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Patrizia
Calefato / scienze e tecnologie della moda /
fotografia

Camera
lucida: note sulla fotografia
(Testo
di lettura per gli studenti del corso in Cinema, fotografia e televisione)
Arte, fotografia e comunicazione
In L’opera
d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Walter Benjamin
sofferma, come è noto, la sua attenzione su fotografia e cinema come due forme
di arte riproducibile caratteristiche dell’epoca contemporanea. Il senso nuovo
e particolare della riproducibilità consiste secondo Benjamin nella
trasformazione dell’opera da pezzo unico, di cui è al massimo possibile la
copia (che comunque non può competere con l’originale per valore artistico),
in oggetto che può essere riprodotto ciascuna volta in forma “autentica” e
che come tale può essere comunicato nel contesto di una società di massa. In
questo stretto rapporto che individua tra artisticità e comunicazione,
l’analisi di Benjamin può essere definita come una delle prime e ancora
attualissime riflessioni innovative sulle comunicazioni di massa che mettono in
luce come la comunicazione sia soprattutto un ambito di produzione di senso,
comune e non comune, cioè un ambito in cui avviene uno scambio di segni.
In altri termini, e con
riferimento allo schema semiotico della riproduzione sociale proposto da
Ferruccio Rossi-Landi, l’idea di “comunicazione” implicita nelle analisi
benjaminiane può essere intesa come ambito in cui si realizzano una produzione,
uno scambio e un consumo segnici. L’arte di cui parla Benjamin è infatti
l’arte nell’epoca della merce: l’opera è pienamente inserita nella
produzione, nella circolazione e nel consumo di merci che sono al tempo stesso
beni d’uso e segni scambiabili il cui valore si realizza soprattutto
all’interno di questo scambio, nel “lavoro segnico”, come direbbe ancora
Rossi-Landi, che sottende i loro significati. Questa dimensione mercificata
dell’arte non è però considerata da Benjamin in senso negativo o con
atteggiamento aristocratico, ma nella sua storicità, e dunque anche nelle
conseguenze paradossali o comunque inedite rispetto al passato che essa porta
con sé.
Una delle caratteristiche
principali della nuova arte riproducibile, in particolare della fotografia, è
secondo Benjamin la “perdita dell’aura”, cioè la perdita
dell’irripetibile e unico, del “qui ed ora” tipico invece per esempio
della pittura. La fotografia, in questo modo, può pienamente soddisfare il
bisogno di avvicinare le cose a se stessi, o meglio alle masse. Con la
fotografia si realizza, secondo Benjamin, il passaggio dal valore “cultuale”
al valore di “esponibilità”, cioè di diffusione, dell’opera d’arte.
In realtà questo valore
cultuale tipico della pittura si manteneva, dice Benjamin, nelle prime
fotografie, che erano ritratti e che contenevano ancora quell’aura, data dal
senso di distanza del soggetto
raffigurato e di unicità dell’attimo, che si esprimeva per esempio nel
ricordo dei morti, nella sacralità famigliare o nella celebrazione degli eroi.
Pensiamo alle foto di famiglia del secolo scorso e dei primi anni del Novecento
il cui valore richiamava il senso della genealogia, dell’appartenenza e della
memoria - senso ancora “parassitario”, come direbbe Benjamin, di una
ritualità sia pure secolarizzata nella dimensione del privato.
Pensiamo ai ritratti dei
nativi americani: quando al seguito delle carovane di coloni e delle truppe
dell’esercito federale giunsero nelle terre degli Indiani anche alcuni
pionieri del giornalismo e della fotografia alla ricerca di soggetti e di
paesaggi sconosciuti da ritrarre, i “soggetti” in questione rifiutarono in
un primo tempo di essere fotografati perché la macchina, dicevano, avrebbe loro
rubato l’anima. Oltre alla terra e al corpo, cioè, gli invasori si sarebbero
presi anche l’ultima cosa che quei popoli possedevano in libertà. In seguito,
però, il ritratto fotografico dei capi indiani fu una pratica diffusa, e oggi
noi conosciamo direttamente queste fotografie che accoppiano mito e documento
storico in una commistione sicuramente unica e in un certo senso
“irriproducibile”.
Lo statuto del ritratto
fotografico nella storia delle immagini e dell’arte occidentali ha sicuramente
a che fare con un paradosso e una contraddizione interna a questo genere di
discorso non verbale: da un lato c’è un’esigenza di identificazione,
espressa al limite dalle foto-tessera che ci identificano come se fossero un
nome proprio apposto come firma nei documenti ufficiali; dall’altro il
ritratto fotografico richiama un che di irrappresentabile, di infigurabile del
volto. Nella tradizione pittorica, il ritratto è collegato strettamente al
sorgere della moderna concezione dell’individuo: il ritratto di uomini e donne
che fanno non solo da modelli per Madonne,
santi o soggetti mitologici, ma che vengono ritratti proprio in quanto se
stessi, ha infatti origine nella genesi della identità borghese del soggetto,
un’identità profondamente laica, ma che tuttavia riserva un sottofondo di
solennità e sacralità proprie dell’immagine a sfondo religioso.
Immagine e visibilità
Le riflessioni di Freud sul
Mosé di Michelangelo richiamano da un certo punto di vista questo problema:
Michelangelo ha infatti raffigurato in statua il personaggio biblico che per
eccellenza ha combattuto contro il culto delle i immagini, e lo ha per giunta
ritratto proprio nel momento in cui, secondo l’interpretazione di Freud, egli
ha dominato il suo furore verso il suo popolo sorpreso in adorazione del vitello
d’oro. Questo paradosso di aver reso in immagine la negazione personificata
delle immagini è in fondo il paradosso del monoteismo. Tradizionalmente, del
resto, si è sempre collegata la posizione iconofila al politeismo e quella
iconoclastica al monoteismo. La disputa bizantina sorta tra l’ottavo e il nono
secolo tra le due posizioni all’interno del mondo cristiano si fondò proprio
sull’accusa, da parte degli iconoclasti verso gli altri, di avere instaurato
con il culto delle immagini una sorta di nuovo paganesimo. In questa diatriba
religiosa, pur conclusasi formalmente durante l’impero di Teodora nell’843,
ma in realtà più volte ripresa da numerose sette ereticali, come i Catari, e
poi dal movimento della Riforma nel sedicesimo secolo, era in gioco un problema
che per certi aspetti si presenta molto attuale, e cioè quello del rapporto tra
l’immagine e il suo originale: iconoclasti e iconofili, infatti, pensavano che
esistessero, rispettivamente, una differenza o un’identità sostanziale tra
l’icona e il soggetto rappresentato. E questo del rapporto con l’originale
è stato, nella storia, un problema di centrale importanza non solo in ambito
religioso, ma anche in ambito filosofico e semiotico.
E’ stato Charles Morris
negli anni ‘30 a parlare del segno iconico come di un segno che incorpora in
se stesso il valore e il significato senza dovere necessariamente rinviare a un
“originale”. In questo senso, allora, il ritratto antropomorfo moderno non
mette in questione la sua differenza o la sua identità con questo ipotetico
originale, ma si pone in sé come cosa estetica, segno che vale come veicolo di
sensibilità e di conoscenza.
Nelle sue Lezioni
americane, Italo Calvino ha parlato della visibilità come dimensione della
conoscenza, e ha incluso la “visibilità” in un elenco programmatico dei
valori da salvare per il prossimo millennio. Nel fare questo si è richiamato,
tra gli altri, a Ignazio di Loyola e a Giordano Bruno, due figure apparentemente
antitetiche, ma tra loro legate dalla comune passione intellettuale per tutto ciò
che ha a che fare con l’immagine, compresa quella antropomorfa, e con il
legame tra immaginazione visiva, linguaggio e conoscenza. Negli Esercizi
spirituali di Ignazio, dice Calvino, l’idea che il Dio di Mosé non
tollerasse di essere rappresentato non sfiora affatto l’autore, anzi egli
rivendica per ogni cristiano la grande dote visionaria che fu di Michelangelo. E
Calvino ricorda anche come, per un altro verso, Giordano Bruno parlasse dello
“spiritus phantasticus” definendolo come “un mondo o un golfo mai
saturabile di forme e d’immagini”. In questo senso, la visibilità è un
valore che, secondo Calvino, deve preservarci dal pericolo di perdere il potere
di “pensare per immagini”, di tenere vivo il nostro “cinema mentale”.
Secondo Calvino questo
“cinema mentale” esiste da sempre come capacità immaginativa umana, da ben
prima cioè che nascesse il cinema come arte riproducibile. Ma è proprio con il
cinema in quanto tale e con la fotografia che si è reso possibile il
potenziamento dell’“occhio”- soprattutto il potenziamento della sua
rapidità a fissare le immagini.
Per ciò che riguarda la
fotografia, tuttavia, a parere di Benjamin, non fu tanto il ritratto a segnare
il passaggio dal valore cultuale a quello espositivo, quanto invece quelle
immagini vuote dell’elemento umano che funsero da documenti di prova nel
processo storico, come le foto di Atget delle strade vuote di Parigi. Furono
queste immagini ad avere per prime, secondo Benjamin, un ruolo al tempo stesso
“politico” e “poliziesco”: politico perché, in quanto documenti, queste
foto esigono una determinata ricezione pubblica, poliziesco perché Atget
fotografava le strade di Parigi come si fotografa il luogo di un delitto.
E’ interessante mettere in
relazione il paragone tra le foto di Atget e l’indagine poliziesca con le
riflessioni che Benjamin fa nel Passagenwerk
a proposito del flâneur come
investigatore: il soggetto della metropoli moderna, perdigiorno e senza meta,
appare in questa immagine di investigatore come una maschera “dialettica”
che rincorre una memoria situata a metà tra la reminiscenza individuale e il
passato collettivo. Il flâneur si
presenta così come una maschera dell’indolenza esibita come apparenza dietro
la quale si nasconde l’attenzione intensa del sagace sbrogliatore di intrighi,
del sapido protagonista del romanzo poliziesco, o del fotografo alla ricerca di
prove documentarie dell’effettualità storica che possano dargli
legittimazione sociale.
Susan Sontag, commentando le
considerazioni di Benjamin sulla fotografia, su quella di Atget in particolare,
ricorda come nella particolarità che questo fotografo ebbe nel prediligere il
ciarpame, i rifiuti, il kitsch, si dimostra come la fotografia realizzi
l’imperativo surrealista di adottare un atteggiamento egualitario di fronte a
un qualsiasi oggetto. In questo senso, il fotografo da un lato e il consumatore
di fotografie dall’altro seguono tutti e due le orme dello straccivendolo,
figura che già Baudelaire, dice Sontag, aveva associato a quella del poeta
moderno. Come un collezionista del ciarpame, come un avaro che custodisca un
tesoro di rifiuti, il fotografo è uno straccivendolo surrealista, che trasforma
la rovina urbana in opera d’arte.
Fotografia e politica: l’interpellazione
Secondo Sontag, è qui che
si manifesta la contraddizione, insita nella visione che della fotografia ha
Benjamin, tra la sua sensibilità surrealista e i suoi principi marxisti e
brechtiani. In realtà, quella che Sontag chiama la “sensibilità
surrealista” di Benjamin, da cui trae ispirazione la sua teoria
dell’allegoria, si può invece ben comprendere proprio alla luce delle analisi
marxiane sul feticismo della merce. Il feticismo rappresenta il momento di
valorizzazione perversa di quella “cosa” che è la natura sociale estraniata
dall’essere umano, il risultato della reificazione di un rapporto tra persone:
la merce. Le rovine esibiscono la natura corrosa della merce come se fosse
avvenuta in essa un’inversione ulteriore: fotografare macerie, rifiuti, kitsch
metropolitani sarebbe infatti come voler ridare corpo e “umanità” alla
merce, a partire dallo sguardo, dalla visibilità come direbbe Calvino. In
questo senso la fotografia è effigie, emblema dal carattere allegorico, dato
che le allegorie, come dice Benjamin, rappresentano ciò in cui la merce, nella
nostra epoca, trasforma le esperienze umane.
Di grande attualità sono in
questo contesto le riflessioni di Benjamin sul rapporto tra la tecnica, il
fascismo e la guerra: il saggio sull’opera d’arte uscì infatti nel 1936
nella Zeitschrift für Sozialforschung
che si pubblicava a Parigi, quindi in un
periodo in cui Benjamin era ben consapevole del senso che assumevano le
politiche culturali del fascismo e del nazismo. Il fascismo tende, secondo
Benjamin, all’estetizzazione della vita politica, dal momento che esso ha la
necessità di dare un’espressione alle masse senza intaccare i rapporti di
proprietà. L’apparato ideologico del fascismo vive in funzione della
produzione di valori cultuali che devono però convivere con la tecnica, cioè
con l’opposto del “cultuale” e dell’ “auratico”. Sembrerebbe allora
di capire che proprio da questa convivenza forzata si produce la tendenza
all’autodistruzione verso cui converge l’estetizzazione fascista della
politica.
Benjamin richiama il
manifesto di Marinetti per la guerra coloniale d’Etiopia in cui viene asserita
la “bellezza” della guerra che attraverso le armi fonderebbe il dominio
dell’uomo sulla macchina soggiogata, inaugurerebbe la sognata
“metallizzazione del corpo umano”, creerebbe “nuove architetture”. A tal
punto, scrive Benjamin, è giunta l’autoestraniazione dell’umanità da poter
godere esteticamente del proprio annientamento.
Il
carattere politico della fotografia è determinato, a parere di Benjamin,
dal fatto che le riprese fotografiche come quelle di Atget prefigurano il senso
della “ricezione”, poiché l’osservatore le guarda con inquietudine e con
la consapevolezza che per accedervi deve cercare una strada particolare. Questa
strada può essere intesa come una vera e propria interpellazione che la
fotografia propone allo sguardo, una interpellazione però in un certo senso già
“marcata” da ciò che da un certo punto in poi cominciò ad accompagnare
sempre la fotografia: la didascalia.
La didascalia ha secondo
Benjamin una funzione completamente diversa dal titolo di un dipinto, perché
essa orienta, dirige l’osservatore in un percorso interpretativo impellente,
che è diventato poi sempre più preciso nel cinema. La didascalia realizza una
sinergia tra parola e immagine, che attesta la politicità dell’opera d’arte
intesa come possibilità di “lettura” dell’opera stessa nei suoi sensi
stratificati. L’opera d’arte riproducibile, pertanto, oltre a poter
riprodurre se stessa, produce e riproduce anche il soggetto che la riceve, è
una “tecnologia” della soggettività contemporanea.
E’ in questo senso che va
intesa la precisazione con cui Benjamin accompagna la frase comune “Non colui
che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia, sarà
l’analfabeta del futuro”, riflettendo sul fatto che un fotografo che non
sappia leggere le proprie immagini è meno di un analfabeta. Attualizzando
questa riflessione, relativamente al luogo comune del nostro tempo che sostiene
che i nuovi analfabeti saranno coloro che non sapranno usare il computer e le
varie tecnologie informatiche, possiamo parafrasare Benjamin e dire che vero
analfabetismo, del presente come del futuro, è quello di chi non riesce a
“leggere” i meccanismi di costruzione della soggettività che tali
tecnologie alimentano. Analfabetismo, in questo senso, sarebbe un po’ come
dire alienazione segnica, cioè incapacità di pensare e di sapere cosa si fa
quando si producono, si scambiano e si consumano segni, quando cioè si
comunica.
Roland
Barthes considerò le riflessioni di Benjamin sulla fotografia come un testo
premonitore, soprattutto perché a suo parere la fotografia è una sorta di
“parente povera” della cultura, che, tranne alcune eccezioni tra le quali
include l’analisi benjaminiana, non ha beneficiato, come il cinema, di
un’estetica specifica. Secondo Barthes, quando si dice che la fotografia è un
linguaggio si dice qualcosa di vero e falso al tempo stesso: falso in senso
letterale, poiché l’immagine fotografica è analogica rispetto a ciò che
rappresenta, e dunque non comporta nessuna unità elementare discontinua che si
possa chiamare segno; vero, nella misura in cui nella fotografia sono
soprattutto la composizione e lo stile a funzionare come un linguaggio. Lo stile
ci dice così di una specificità del segno fotografico che non appartiene alla
dimensione della denotazione, bensì a quella della connotazione. In questo
senso, lo stile come linguaggio proprio della fotografia mette innanzi tutto in
gioco la problematica della soggettività.
Nei saggi sulla fotografia
risalenti agli anni ‘60, Barthes intende quella che per Benjamin è la perdita
dell’aura, cioè la perdita del “qui ed ora” dell’opera d’arte, come
una congiunzione illogica tra “qui e un tempo” e come una coscienza
dell’esserci-stato. Qualcosa di simile scrive anche Susan Sontag, quando
definisce la fotografia dei nostri tempi come un’arte della nostalgia. Il
soggetto prodotto dall’immagine fotografica può essere concepito come un
soggetto che fa i conti con la sparizione, con l’assenza e con la memoria
nello stesso momento in cui i segni della fotografia espongono la dimensione
“automatica” e potenzialmente sempre presente della cosa riproducibile.
La connotazione
Mentre Benjamin non
contrappone la fotografia al cinema, anzi considera questo come una sorta di
potenziamento dell’altra, Barthes riscontra come, a differenza e in
opposizione radicale con la fotografia, il cinema non sia affatto fotografia
animata. La fotografia viene definita da Barthes come un fatto antropologico
“matto”, come messaggio senza codice, come tecnica analogica nella quale
possiamo intravedere uno statuto paradossale nel nostro mondo divenuto sempre più
digitale e dove il codice è sempre più essenziale alla comunicazione.
In quanto messaggio senza
codice, dice Barthes, la fotografia è l’unico genere di immagine in grado di
trasmettere un’informazione senza bisogno di regole di trasformazione. In
questo si differenzia dal disegno, che soggiace invece a regole della
trasformazione ben precise, prima fra tutte quella di non potere mai riprodurre
“tutto”, ma di dovere scegliere cosa riprodurre. La fotografia ha, per così
dire, un compito di “registrazione” più che di trasformazione: tutti gli
interventi “trasformativi”, vale a dire “umani”, sulla fotografia
(dall’inquadratura alla distanza, agli effetti particolari) appartengono al
campo della connotazione.
Barthes
individua tre tipi di connotazione nell’ambito della ricezione dell’immagine
fotografica: percettiva, relativa al fatto che nella coscienza che la riceve la
fotografia viene colta da quel “metalinguaggio interiore” che è la lingua;
cognitiva, legata al rapporto tra la fotografia e il sapere di chi la
“legge”; e ideologica o etica, che riguarda le ragioni o i valori in atto
nella lettura dell’immagine. Oltre a ciò, anche Barthes richiama, come
Benjamin, l’importanza connotativa della didascalia come scambio tra verbale e
non verbale in cui la parola si pone come “parassita dell’immagine”.
Le riflessioni semiologiche
di Barthes sull’aspetto connotato della fotografia convergono sicuramente
nell’atteggiamento fenomenologico da lui assunto nel libro La
camera chiara, dove egli si pone di fronte ad alcune immagini fotografiche
scelte arbitrariamente e interroga la sua coscienza su cosa la fotografia sia
per un soggetto che la riceve per piacere o per desiderio. Per definire questo
movimento “interessato” verso la fotografia, o più precisamente il
movimento della stessa fotografia verso il soggetto che la guarda, Barthes
utilizza la parola punctum, da lui
contrapposta allo studium che designa
invece l’interesse culturale e storico, l’affetto “medio” per delle
fotografie. Lo studium è codificato, il punctum non lo è, è quel supplemento
che io aggiungo alla foto e che è tuttavia già nella foto.
Il punctum rappresenta
allora anche un supplemento della connotazione, uno spazio di soggettività che,
pur essendo sicuramente già delineato nel modo in cui l’immagine “mi si
rivolge”, non ha nulla di obbligatorio dal punto di vista ideologico o
assiologico, ma inaugura una “obbligatorietà passionale”, nel senso duplice
che io “patisco” il senso e mi appassiono ad esso.
L’esempio cardine di
questo movimento nel libro di Barthes è quello della fotografia di sua madre
bambina di cinque anni ritratta nel Giardino d’Invemo, attraverso la quale
egli scopre la verità del volto di lei. La fotografia permette di scoprire la
verità del volto materno nella inversione del rapporto madre-figlio: come
nell’ultimo periodo della vita di lei indebolita e resa bisognosa di cure a
causa della sua malattia, nella fotografia la madre era diventata la figlia.
Una situazione analoga di
inversione del rapporto con la madre trasmessa attraverso una fotografia si può
ritrovare nell’autobiografia di Marguerite Yourcenar, in un punto in cui la
scrittrice descrive un ritratto di sua madre forse quindicenne che le è
capitato sotto le mani e che le trasmette il senso di un rapporto con lei mai
avuto, dal momento che sua madre morì poco dopo averla partorita.
Ed è il corpo materno,
secondo Barthes, il luogo familiare per eccellenza, dove siamo già stati e che
ci fa sentire “a casa”, così come “a casa” (nel senso freudiano di hemlich)
lo fa sentire una fotografia, Alhambra
di C. Clifford, guardando la quale egli desidererebbe “vivere là”, notando
come sia importante che le fotografie di paesaggi, urbani o agresti, siano abitabili
più che visitabili. Abitabili come il corpo materno, nel quale abbiamo abitato
tutti e che è per noi il “paesaggio” per eccellenza. L’inversione del
rapporto con la madre che la fotografia rende possibile a Barthes come a
Yourcenar sembra allora curiosamente accennare a come quel “paesaggio” si
sia formato, non solo, ma anche a come il corpo della madre-bambina, insolito e
sconosciuto al figlio o alla figlia, divenga a sua volta un paesaggio tutto da
inventare all’interno della complessa e visionaria dialettica tra heimlich
e unheimlich.
La fotografia nel giornalismo, nella moda,
nella pubblicità
Dalle riflessioni finora
presentate, appare chiaro come la fotografia sia tra le arti riproducibili
quella più “automatica”, cioè quella in cui più conta una sorta di
obbligatorietà e di dipendenza del prodotto artistico da segni a questo
“esterni”, che siano i segni del “reale” raffigurato, la tecnica
adottata, o quello che Barthes chiama il parassitismo della didascalia. Nella
fotografia, questo automatismo e questa obbligatorietà si presentano
sicuramente più che in ambiti come il cinema, la televisione, la video-art, o
la stessa computer-art. Tuttavia la fotografia, più del cinema, più del
documento video, registra una memoria: registra un attimo privo di movimento,
che nel movimento del tempo non si perde, ma che si rende unico e
irriproducibile, pur potendosi “tecnicarnente” riprodurre. Questo rapporto
unico tra memoria e automatismo che la fotografia contempla è alla base del
ruolo importantissimo che da sempre questa arte riveste in tre pratiche
essenziali della società di massa: il giornalismo, la pubblicità, la moda.
Nel giornalismo si riproduce
una delle situazioni “tradizionali”, già individuata da Benjamin, della
fotografia, cioè la sua parentela con l’indagine sulla scena di un delitto:
così come il flâneur è
investigatore e fotografo al tempo stesso, così è anche giornalista, nel senso
che, come scrive Benjamin, il giornalismo è la “base sociale della flânerie”
realizzandosi in esso un particolarissimo rapporto tra tempo di lavoro e tempo
libero.
In effetti la fotografia
giornalistica si fonda sulla scoperta nel quotidiano, nel banale, nella folla,
finanche nella guerra come quotidianità, dell’elemento scioccante in grado di
spezzare il rapporto tra percezione e verbalizzazione. La fotografia
giornalistica più bella è quella che “lascia senza parole”, è il
documento storico accompagnato magari da una didascalia secca e descrittiva, ma
che parla molto più di questa. Pensiamo alle foto del ghetto di Varsavia
durante l’occupazione nazista, alle fotografie di guerra in Vietnam, alla
fotografia della nave carica di albanesi nel porto di Bari nell’estate 1991,
o, come esempio estremo, alle foto dei sopravvissuti nei campi di concentramento
tedeschi ripresi all’arrivo delle forze alleate.
In pubblicità la fotografia
mira a realizzare in un certo senso l’inverso di questa situazione tipica
della foto giornalistica che “lascia senza parole” e ad accentuare invece
all’estremo quella che Barthes chiama connotazione percettiva, cioè la
possibilità di rendere immediatamente verbalizzabile l’immagine. In questo
genere di connotazione però sono possibili delle eccezioni significative: come
esempio di queste eccezioni possiamo considerare le foto di Oliviero Toscani per
Benetton che rappresentano un vero e proprio corto circuito, poiché fanno
saltare il rapporto tra la percezione dell’immagine secondo stereotipie del
senso e il contenuto dell’immagine stessa.
Foto come quella della
bambina appena nata, del morto ammazzato, del malato di AIDS, che non a caso
hanno provocato scandali e censure, e che per giunta non sono di Toscani, ma
sono state da lui scelte e utilizzate in contesti differenti da quelli per cui
erano state scattate da altri, scatenano proprio questa esplosione percettiva,
poiché, per così dire, mettono qualcosa nel posto sbagliato. Là dove la
nostra consuetudine percettiva si aspetterebbe un’immagine rassicurante,
consolatoria, o tutt’al più “direttiva”, come solitamente sono le foto
pubblicitarie, Toscani pone invece qualcosa che non c’entra, che non gratifica
lo sguardo e che anzi spesso lo indigna.
Nell’ambito
della moda, la fotografia organizza quello che Barthes, nel Sistema
della Moda, chiama il “teatro del mondo” (Barthes 1967, trad. it. 1970:
110) su cui si staglia l’indumento, vale a dire realizza le condizioni
attraverso cui la moda “descritta” può produrre un suo sistema retorico di
trasmissione di senso. Come nota Barthes, la fotografia di moda accentua molto
spesso lo strambo, la parodia del corpo (ivi: 308). Questo può realizzarsi sia
come sottomissione piena della fotografia al “significante” di moda, cioè
all’indumento, sia, soprattutto nella storia più recente della fotografia di
moda, nell’accentuazione dell’aspetto eccentrico quotidiano della fotografia
presa “sulla strada”.
Inoltre, e questo è molto
importante, la fotografia di moda mette in scena la statuto paradossale della
moda stessa, vale a dire il fatto che, come nell’arte fotografica, le regole
dei segni della moda siano insieme l’ “unicità” e la “riproducibilità”.
Questa situazione si rende possibile proprio in virtù del ruolo importantissimo
che sia nella moda che nella fotografia ricopre lo “stile”, vale a dire
l’insieme delle modalità rappresentative e discorsive interne e specifiche di
ciascun sistema segnico, il campo cioè della connotazione.
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