Lezioni di Piano

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Patrizia Calefato / scienze e tecnologie della moda/ lezioni di piano

 

STRATEGIE IRONICHE DELL’ABITO NELLA SCRITTURA FILMICA DI JANE CAMPION

di DIANA CELESTE

 

Corpo rivestito e costume di scena

La cinematografia e gli abiti si incontrano nel richiamo ad un senso fondamentale : la vista. La superficie della pellicola e quella del corpo fanno appello ad una grammatica dello sguardo che ne riveli la mutevolezza e il succedersi delle maschere. Nel cinema, come nella performance teatrale, l’interpretare un personaggio significa innanzitutto calarsi nei suoi panni, letteralmente. Infatti da sempre l’abito è segno, poiché assolve la funzione sociale di indicare età, sesso, ruolo, attività svolte ecc. . Nella finzione scenica e filmica, queste funzioni del vestire vengono enfatizzate per diventare veicolo immediato di informazioni relative al carattere dei personaggi.

Gli abiti, quindi, in questi contesti, si tramutano sempre in costumi di scena che mascherano il corpo dell’attore reale per favorire il passaggio all’immaginario o il richiamo al mito.

Calefato ha introdotto il concetto di corpo rivestito (Calefato 1986 e 1996) inteso come il modo di essere al mondo del soggetto umano e di entrare in relazione con altri corpi attraverso la sua apparenza sensibile ed estetica.

Alla staticità dell’abito tradizionale si contrappone nella vita quotidiana la mutevolezza e l’ambiguità dell’abito “alla moda”, che, soprattutto per quel che riguarda certe passerelle d’alta moda, appare produrre corpi gender-fluid e transgender che sovvertono le regole vestimentarie e, in particolare, quelle relative al genere sessuale. Man sia l’abito tradizionale che quello alla moda si basano su due principi contrapposti : l’obbligatorietà e l’immotivato (Calefato 1986, p. 8). Le regole che sottendono le funzioni sociali dell’abito si fondano su di un piano di arbitrarietà che lega significante e significato. E’ proprio per entrambi questi principi che il corpo rivestito può essere scrittura : processo di significazione che espone le sue leggi riuscendo anche a prenderne le distanze attraverso l’esagerazione, l’ibridismo, la mutevolezza costante, sfociando in un effetto di ironia e parodia di se stesso.

L’abito dunque pone il corpo in rapporto con altri corpi, e in più i testi iconici elaborati attraverso i suoi segni visuali entrano in una rete di altri discorsi eterogenei, quali quelli della letteratura o dell’arte (ivi, p. 9).

Tra i discorsi con cui il corpo rivestito è interrelato, il cinema sembra avere un posto privilegiato dato che, mettendo in scena la corporeità mediante i suoi segni più superficiali, la reinterpreta, la costruisce e decostruisce nella rappresentazione delle leggi vestimentarie ; la complessità delle tecniche e dei linguaggi implicati nel cinema fanno sì che l’immagine estetica del corpo assuma una valenza ipersemantica e nello stesso tempo si apra alla sospensione del significato nel processo interpretativo al quale cooperano diversi codici e discorsi, sotto forma di scambio dialogico interno al cinema, ed esterno con lo spettatore.

Con De Lauretis (De Lauretis 1991) si può affermare che

 

... il cinema con le sue convenzioni formali e di genere altamente elaborate -convenzioni visive, narrative, acustiche, tematiche, ecc.- è uno degli apparati più  efficaci per la produzione di immaginario sociale, di forme pubbliche di fantasia, e quindi per la strutturazione del desiderio spettatoriale tramite la rappresentazione. (ivi, p. 9).

 

Nei suoi film, Jane Campion utilizza le tecniche cinematografiche in maniera tale da svelare e rovesciare i luoghi e i modi in cui i segni (inquadrature, piani, montaggio, suono, scena, abbigliamento, ecc.) riproducono il senso comune e lo stereotipo, soprattutto in rapporto alla rappresentazione del desiderio erotico intorno alla figura della donna.

In Lezioni di piano, ad esempio, i segni esteriori del corpo dei personaggi (abiti, tatuaggi, secrezioni) dicono del rapporto che essi instaurano con il mondo e con gli altri, assurgono a “scrittura” in senso ampio, a incisione della materia corporea che fa vedere i sintomi di un processo di ricerca di un desiderio autonomo, di un modo autonomo di interpretarsi. Inoltre, le trasgressioni degli abiti di Ada (Holly Hunter) sono un mezzo metacinematografico che mira ad evidenziare, smascherandone costruzioni e codici, il ruolo dello sguardo nella riproduzione dei cliché  e degli stereotipi della differenza di genere e della sessualità ruotanti intorno al desiderio voyeuristico e alla scopofilia : di questi ultimi, il cinema sembrerebbe nutrirsi ed essere fautore (cfr. Metz 1980).

I costumi sono abilmente orchestrati su un piano orizzontale, con la storia di Ada, e, su un piano verticale, cioè a livello di significante, con le tecniche di ripresa e di costruzione del montaggio interno a ciascuna inquadratura.

Vi sono scene in cui l’abito vittoriano, ricostruito nei dettagli, è messo direttamente a confronto, in un’unica visione, con il vestire ibrido e la superficie tatuata dei Maori, i nativi dell’isola, ottenendo come effetto un abbassamento parodico e un capovolgimento delle gerarchie dei valori imperanti. In altre scene, che sembrano riecheggiare un certo cinema dominante in cui gli abiti femminili assumono un potere erotico e feticistico, l’ironia al limite del grottesco scaturisce dal fatto che la distanza e lo sguardo presupposti dal feticismo sono sia evidenziati sia sovvertiti dalla tecnica di ripresa, che sottolinea piuttosto la priorità del tatto, mima il contatto dei corpi nella passione amorosa.

In Ritratto di signora, pur predominando la rigidità e la staticità dell’abito tradizionale dell’epoca vittoriana con una specifica funzione identificatoria tesa a definire l’identità sociale e sessuale dei personaggi, nonché la loro collocazione temporale e spaziale, la sensibilità della Campion nei confronti dell’apparenza estetica emerge nelle scene in cui l’abito diventa protagonista, staccandosi dal corpo e divenendo un elemento posticcio e claustrofobico, quasi castrante.

Crinolina e cappelli

La capacità creativa e comunicativa a cui accede Ada in “Lezioni di piano” è evidente sin dalle prime scene in cui una crinolina è posta “pornograficamente” in mostra per fungere da riparo dai venti notturni dell’isola. Illuminata all’interno da una candela, la tenda produce all’esterno un gioco di luci ed ombre. Così, la protagonista appare subito caratterizzata dalla capacità di esplicitare l’implicito tramite la sua enfatizzazione e visualizzazione : mettendo in mostra il sottogonna rende esplicite le implicazioni sessuali che sottendono i rapporti sociali tra i due sessi e, in particolare, l’approccio dell’uomo verso la donna ; visualizza e concretizza l’astrazione delle donne in sottana, in oggetti del desiderio maschile con la contemporanea scomparsa della persona reale : from outsider it is an odd shadow-play (Campion 1993, p. 17).         

La moda contemporanea, sia quella di strada che dello spettacolo delle sfilate, ci ha abituati alle trasparenze e alla visibilità voluta ed esibita degli indumenti intimi, tenuti di solito nascosti : il gioco seduttivo del vedere e non vedere si tramuta in gioco dell’esagerazione della visibilità di quegli indumenti che sono spesso oggetti di feticismo poiché si caricano, nei discorsi che costruiscono la rappresentazione del genere e nell’immaginario maschile, di potere erotico. Ada inverte la funzione coprente di quell’ennesimo strato di sottoveste, e sfiorando il grottesco, mette in luce il senso del posticcio, dell’arbitrario e della mascherata di quella hooped petticoat a cui sembra voler dare una funzione parodicamente più consona.

Tale immagine sembrerebbe rinviare anche alla lettura che Irigaray (Irigaray 1985) propone della concezione spazio-tempo e “dell’abitazione dei luoghi e degli involucri dell’identità”. L’idea del sottogonna da adibire a ricovero potrebbe significare la costruzione di un luogo in cui la figura femminile si ritrova, è la creazione di ciò di cui manca : un involucro proprio, dato che il suo corpo è l’ambito in cui l’uomo celebra il ritrovamento della sua dimora originaria.

 

Se la donna rappresenta tradizionalmente, e in quanto madre il luogo per l’uomo, il limite significa che lei diventa cosa con eventuali mutazioni da un’epoca storica all’altra. I suoi contorni sono di cosa. Ma il materno-femminile serve anche da involucro con cui l’uomo limita le sue cose (ivi, p. 14). 

 

La creazione di uno spazio proprio, in cui sentirsi al sicuro, rivendica l’appropriazione del luogo materno in cui ogni donna, così come ogni uomo, ha dimorato. La riappropriazione di questo spazio è quindi necessaria per la riappropriazione del proprio corpo come involucro di se stessa.

 

Ella è o diventa continuamente luogo per l’altro che non può separarsene. Minacciosa, dunque, senza saperlo né volerlo, per ciò di cui manca : un luogo “proprio”. Dovrebbe riavvolgersi da sé medesima, e due volte almeno : in quanto donna e in quanto madre. (...) Nel frattempo, questo problema etico si gioca sul versante della nudità e della perversità. (...) Gli abiti, i belletti, i gioielli sono ciò con cui cerca di darsi un involucro, degli involucri. (ivi, p. 15).

 

Ada sembra proprio che si riavvolga su se stessa, sia come madre che come donna, costruendosi un involucro col proprio sottogonna. L’appropriazione dello spazio e del proprio corpo è strettamente connessa alla possibilità di espressione, di invenzione di nuovi linguaggi, e alla capacità di diegesi. Sotto la tenda improvvisata, Ada racconta fiabe la cui narrazione la coinvolge con tutto il suo sé.

L’uscita di Ada e Flora (Anna Paquin) dalla crinolina può essere interpretata come metafora dell’abbandono forzato del luogo della fusionalità per entrare nell’ordine simbolico, assumere i ruoli sessuali, esibire una “normalità” sociale, nascondendo, al tempo stesso, la propria sessualità, o meglio “l’invisibilità” della propria sessualità, erigendo accuratamente un cappello sulla testa.

Accanto alla lettura psicanalitica e sintomatica del gesto preoccupato con cui sia Stewart (Sam Neill) che Ada indossano i rispettivi cappelli, si può comunque mettere in evidenza il valore simbolico che, da un punto di vista storico-sociale, questo elemento dell’abbigliamento assumeva nel mondo vittoriano. Il suo valore variava anche in rapporto al sesso di chi lo indossava e quindi, in una società dominata dal maschio, il cappello era indice dello status sociale :

 

In genere, quanto più rigido era il cappello, tanto più alta era la classe sociale di colui che lo indossava (Lurie 1981, p. 176).

 

Il copricapo femminile, invece, era simbolo del ruolo sociale piuttosto che dello status. Per cui, al di là dei bisogni reali di protezione, l’uso del cappello nel XIX secolo era in relazione diretta con i principi morali e le regole sociali ufficiali che la protagonista, così come suo marito, sembrano rispettare, sebbene non senza conflitti interiori. Così, bene si adatta ad Ada l’affermazione di Lurie secondo cui la donna vittoriana di classe media per uscire di casa

 

proteggeva i suoi pensieri innocenti e privati coprendoli con un elaborato e convenzionale rappresentante della femminilità pubblica contemporanea (ivi, p. 177).

 

  

In Ritratto di signora, mediante l’espediente tecnico della carrellata viene data evidenza alla scena in cui i cilindri sono progressivamente posati su di un lungo tavolo in giustapposizione, sottolineando così il rango sociale degli invitati ad un ricevimento di casa Osmond. Per Isabel Archer, la protagonista del film interpretata da Nicole Kidman, la rigidità e la pesantezza degli abiti in cui il suo corpo è costretto e nascosto, appaiono dei veri strumenti di tortura, oltreché fastidiosi ostacoli che rendono la figura femminile goffa e vulnerabile, facile preda delle mire di avanzamento economico dell’artificioso Osmond (John Malkovich) : è ciò che accade quando, usando il parasole come ostaggio ricattatorio, l’artista fallito ottiene da Isabel un bacio. L’oggetto “parasole”, che permette un ricatto non previsto né descritto nel romanzo di Henry James, era corredo obbligatorio della donna vittoriana : le consentiva la visibilità e, insieme, una moralistica invisibilità, quando si aggirava nei luoghi esterni alla casa e ancor più in viaggio o per le strade urbane. Il modello maschile del flaneur di Baudelaire, che basa il suo rapporto con lo spazio urbano sull’anonimato, sulla distanza e sullo sguardo, non può essere adottato dalle donne se non con difficoltà. La conquista del diritto al passaggio pubblico molto si gioca sul mascheramento, sull’abito che riveste il corpo.

 

Le riviste femminili dell’Ottocento erano piene di suggerimenti per le intraprendenti che si mettevano in viaggio da sole, sul comportamento da tenere e sul vestiario da scegliere prima di mettersi in marcia. Si ricordava, ad esempio, di usare le pudiche cuffiette, il velo quale schermo per nascondere il viso (...) (Danieli 1997, p. 5).

 

Se si può affermare che il film The Piano avanzi un discorso femminista degli abiti, poiché in esso è localizzata una complessa rielaborazione degli stereotipi del genere connessi con le strategie di rappresentazione del cinema dominante (Bruzzi 1995, p. 259), nel Ritratto i costumi sottolineano le restrizioni dell’età vittoriana e nelle scene di ambientazione fiorentina o romana denunciano l’artificiosa e snob “buona” società italiana e il potere arido del denaro. L’abito e le acconciature di Isabel Archer, nei suoi soggiorni italiani, sono perfetti come perfetta è la casa che si è costruita e le serate mondane che organizza, la cui opulenza è rivelata dalle riprese dall’alto delle danze dalle coreografie esaltate dai costumi ampi e colorati dei danzatori.

Nelle sequenze più originali, in cui emerge l’estro della regista australiana, i costumi funzionano come elemento visivo-percettivo immediato della prigionia dei tabù vissuta dalla protagonista, in opposizione alla libertà di movimento e di espressione delle giovani donne in abbigliamento anni Settanta che caratterizza le sequenze iniziali, o rivelata dal contrasto chador arabo vs nudità, nelle scene relative al viaggio in Medioriente. Tale funzione, però, rimane ancorata a livello di storia e contenuto, e non coinvolge nella denuncia il mezzo cinematografico con le sue strutture di enunciazione, né dunque attiva nello spettatore effetti di distanziamento ironico.

Ancora in Ritratto di signora, la gonna rigonfia per via dell’imbottitura sul sedere costituisce un elemento di oppressione-repressione della sensualità della giovane Archer : essa diventa scopertamente intralcio e ingombro su cui Isabel non ha controllo, quando Osmond le procura avvilimento calpestando lo strascico e facendola cascare sul pavimento.

In Lezioni di piano, invece, la crinolina si metamorfizza nello svolgersi della narrazione filmica, riflettendo la molteplicità dei sentimenti e delle situazioni vissute dalla protagonista, tanto che questo film è stato considerato l’esempio perfetto dell’animazione di un abito nel cinema (Remaury 1996, pp. 45-46).

Il sottogonna di Ada è ancora esposto nella sua scheletrica struttura nella scena d’amore con Baines (Harvey Keitel) e questa volta ad entrarvi è proprio il pakeha : a lui è permesso di giungere al corpo erotico della protagonista. Il mezzo tecnico sottolinea i tentativi goffi dell’uomo di oltrepassare gli strati della gonna e la sua struttura rigida, scomparendovi dentro. Gabbia per uccelli, vorrebbe tener imprigionato il corpo della donna ma nell’atto in cui è esposta nella sua nudità appare cosa, artificio, grottesco strumento che nulla ha a che vedere con il corpo. L’azione è interpretata dal sorriso beffardo e dalla mimica divertita e sospesa nell’attesa del volto della protagonista, inquadrata con shots/reverse shots.

L’intrufolarsi all’interno della crinolina è invece impedito a Stewart quando, durante un tentativo di violenza tra i rami tentacolari e intrecciati del bosco in penombra, gli innumerevoli strati di veste vi si oppongono, costituendo per Ada una sorta di difesa e protezione.

 

Il backless dress e la foto nuziale

In The Piano, dunque, i costumi funzionano come potenziali mezzi di affermazione di un discorso fondato sul corpo e sul tatto, in opposizione agli stereotipi della femminilità e della sua rappresentazione voyeristica. Le restrizioni vittoriane sono evidenziate e contrastate mediante un trattamento comico e ironico degli stessi strumenti con cui tali restrizioni si manifestavano : gli abiti. Il ruolo attivo e positivo della “mascherata” è evidente anche nella scena in cui i due protagonisti partecipano alla documentazione fotografica del proprio matrimonio. Per quest’occasione, Ada è costretta a indossare un vestito matrimoniale letteralmente “di facciata” : è infatti un abito costituito solo dalla parte anteriore e assicurato al corpo per mezzo di lacci regolabili posteriormente. Lascia scoperta la parte posteriore di chi lo indossa, ma proprio per questo ha il vantaggio di poter essere adattato a tutti i corpi e usato più volte per scopi fotografici. Esso mostra palesemente quella parentela, di cui parla Lurie (Lurie 1981), dell’abito rituale con il costume di  scena da un lato, e l’uniforme, immediatamente riconoscibile e imposta dall’esterno, dall’altro. L’atteggiamento di performance teatrale è dato anche dalla defeticizzazione dell’abito nuziale poiché indossato sul vestito quotidiano.

Non realizzato né desiderato esclusivamente per Ada,quest’abito a metà non ha alcun legame con il corpo della sposa, ma anzi ne appiattisce la superficie e i contorni, nega la sua unicità, non-interscambiabilità e irripetibilità. Chiara metafora del non coinvolgimento emotivo e sentimentale di Ada nel matrimonio, ma anche dell’esclusione della sua esperienza corporea e di vita allo stesso modo in cui la fotografia esclude sua figlia.

Esso è un ulteriore strato di rivestimento su di una donna vittoriana oppressa da troppi strati di veste che le impedivano i movimenti naturali del corpo e persino di tirare respiri profondi. La realizzazione filmica della storia permette la percezione della materialità dei movimenti della protagonista e la fisicità della sua lotta ponendole in contrasto con la rigidità e severità del suo abbigliamento. La stessa Holly Hunter considera questo contrasto un tratto caratteristico della protagonista :

 

I costumi mi hanno dato un aiuto straordinario : l’incongruità di una donna autenticamente impastoiata con busto, enormi crinoline, grembiuli, mutandoni lunghi, corpetto, camicioni, e impegnata a farsi strada nel bush costituiva una vera e propria manifestazione fisica di Ada. Così erano le donne di quei tempi, così si comportavano : per indossare quegli abiti, era necessario un miscuglio di scoperta fragilità fisica, forza e resistenza. Più, naturalmente, la grazia. (Campion 1993, p. 154).

 

Ma, come accade spesso in questo film, in cui molte immagini sono costruite per essere lette da diversi punti di vista, spesso in contraddizione tra loro, la messa in scena del matrimonio, dove la funzionalità predomina sull’estetico, sembra comunque alludere a un punto di vista diverso da quello della macchina fotografica, ad un’altra prospettiva che prende in considerazione la scena in cui il corpo rivestito di Ada mostra un aspetto non coinvolto nell’abito nuziale e che non apparirà nella foto.

Quella parte di vestito mancante, quella porzione di corpo lasciata “scoperta” perché di nessuna importanza per la prospettiva piatta e immobile della macchina fotografica, può essere uno spazio di libertà ed ironia, di parodia nei confronti dello sguardo che inquadra la donna nella visione limitata e limitante del matrimonio quale luogo di realizzazione del destino femminile. L’abbigliamento di Ada, in questa scena, presenta quei due aspetti del corpo rivestito che il sistema del vestire rende pure possibili : l’ironia e il grottesco, cioè la capacità  “di non lasciarsi contenere in chiusura” e la possibilità di metamorfosi e ambiguità (Calefato 1996, p. 8).

Sono questi i tratti che entrano in gioco nella visione dello spettatore nel momento, quasi impercettibile, dello scatto in cui lo sguardo del fotografo e quello della camera quasi si sovrappongono : la sua memoria filmica fa sì che egli guardi la scena nuziale anche dal punto di vista opposto, andando oltre il framing.

Può essere questa dialettica inscenata dal backless dress a costituire il punctum barthesiano (Barthes 1980, p. 28 ss.) come possibilità che impedisce all’immagine fotografica di diventare superficie mortifera, piattezza che toglie peso al soggetto, restituendone solo l’apparenza spettrale ; possibilità dell’immagine di uscire fuori di sé, e di vivere oltre i propri confini. Nella stessa maniera in cui lo sguardo della camera ingloba e supera il punto di vista della macchina fotografica e svela la propria presenza entrando nell’obiettivo fotografico dalla parte opposta, contrastando così l’occhio di Stewart che sta provando l’inquadratura.

 

Stewart e il “corpo chiuso”

Sfruttando la specificità del linguaggio cinematografico, cioè l’immagine semovente, nelle scene dove fa la sua prima apparizione, Stewart, l’uomo a cui Ada è stata data in moglie, parla e si racconta soprattutto attraverso il suo abbigliamento.

Considerato isolatamente, il suit scuro completo di cappello a cilindro, può essere inteso come l’equivalente di frasi convenzionali di cui è piena la lingua ufficiale e il parlare delle classi superiori, e di cui Stewart stesso fa largo uso. Infatti, secondo Lurie (Lurie 1981), questo tipo di abbigliamento era socialmente marcato, in quanto indossato dagli uomini del periodo vittoriano per simboleggiare il proprio status sociale e potere economico. Nel contesto inglese vittoriano il suit scuro era l’uniforme adeguata ad essere indossata di sera dagli uomini delle classe agiate. Ma, come accade nel linguaggio verbale in cui l’adeguatezza di un enunciato non è solo una proprietà intrinseca e dipende piuttosto da diversi fattori quale il contesto verbale e situazionale in cui ricorre, l’abito di Stewart appare inadeguato, out of place, nel contesto dell’isola primitiva e selvaggia. Per di più, si tratta di un abito che veniva (e viene tuttora) indossato per cerimonie ufficiali quali il matrimonio. Il personaggio, infatti, si sta dirigendo verso la sua donna per poter poi immortalare la loro unione matrimoniale con una fotografia. Come si è detto, gli abiti indossati in queste occasioni rituali occupano, per Lurie, un qualche posto tra il costume teatrale e l’uniforme, e quindi tra l’inganno e la finzione, a cui coopera l’audience teatrale da una parte, e l’estrema forma di vestito convenzionale dall’altra.

In base alla categoria semiotica di corpo rivestito si può penetrare nel personaggio maschile e scorgerne la scarsa elasticità mentale, la mancanza di aperture a nuove e diverse culture.

L’immagine di Stewart, presa singolarmente, è la rappresentazione di un corpo orientato in senso funzionalistico e strumentale e che riduce fortemente quella valenza fàtica ed estetica che, pure in ultima analisi, lo caratterizza.

Nel capitolo “Male and female” , Lurie mette in evidenza come una delle funzioni dei vestiti sia stata da sempre quella di distinguere gli uomini dalle donne così da garantire la riproduzione (ivi, p. 213). Vi sono stati periodi in cui tale separazione degli abiti tra i due sessi era più netta e rigida che in altri, tanto che lo scambio di capi di abbigliamento tra l’uomo e la donna era quasi un tabù. L’età vittoriana ne è l’esempio :

 

In un periodo fortemente patriarcale come la metà del XIX secolo (...) i vestiti degli uomini e delle donne tendono ad essere chiaramente differenziati, e chiunque adotti l’abito del sesso opposto in pubblico è probabile che venga considerato indecente e persino disgustoso (ivi, p. 221).

 

Pertanto, il corpo di Stewart può essere descritto anche come un esempio cinematografico di quel canone moderno di corpo che secondo Bachtin (Bachtin 1979) si è imposto in maniera predominante nella letteratura e nelle arti figurative europee a partire dal XVI secolo. Si tratta di un corpo non relazionato con altri corpi, senza traccia di dualismo e ambivalenza,

 

un corpo perfettamente dato, formato, rigorosamente delimitato, chiuso, mostrato dall’esterno, omogeneo (ivi, p. 350).

 

Tuttavia, la trasposizione del sistema della moda del suo Paese d’origine in un contesto completamente nuovo, nel tentativo di significare l’appartenenza ad un’altra cultura e civiltà superiore, alla medio-alta classe borghese e al cosiddetto sesso forte, subisce una serie di processi “abbassanti”, direbbe Bachtin, che producono l’effetto comico che accompagna Stewart per buona parte del film, ma in particolare nelle sue prime apparizioni.

In primo luogo, lo stretto contatto con la natura intesa anche come natura fisiologica e corporale, “contamina” la superficie chiusa del suo corpo : la luce grigio-verde del bosco che lo avvolge, il suit nero sporco di fango un po’ dovunque, il sudore e il grasso dei capelli.

L’effetto che ne deriva al personaggio dello sposo sembra evocare la lettura che Bachtin compie delle immagini del corpo in Rabelais. In particolare, Jane Campion riesce a realizzare ciò che Bachtin chiama realismo grottesco (ivi. Pp. 345 ss.) caratterizzato da una particolare concezione del corpo, presente, secondo l’autore, nella cultura popolare del Medioevo e nel linguaggio familiare scherzoso. Il corpo vi è concepito come un corpo aperto al mondo e agli altri corpi, un corpo in divenire in cui assumono grande importanza quei luoghi attraverso cui si rapporta agli altri, si apre al mondo : un corpo fatto di orifizi, protuberanze, ma anche escrezioni come, appunto, sudorazione e secrezioni grasse. Questi ultimi sono i segni in cui la corporeità sacrificata di Stewart si inscrive ed emerge aprendo al grottesco e al comico quel corpo chiuso nelle identità e gerarchie che l’abito esprime.

La dialettica tra la concezione grottesca del corpo e quella che Bachtin chiama concezione classica del corpo (Ibidem), qui sintetizzata come “corpo chiuso”, si stabilisce anche nel rapporto fra lo stile alto del linguaggio degli abiti di Stewart e l’apparire dei Maori, con il relativo abbigliarsi e il moko, cioè il tatuaggio facciale tipico della Nuova Zelanda.

Il linguaggio dei loro abiti è il linguaggio che ammette, si potrebbe dire, parole straniere, cioè elementi del vestiario provenienti da una civiltà diversa che, collegati sintatticamente con capi autoctoni, vengono reinterpretati in testi ibridi e ambigui.

E’ un abbigliarsi come travestimento e maschera che sembra porsi come interpretante giocoso e comico dell’abito del protagonista, il quale, visto da un punto di vista “straniero”, subisce un ridimensionamento culturale e valoriale a dispetto della pretesa di universalità di cui si fa carico.

La commistione di generi e stili, di tatuaggi e giacche a spalle rettangolari rende il look dei Maori uno spazio divertente di rovesciamento e annullamento delle gerarchie sociali e dei valori “alti”, luogo di contatto fra l’alto e il basso, fra il linguaggio ufficiale e il linguaggio non ufficiale, di confusione di generi sessuali. Per quest’ultimo punto si osservi l’abbigliamento di Hira, la donna maori: un ibrido androgino che supera il tabù vittoriano che divideva rigidamente gli abiti tra i due sessi, poiché indossa, insieme ai tatuaggi e al vestito, un cilindro scuro che richiama ironicamente il cilindro di Stewart e la sua simbologia maschile.

All’interno di una medesima inquadratura, Stewart e i Maori vengono a contatto e si sovrappongono reciprocamente : gli indigeni fanno il verso all’uomo inglese, scimmiottandolo e mettendolo alla berlina. Il contrasto e la frizione fra gli autoctoni e i coloni sprigiona sin dall’inizio un irresistibile gusto ironico e quasi beffardo, all’interno di pochi fotogrammi costruiti come frammenti sovraccarichi che rompono la continuità del discorso e del montaggio orizzontale, così come la caricatura dei nativi introduce percorsi digressivi del tempo e della visione rispetto alla storia. Quindi la tecnica del frammento e del montaggio interno sovraccarico, ponendo in diretto contatto diversi stili dell’apparire, l’uno interpretante dell’altro, porta lo spettatore a considerare i due protagonisti dal punto di vista parodico dei neozelandesi : si produce, pertanto, un distanziamento ironico non solo a livello di storia ma anche a livello di enunciazione, con cui viene chiamato in causa il mezzo espressivo, cioè il cinema, e il processo di fruizione del film da parte degli spettatori.

 

Il tatuaggio incompleto di Baines

I tatuaggi facciali assumono una piena valenza estetica e fàtica sul volto di Baines, l’altro personaggio maschile che assume ben presto un ruolo di primo piano nel film . Infatti, sul suo volto, la tecnica moko perde i significati simbolici e finalizzati alla comunicazione di informazioni codificate e condivise dagli autoctoni, e tende più nettamente dalla parte dell’infunzionale, del sacro.

Il tatuaggio sul suo volto non è, quindi, una mera riproduzione, una ripetizione della simbologia del tatuaggi maori, con le loro implicazioni religiose e di distinzione sociale, ma l’interpretazione in un testo originale di quei simboli, al di là dei codici stabiliti dalla civiltà autoctona.

Questi segni incompleti che non terminano in un disegno coerente e concluso, coniugati con un abbigliamento che ritiene qualcosa delle sue origini scozzesi, sembrano tracciare dunque una personalità in evoluzione, flessibile, in dialogo con il nuovo e il diverso, capace di combinazioni originali e creative.

Sin dal suo semplice porsi di fronte agli occhi degli spettatori, questo personaggio esprime un ibridismo più maturo rispetto a quello dei Maori e i segni sul suo volto si fanno leggere come una presa di posizione di valore, come un orientamento verso il desiderio e l’utopia.

Interpretando Baines dal punto di vista della categoria di corpo rivestito, cioè della sua apparenza sensibile ed estetica, si scorge in lui la possibilità di un nuovo modello di uomo, la testimonianza di una forma di libertà che gli deriva dal fatto di non sentirsi membro di nessuno dei due gruppi culturali, di non rinchiudersi nel senso di appartenenza, in una identità nazionale.  Baines, infatti, non appare né un maori né un bianco colonizzatore : il suo stile di vita sembra ambivalente e bidirezionale.

Egli è sul confine che metaforicamente Stewart vorrebbe costruire (e che di fatto costruisce per delimitare le sue terre) per separare natura e cultura, dove dalla parte della natura vi sarebbe anche il corpo e la passione erotica.

A differenza di Stewart, che appare il depositario dello sguardo (molte inquadrature lo riprendono nell’atto di spiare) e che perde ben presto autorità e credibilità per via del suo costume, più  piccolo della taglia che occorrerebbe, inadeguato e ridicolizzato dal confronto con gli indigeni, Baines è collegato ad un trattamento comico del feticismo degli abiti e ad un rovesciamento delle gerarchie dei sensi a vantaggio del tatto e della prossimità.

Il ricatto sessuale suscita la reazione attiva della protagonista, la quale chiede invece un baratto : un tasto nero in cambio di un pezzo del suo abbigliamento. Lo striptease, basato sul gusto feticistico del capo d’abbigliamento con il contemporaneo spezzettamento del corpo femminile, lascia via via il posto al desiderio erotico e alla passione ; la scopofilia e la distanza della visione si trasformano in priorità del tatto e della vicinanza. E’ ciò che accade quando il rozzo indice di Baines giunge alla pelle di Ada attraverso un buco nella calza : questa scena sembra ironizzare sul potere erotico conferito ad alcuni pezzi del vestiario e, al contempo, sottolineare il piacere tattile del gesto del personaggio maschile, mimato dai primi piani e dai movimenti della camera (Bruzzi 1995, p. 265).

Un altro esempio è la scena in cui Baines appare nudo nell’atto “femminile” di lucidare il pianoforte con la camicia. L’uso che il personaggio fa della propria camicia è in sintonia con la libertà con cui si decora il viso e con il suo self-fashioning che sembra orientato verso un universo utopico. Inoltre, il suo corpo completamente nudo inverte ironicamente i ruoli consueti dello striptease, evidenziandone le leggi sottese : è Baines, infatti, a spogliarsi per primo, piuttosto che Ada, diversamente da come invece vorrebbe la struttura binaria maschile/sguardo e femminile/oggetto dello sguardo.

Le caratteristiche estetiche dello scozzese-maori interpretano la possibilità di un superamento della dicotomia natura vs cultura

a vantaggio di una nuova interpretazione delle due categorie a partire da una riflessione sulle concezioni del corpo antropologico e il suo apparire.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Bachtin M.

1979      L’opera di Rabelais e la cultura popolare, Torino, Einaudi.

Barthes R .

1980      La camera chiara, Torino, Einaudi.

Bruzzi S.

1995    “Tempestuous petticoats : costume and desire in The Piano”, in Screen, Summer, pp. 257-266.

Calefato P.

1986       Il corpo rivestito, Bari, Edizioni dal Sud.

1996      Mass Moda. Linguaggio e immaginario del corpo rivestito,      Genova, Costa e Nolan.

Campion J.

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1996      “La scrittura filmica di The Piano di Jane Campion”, in Calefato, P. (a cura di), Scritture/Visioni. Percorsi femminili della discorsività, Bari, Ed. Dal Sud, 1996.          

Danieli D.

1997     Quell’occhio enorme” : la flaneuse e i passaggi pericolosi, relazione per il convegno “Passaggi : letterature comparate al femminile”, Firenze, 25-28 settembre 1997.

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1991            “Il fantasma del cinema”, in Cinema e cinema, n. 62, sett./dic. , pp. 3-18.

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1985      Etica della differenza sessuale, Milano, Feltrinelli.

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1980  Cinema e psicanalisi : il significante immaginario, Venezia, Marsilio.

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1996        “A propos d’une crinoline”, in Positif, luglio-agosto, pp. 44-47.