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Graffiti
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Patrizia Calefato / Carnet / Graffiti al femminile
Graffiti al femminile L’areosol art, l’arte dei graffiti metropolitani, non è nuova a commistioni con i media “ufficiali”, e con la moda in particolare. Anni fa fu l’aristocratico marchio Louis Vuitton a ricorrere a un artista newyorchese di muri e di treni, Steven Sprouse, per la creazione della sua “Graffiti bag”, presto ricopiata in falsi da bancarella con il rispettabile monogramma inciso. Oggi è una griffe italiana più prossima alla cultura “della strada”, sebbene non certo abbordabile da portafogli clochard, Fornarina, ad assumere una giovane tag (firma? logo? insegna? simbolo?) francese, nome d’arte Miss Van, per la sua nuova collezione “Vibe”: capi in denim e felpa, ricami e borsettine. Pensata ad hoc per un immaginario da ragazzine, tra colombine, bambole e micette antropomorfe che alludono a una figura di mistress dominatrice adolescente in lattice rosa, la collezione – curata insieme a Lorenza Chiavarini – trasferisce il mondo provvisorio e situazionista della pratica dei writer entro i monomarca “cool”. Novità interessante è la connotazione spiccatamente femminile che accomuna il target della casa di moda con le ispirazioni figurative e i tratti stilistici dell’artista, la cui tecnica si differenzia in parte da altri graffitari poiché alle bombolette spray preferisce il pennello e i colori acrilici. Che possa esistere un carattere femminile specifico dell’arte dei graffiti, nel cui mondo la dominante è fortemente maschile, è fuori di dubbio: tale specificità investe lo stesso status dell’artista donna che sceglie questo genere di comunicazione visiva. La precarietà del contesto, l’immediatezza del messaggio, la capacità di questo di essere presente nella vita quotidiana della città, sono alcuni elementi che certamente rendono particolarmente prossimo il segno del writing alle donne, che ne siano artefici in qualità di artiste o che ne siano decrittatrici passanti sulla strada. L’ispirazione tematica delle writer, inoltre, ha spesso al centro il corpo femminile, riarticolato – come nel caso di Miss Van – attraverso l’immaginario dei Manga e dei cartoni animati, oppure avvinghiato alla scrittura del nome proprio quasi come in una rivisitazione della lettera-corpo di un Ertè postmoderno, o ancora rappresentato nello specchio opaco e distorto di un’autoritratto da muro. La stessa artista francese ha in passato raffigurato se stessa nelle sue bamboline seducenti e imbronciate. Il connubio con la moda dei graffiti al femminile può allora dirsi una pratica del “vestire la strada” incorporando le forme molteplici in cui questa “strada” – intesa sia come spazio reale che come luogo dell’immaginario - è segnata dal passo di donna.
Spruzza corpi sensuali di donne sui muri di Parigi un’altra “Miss”, che si firma “Miss’Tic”, artista attiva da diversi anni nella capitale francese. Le sue donne vivono vite immaginarie, scandite da frasi che ne accompagnano l’esibizionismo e il sogno, la mascherata e la sfida, la fiaba e l’avventura. Sono donne-autoritratto dai volti fortemente truccati, dai capelli fluenti o rasati, dall’abbigliamento a volte succinto e sempre assolutamente personalizzato: la moda è qui veramente quella “della strada”, o “del métro”, vista dall’altro lato, quello più oscuro in cui si sovrappongono autorappresentazione e desiderio. Cifra per tutte queste donne, la tag “Miss’Tic”, rossa e sferzante come una bocca. Sono spesso le saracinesche dei negozi a venire “assalite” dalle incursioni dei writer. Originariamente pratiche illegali di attacco, queste scritture notturne vengono oggi in certi casi commissionate agli artisti da alcuni esercenti per sottrarre all’anonimato quelle lamiere che chiudono e aprono le porte del consumo. Il gergo visuale dei graffiti metropolitani aiuta forse a fare meglio la spesa, magari in un negozio di abbigliamento?
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