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Patrizia Calefato / testi / flaconi di profumo

 

Flaconi di profumo

(pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 6/6/2004)

 

Profumi, oli aromatici, essenze: odori che, quando si sprigionano e giungono a contatto col corpo, distillano la capacità tipicamente umana di riuscire a “sentire” con tutti i sensi, messi insieme in quella reciproca interferenza che si chiama sinestesia. Il profumo mette in gioco l’odorato e il tatto, se è vero che l’aroma prende corpo e vita solo se si accorda con la pelle in combinazioni che cambiano da persona a persona. Mette in gioco il desiderio, se è vero che l’olfatto costituisce un elemento fondamentale di richiamo sessuale a partire da quella base “animale” che ci caratterizza malgrado possiamo averla sublimata o dimenticata, e per quanto siamo poi in grado di elaborarla in raffinati bouquet. Mette in gioco la memoria, a volte anche per caso, quando una scia di aromi ci avvolge e ci fa involontariamente riandare a un momento passato o a una persona che non c’è più. E mette in gioco la vista, senso dell’estetico per eccellenza, a cui è consegnata la possibilità di farci “gustare” un profumo a partire dal suo contenitore: la “boccetta”, che ci permette di percepirlo ancora prima di averlo sentito col naso, di valutarne la preziosità o la rarità, l’estrosità o la raffinatezza, la natura floreale o fruttata, solare o lunare, marina o terrestre.

ariballo corizio VII-VI sec a.C.

Il profumo è indissolubilmente legato al suo contenitore, anzi, non sarebbe lo stesso se non fosse ospitato proprio entro quel flacone. Ma questo accade da molto prima che le essenze abbiano cominciato ad avere un nome o un marchio industriale. Gli Egiziani riponevano oli aromatici ed unguenti odorosi entro recipienti di alabastro, materiale pregiato che ne permetteva la lunga conservazione. Presso i Greci erano usati, sin dall’epoca arcaica, gli ariballi, piccoli vasi a base rotonda e collo stretto per meglio centellinare le gocce. Recipienti in vetro entrarono in uso a Roma dal I secolo a.C. Preziosissime boccette di profumo in cristallo di Boemia e in vetro di Murano fecero da contenitori di profumi nel Seicento. E il Settecento dei belletti e del lusso aristocratico produsse un numero enorme di bottiglie di forma fantasiosa e pregio estremo, come quelle fabbricate secondo l’arte della cristallo-ceramica che consiste nel saldare insieme un cammeo di porcellana in un flacone di cristallo.

A François Coty (1876-1934) si deve la nascita in chiave industriale e tecnologica in senso moderno dell’arte del profumo come strettamente legata a quella del suo “imballaggio”. In quanto merci, i profumi sono forse stati tra le prime per le quali si sia posta la necessità di una valorizzazione esteriore fornita dal packaging - oltre che dal nome. Una prerogativa, questa, che è poi passata a tutte le merci, ma che il profumo esige costitutivamente, anche a prescindere dal suo valore di mercato, proprio in quanto bene di lusso, bene, cioè, tutto sommato “inutile” e però desiderabile, infunzionale e, come tale, “prezioso”. Ne fu esempio esplicito “Parfum XXIII” della Maison Delettrez, del 1923, una “collana” formata da tredici perle che in realtà erano dei piccoli flaconi di profumo di vetro soffiato dall’effetto madreperlaceo. Prova di una vocazione “esotista” in piena epoca coloniale – era il 1925 – fu invece “Le Golli Wogg”, un flacone a forma di “negro” dal corpo sferico di vetro bianco, laccato in bianco e nero, il viso stilizzato sul tappo e una gran massa di capelli in visone.

                      Nella creazione di un profumo il marketing si è spesso sposato all’arte: nel 1946 la Maison Schiaparelli, ad esempio, lanciò in un’edizione limitata di duemila esemplari “Le Roy Soleil”, il cui flacone venne creato da Salvador Dalì. Il profumo era contenuto in flaconi di cristallo Baccarat e raffigurava una roccia sul mare inondata dai raggi del sole costituiti dal tappo di cristallo e oro sul quale volava uno stormo di gabbiani, il tutto entrava in un cofanetto a forma di conchiglia d’oro. Ma la commistione tra arte e profumeria si manifesta anche in quell’arte un po’ “perversa” e minore che è il collezionismo delle miniature, spesso piccoli capolavori ricercati e scambiati a quotazioni crescenti.

La bottiglia è il vero e proprio simulacro del suo contenuto, una materia indissolubile dal liquido: inseparabile dal suo flacone lineare e modernista l’intramontabile Chanel n° 5; da apprezzare con gli occhi prima ancora che con il naso la forma femminile sinuosa della bottiglia del profumo Gaultier; da raccogliere come una goccia dell’oro che promette, l’involucro di “J’adore” di Dior. E la lista potrebbe continuare all’infinito: basta sfogliare una rivista illustrata o passare tra le vetrine e gli scaffali delle profumerie, abbandonandosi magari a quel piacere sottile che consiste nello spruzzarsi addosso il profumo con i tester delle diverse essenze, sommandole una sull’altra sulla pelle.

Uno dei più bei flaconi attualmente in circolazione è quello di “Organza” di Givenchy: alto e robusto come una colonna, proprio come una colonna ha per tappo un “capitello” con una voluta disposta in modo asimmetrico, quasi si trattasse di uno stile ionico incompleto. Nella bottiglia traspare il liquido giallo del profumo e, attraverso il vetro, la cavità che lo raccoglie appare sinuosa come un corpo di donna, anch’essa lievemente asimmetrica. Nella pubblicità di questo profumo la bottiglia è come “duplicata” nel corpo di una modella avvolta in un abito bianco lungo e drappeggiato. “Scent Gloss”, il profumo di Costume National appena lanciato sul mercato, è contenuto invece in un flacone dal design essenziale, dalle forme lievemente arrotondate i cui colori giocano sul contrasto tra il metallo satinato del tappo e dell’etichetta e il lieve rosa della bottiglia. “Omnia” di Bulgari, vincitore nel 2003 del premio dell’Accademia del profumo per il miglior packaging, ha una bottiglia costituita da due cerchi che s' intersecano tra loro in una forma molto simile al simbolo dell’infinito e che in silhouette ha anche la sagoma di un anello con una pietra preziosa su cui è incastonato il nome della celebre casa di gioielli.

Tra i più suggestivi ormai classici: “Noa” di Cacharel, imballato in una bottiglia a forma di sfera trasparente che contiene all’interno piccole perle bianche mescolate al profumo, e “Poison”, cioè “veleno”, l’ambiguo e per questo affascinante aroma di Dior, che ha assunto quale colore caratterizzante del flacone il viola – pericoloso e mortale, oscuro e velenoso come una pozione d’amore.

 

Il est de forts parfums pour qui toute matière
Est poreuse. On dirait qu'ils pénètrent le verre.
En ouvrant un coffret venu de l'Orient
Dont la serrure grince et rechigne en criant,

Ou dans une maison déserte quelque armoire
Pleine de l'âcre odeur des temps, poudreuse et noire,
Parfois on trouve un vieux flacon qui se souvient,
D'où jaillit toute vive une âme qui revient.
[....]

(Baudelaire, Le flacon)