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Giappone
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Patrizia Calefato / carnet / Giappone Giappone Nelle pagine iniziali dell’Impero dei segni, Roland Barthes avverte il lettore del fatto che la sua non è una “fotografia” del Giappone né una scrittura “su” quel paese, ma che il Giappone l’ha messo nella condizione di scrivere. Viene da pensare che l’ispirazione giapponese che in diversi momenti della storia ha attraversato l’estetica occidentale sia stata anch’essa una specie di satori zen, un accadere che “mette nella condizione” di pensare il gusto. La moda oggi declina in versione nipponica molte delle sue forme e delle sue sostanze. Ma è dagli anni ’70 che gli stilisti giapponesi, da Kenzo a Yamamoto a Miyake, spiccano in Europa per la loro coniugazione di poesia e tecnologia, per l’amore dedicato al dettaglio e per la loro idea di ospitalità reciproca tra abito e corpo. E se nel 2001 si accoglie in Giappone la cultura italiana, compresa l’azienda moda del Bel Paese, da noi si moltiplicano i segni che il Giappone mette nella condizione di generare soprattutto nell’ambito delle culture che riguardano il corpo e lo spazio. Moda, arredamento, fiori: dai calzini di seta infradito da indossare sui sabot con la pianta in paglia, ai futon ordinati sui tatami, alle composizioni di “scrittura” floreale, alle candele istoriate di ideogrammi. Una parola dal sapore antico, “giapponeserie”, non esaurisce il senso di questa voga. Non è l’ “esotico”, e non è neanche il “multiculturale”: quando c’è di mezzo il Giappone è proprio il segno che chiama se stesso. Come quando Wim Wenders, in un suo film-intervista del 1989, dialogò con Yohij Yamamoto intorno allo statuto dell’immagine-copia negli universi paralleli del cinema e della moda. O come quando Issey Miyake propose nel 1999 a Parigi la sua mostra di abiti intitolata “Making things”, fare cose: la parola che designa l’abito giapponese per eccellenza, il kimono, vuol dire proprio “cosa da portare”. La stilista Junko Koshino, a sua volta, associa proprio attraverso i suoi kimono la tradizione e la modernità, l’ambiguità e la flessibilità del corpo. Un’altra Koshino, Michiko, di formazione londinese, lancia una linea di jeans detta Yen jeans, di tessuto denim giapponese. E il salentino Ennio Capasa ha svolto negli anni ’80 a Tokio da Yamamoto i suoi studi sullo stile, le forme e i materiali, che lo hanno portato a creare poi a Milano “Costume national”, una delle griffe più interessanti del momento. Il Giappone metropolitano è oggi il luogo dove i giovani provano gli stili “estremi”: dalle molteplici versioni della cultura popolare dei manga, alle ragazze “ganguro” che si anneriscono la faccia alla moda delle afroamericane, alle bambole “lolita”, ai “reggae”. Dove i cool hunters del marketing multinazionale vanno ad “annusare” stili e tendenze. Il luogo, comunque, dove “scrivere sul corpo”, servendosi della penna, dell’abito o di decolorazioni, ha una storia antica almeno quanto quella della principessa Shei Shonagon e dei suoi Racconti del cuscino del X secolo.
Ivan Morris, studioso inglese appassionato della cultura giapponese morto a Bologna nel 1975, nel suo bellissimo libro La nobiltà della sconfitta che ricostruisce la genealogia dell’ “eroe perdente”, parla del cosiddetto vestito di mino. Si trattava di un mantello di paglia fatto con un’erba dalle foglie lunghe e larghe detta appunto mino, che veniva anticamente usato dai contadini per ripararsi dalla pioggia. Nel XVII secolo, durante le rivolte contadine in Giappone, molti condannati vennero fatti bruciare fino a morire con questo “vestito” indosso a cui veniva dato fuoco. Una società , come il Giappone, caratterizzata dall’uso quotidiano dell’uniforme “civile” per gli alunni delle scuole di ogni grado, rende visibile in modo esplicito i paradossi di questo indumento regolatore che si offre oggi ai rimaneggiamenti della moda, alle trasgressioni dei teen-ager, alle traduzioni manga. A proposito del ruolo sociale dell’uniforme scrisse Mishima: “Ho l’impressione che con la conquista di una certa sicurezza economica e sociale la gente abbia imparato che il vero piacere dell’abbigliamento non consiste nell’indossare ciò che piace ed è comodo dove e quando si vuole. La gioia di abbigliarsi nasce, come la bellezza, dalla costrizione. L’esempio più evidente è la divisa militare, ma anche per quanto riguarda lo smoking è proprio l’imposizione di indossarlo in particolari situazioni ciò che conferisce importanza a questo capo di abbigliamento e ai suoi accessori”.
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