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Articoli pubblicati su "Il Manifesto" del 15 maggio 2005
La grammatica del
lustrino
Un percorso intorno al glamour contemporaneo fra
raffinatezza e kitsch Alcune esposizioni negli Stati Uniti e in Italia
raccontano le contraddizioni del nostro presente utilizzando la moda e il cinema
come lente di ingrandimento sul gusto e sul costituirsi dei valori estetici. Dal
fascino degli stili «innaturali» alla vernice raggelante della serialità
televisiva
PATRIZIA CALEFATO
«Q«Quando i diavoli, le streghe o i giocolieri ingannavano
la vista, si diceva che essi gettassero `glamour' sugli occhi dello spettatore».
Questa citazione da un glossario poetico del XVIII secolo costituisce una delle
didascalie a illustrazione della mostra Glamour. Fashion, Film, Fantasy
che si è tenuta di recente al museo del Fashion Institute of Technology di New
York, con il coordinamento di Valerie Steele. Nello spazio buio di una grande
sala, il museo del Fit si è riempito di oltre cento manichini con indosso abiti
femminili celebri per la loro capacità «ammaliatrice», dovuta vuoi al loro
essere stati indossati da star hollywoodiane classiche o contemporanee, vuoi per
il valore aggiunto in lusso e sex appeal che li caratterizza. Così l'abito
rosso fuoco indossato da Joan Crawford nel film del `37 di Dorothy Arzner The
Bride Wore Red e il vestito in jersey e chiffon con bordo di volpe
appartenuto a Marlene Dietrich nel 1938 si accostano a un insieme verde acido
tempestato di paillettes e avvinghiato in una stola ugualmente verde di Gucci
della stagione 2003-2004. L'abito nero di Adrian con intarsi dorati ispirato
alle cortigiane del XVIII secolo e indossato da Gladys George nel film Marie
Antoinette del 1936 si completa cromaticamente e a contrasto con il completo
nero in pelle il cui top è composto di stringhe e fibbie in oro, di sapore
feticista aristocratico, creato nel 1992-93 da Gianni Versace. Decisamente
femminile, il glamour, secondo questa lettura che privilegia la moda come lente
di ingrandimento sul gusto e sul costituirsi di valori estetici. Un femminile
che allude a cariche misteriose e pericolose di sensualità, a immagini che
accompagnano l'emergere della rappresentazione pubblica della prostituta, come
giustamente ricorda Steele, e che poi hanno strutturato la figura della femme
fatale quale soggetto attivo che - come la Louise Brooks-Lulu del Vaso di
Pandora di Pabst - vuole scoperchiare quel cratere che è stato sede e
principio del «disordine femminile», almeno per come ce l'hanno tramandato i
classici dell'immaginario letterario occidentale da Esiodo via Goethe fino a
Wedekind e oltre.
Il gioco dei corpi mascherati
E però, quanto più il glamour amplifica, fa brillare con lustrini e riflettori
i corpi, tanto più questi si neutralizzano nei tratti che ne contraddistinguono
«naturalmente» il sesso, e tanto più il genere diviene esagerazione,
assomiglia alla sua mascherata. Così accadde ad esempio nello stile che si
definì «glam-rock» degli anni `70, al divo David Bowie ricelebrato poi negli
anni `90 dal film Velvet Goldmine. La iperfemminilità è messa in scena
da un «femminile innaturale», come nella performance della drag queen
RuPaul che indossò nel 1992 un «corsetto da cowboy» di Thierry Mugler tutto
lustrini e paillettes, di cui viene presentata l'immagine nel catalogo della
mostra dedicata al glamour nella moda, nel disegno industriale e
nell'architettura tenutasi al Museum of Modern Art di San Francisco nel gennaio
2005, a cura di Joseph Rosa.
Moda, cinema e fantasia sono gli ingredienti del moderno glamour, laddove il
glamour cui fa riferimento la didascalia citata all'inizio è invece soprattutto
il territorio della magia e dell'incantamento, ma anche quello del raggiro,
dell'inganno e del fascino stregante. La «fantasia»» in questo caso
sicuramente legata al vedere, alla costruzione di una estetica quasi interamente
giocata sulla superficie degli oggetti, sulla pelle dei corpi, che trova dunque
nella pellicola e nello schermo cinematografici elementi che anche
metaforicamente fungono da territori di identificazioni e di «proiezioni»
infinite. La moda e il cinema sono giustamente individuati così come luoghi
privilegiati del glamour, definito nel 1939 da Margaret Thorp nel suo libro America
at the Movies «sex-appeal più lusso più eleganza più storia
d'amore».
Termine ondivago, quello di «glamour», stratificato nelle definizioni; termine
inglese che transita inalterato in altre lingue e che appartiene a quella lingua
franca che non è solo lessico della moda, ma più in generale lessico di
un'epoca; termine che senza dubbio connota un universo di discorso mitico, se
per mito intendiamo - con e oltre Barthes - la conversione di un oggetto in
linguaggio e la costruzione di un «velo di senso», di una materia «di ordine
aperitivo» intorno alle cose, in cui la moda c'entra pienamente, come mostrano
le metafore qui poste tra virgolette, che sono prese proprio dal Sistema
della Moda di Barthes. Termine che, come ricorda la stessa Valerie Steele
nel suo saggio per il catalogo della mostra di San Francisco, etimologicamente
si ricollega all'antico inglese Gramarye, la dottrina occulta praticata
dagli eruditi che conoscevano la grammatica, parola che a sua volta rimanda a gramatica
in latino e al gramma greco.
Ci sarebbe dunque un sapere che il glamour etimologicamente implica, un sapere
basato su una grammatica per iniziati, in cui si esprime un ordine del mondo. Il
glamour trascende però questa «grammatica» che il suo stesso nome
sottintende: è l'incantesimo, la malìa, il fascino, la seduzione. Il
dizionario Webster lo definisce come «un'attrazione eccitante misteriosamente
inafferrabile e spesso illusoria che muove l'immaginazione e fa appello a un
gusto per il non convenzionale, l'inaspettato, il pittoresco, l'esotico». Il
glamour dunque, più che alla «grammatica», alluderebbe al «gramma», inteso
come la traccia eccedente della patina che si stratifica sugli oggetti,
l'impronta amplificata di questa superficie, tutto ciò che spicca, riluce, che
è incorniciato, che brilla, che viene inquadrato secondo angolature speciali
attraverso cui si esprimono molteplici dimensioni della sensorialità.
Quasi come una «parente prossima» della mostra al Fashion Institute of
Technology, il Museo della Città di New York ospita contemporaneamente, fino al
4 luglio prossimo, la mostra Glamour, New York Style, che celebra il
caratteristico effetto glamour tipicamente newyorchese attraverso l'esposizione
di abiti appartenuti a celebrità o scelti da collezioni private. Abiti che
evocano emblematicamente le occasioni in cui furono visti: dal ballo in costume
dei Vanderbilt della Quinta Strada il 26 marzo 1883, al ballo «Black and White»
di Truman Capote il 28 novembre 1968, fino all'MTV Video Music Award del 2001.
Circa cinquanta opere d'arte vestimentaria che incorporano nomi propri
altisonanti e spirito metropolitano per eccellenza e che hanno per autori
designer di moda come Worth, Chanel, Mainbocher, Dior, Halston, Vionnet,
Balenciaga. Dagli scenari della preistoria dell'aristocrazia metropolitana di
New York, di cui ricordiamo la magnifica rappresentazione in L'età
dell'innocenza di Scorsese, ai diamanti di Tiffany & Co. per la
colazione degli occhi, alle celebrities dei nostri giorni, il glamour
prorompe da nomi prestigiosi e continua a confezionare il mondo proprio come in
un pacchetto azzurro di Tiffany.
Il glamour ha a che vedere con le forme della visibilità caratteristiche
dell'epoca della riproducibilità tecnica delle immagini: per questo non può
prescindere dalla dimensione visiva del comunicare: dal cinema e dalla
fotografia innanzi tutto. Parliamo del resto proprio di «immagini patinate»
quando ci riferiamo a immagini seriali, sì, ma che sembrano evidenziarsi dentro
un prezioso velo di seta trasparente. Ed è lo sguardo fotografico, in
particolare, quello che permette di costruire il glamour anche come atmosfera di
un'epoca, di una città, di un ambiente culturale e sociale.
Prende senso, in questa prospettiva, l'idea di un glamour «italiano» che
attraversava implicitamente parte di un'altra mostra importante della scorsa
stagione, Lo sguardo italiano, curata per Pitti Immagine Discovery da
Maria Luisa Frisa e svoltasi a Milano alla Rotonda della Besana. Da questa
mostra è stato elaborato un video poi in visione al Maxxi di Roma, ed è stato
edito presso Charta un catalogo prezioso, in cui è evidente come questa sia
solo la prima puntata di una ricostruzione, mai realizzata prima, non tanto
della storia della fotografia italiana di moda, quanto del modo in cui essa,
andando oltre la moda stessa, abbia contribuito - a partire dalla seconda metà
del Novecento - a costruire l'immagine dell'Italia dentro l'Italia e nel mondo.
Sguardi maschili nelle città
Un'immagine che ha a che vedere profondamente con i rapporti tra i sessi, se tra
le fotografie più curiose il cui backstage è documentato nel video, vi è la
serie Gli italiani si voltano di Mario De Biasi del 1954, in cui
l'obiettivo riprende lo sguardo maschile pesantemente rivolto sui corpi delle
modelle che «passano» come flâneuses provocanti. La fotografia
italiana, benché, come dice in un saggio del catalogo Francesco Bonami, non
abbia avuto modo di «affermare il suo peso nella storia della cultura delle
immagini, nella storia della contemporaneità artistica», ha però per certi
aspetti alimentato in forma probabilmente più pregnante del cinema
l'immaginario di un glamour italiano «urbano». A emblema di ciò la splendida
serie di immagini di Ugo Mulas Lungo i navigli del 1958, suggestivo e
attualissimo esempio del modo in cui il fotografo italiano documentò il
miracolo edilizio di Milano ponendo le statuarie modelle nei loro abiti sontuosi
dinanzi a forme del paesaggio che sembrano allo stesso tempo macerie e cantieri.
Lusso e rovina, in quel «racconto del nostro presente» che, come scrive Frisa,
sono le immagini di moda.
Il glamour abita il quotidiano, riluce sulla patina degli edifici, oltre che su
quella dei corpi rappresentata dagli abiti. Pensare al glamour dei nostri giorni
però non può che inquietare, introdurre paradossi e straniamenti visivi,
slittamenti estetici. Non tutto, anche se s'intitola Glamour come una
rivista celebre, è effettivamente tale. Non tutto ciò che brilla è Tiffany:
al massimo risuona come il «bling-bling» kitsch incrostato di diamanti e di
macchine di lusso del ghetto. Raffinato ed eccedente può essere il glamour
degli abiti continuamente cambiati, anche all'interno della stessa scena, da
Su-Maggie Cheung nel film In the Mood for Love, i raffinati qipao
che si susseguono divenendo loro i veri protagonisti, mentre, come ha scritto
Rey Chow nell'ultimo suo saggio dal titolo Sentimental Returns dedicato
alla rappresentazione del quotidiano in alcuni recenti film cinesi, «Su è come
un feticcio (in senso freudiano) perturbante e simile a una bambola, che `sta
per' alcune emozioni inespresse o inarticolate». E il glamour s'imprime oggi
anche sulla patina di forme della serialità televisiva che catturano
l'attenzione e che affascinano come se fosse stata apposta loro intorno una
vernice attraverso cui personaggi e situazioni rilucono, ma dentro cui restano
allo stesso tempo quasi congelati, paralizzati, inchiodati. Esempi: Sex and
the City e Desperate Housewives, glamour a Manhattan il primo, dietro
l'insegna del divino Manolo; glamour di periferia, il secondo, tra gli isterismi
di Wisteria Lane.
Una
patina immateriale sulle merci
Studi e ricerche
sulla evoluzione del concetto di lusso dall'Ottocento a oggi
P. C.
La ricerca sul glamour
si sta negli ultimi anni incrementando tra gli studiosi di Fashion Theory, da
Valerie Steele che ha diretto la mostra omonima al Fit, a Elizabeth Wilson che
sta attualmente lavorando sul rapporto tra il glamour e i motivi magici in esso
contenuti. Segna emblematicamente l'aprirsi di questo filone suggestivo, ma
anche complesso sul piano estetico, semiotico, e storico-sociale, un
fondamentale saggio pubblicato nel 2000 dagli studiosi inglesi di italianistica
Reka Buckley e Stephen Gundle intitolato Flash Trash. Gianni Versace and the
theory and practice of glamour contenuto nel libro a cura di Stella Bruzzi e
Pamela Church Wilson Fashion Cultures (New York-London, Routledge). I due
autori ritrovano le fondamenta di una teoria e di una storia concettuale del
glamour sia nell'etimologia scozzese della parola (da Gramarye), sia
nella storia della letteratura inglese a partire dal romanzo storico di Walter
Scott con quella «romanticizzazione» del Medioevo che costituì per i lettori
della middle-class un veicolo di sogni e di desideri. Nella
interpretazione di Buckley e Gundle, però il costituirsi di un «nuovo»
glamour, tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, ebbe a che vedere
costitutivamente con il consumo e lo stile affluent di una borghesia per
la quale le merci non erano semplicemente beni d'uso, ma segni carichi di
attrazione e di sensualità. La teatralità di cui questo genere di glamour
necessitava si condensò emblematicamente nella figura di Sarah Bernhardt, quale
interprete consapevole di un ruolo della moda più ampio della moda stessa, come
commenta nel suo libro Sarah Bernhardt. Teatro e arte della moda (Lecce,
Pensa Multimedia, 2005) la studiosa italiana di arte e del costume Mariella
Rizzi. «Il significato delle foto della Bernhardt eseguite dai Nadar, da Carjat,
Reutlinger, Sarony, Downey e molti altri - scrive Rizzi - risiede nella
possibilità di penetrare in un universo estetico in cui ogni emozione si
manifesta in una posa teatrale e l'abito o il costume diventano veicolo di un
sogno». Il desiderio come motore delle forme di consumo, la novità come sex
appeal della merce, suggellano la versione del glamour nella modernità, e ne
stabiliscono la filosofia implicita, come dimostrarono nelle loro analisi,
Werner Sombart alla fine dell''800, che mise in connessione stretta desiderio,
lusso e capitalismo, e Walter Benjamin nel `900 che ritrovò le matrici del sex
appeal dell'inorganico nella moda e nella figura pubblica della prostituta quali
epitomi della forma-merce. La produzione di lussuosità, esotismo, bellezza e
sessualità collegata alla macchina di Hollywood sin dagli anni '20, sublimò
poi le star come emblemi del glamour. Nel senso in cui ne ha parlato Edgar Morin,
il divo è «paragonabile alle pietre preziose, agli oggetti rari, alle spezie,
ai metalli pregiati», e la star è «rara come l'oro e comune come il pane».
Il «caso» Versace ha rappresentato per Buckley e Gundle una storia di moda
nella quale era all'opera un genere di glamour «derivativo», che lavorava su
stereotipi prestabiliti ripresi dal cinema e dalla cultura popolare. In un mondo
saturo di media, di immagini patinate concorrenziali tra loro, il lavoro di
Gianni Versace ha condiviso, secondo i due autori, la lezione di Warhol,
confermando altresì come il glamour sia un linguaggio visuale che seduce
attraverso il dispiegarsi di immagini in cui sono insieme lusso, sesso e
visibilità sociale quali aspetti della nuova aura che deve sostituire l'aura
decaduta dell'unicità e dell'autenticità.
Resta oggi da indagare cosa vi sia oltre questo glamour «derivativo» e pop, in
quella nuova aura di cui le merci e i corpi rilucono e che proviene dalla patina
che su di essi si è depositata. Patina costituita dai nomi propri, i marchi,
oggi beffati nelle falsificazioni mondializzate. Patina che segnala valori «esclusivi»
ed «escludenti» come la rarità e l'unicità. Patina che allude a nuovi lussi
«immateriali» che approdano nei territori dell'alta tecnologia, e che al
glamour della casa di Miami davanti a cui Gianni Versace fu ucciso nel '97 hanno
sostituito quello della casa «ultra intelligente» di Bill Gates.
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