Feticismo

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Il Corriere della Sera - 12/08/2005
Le virtù del feticismo di  GILLO DORFLES

Un saggio su moda e potere

Passavo tutti i giorni – finché non lo traslocarono – davanti a un negozio, dalle vetrine scintillanti ma tenebrose dedicato alla moda sado-maso, o meglio alla «Fetish fashion». E quelle giarrettiere, quei reggiseni aguzzi, quei corsetti, quei lacci di pelle nera mi erano diventati talmente familiari che mi chiedevo perché destassero ancora scandalo nei cerimoniali vestiarii. Da quando Freud attirò l'attenzione sul rapporto tra sessualità e totemismo divenne sempre più evidente la presenza d'una frequente Vèrschiebung d'uno spostamento tra oggetto del desiderio e oggetto materiale surrogante lo stesso. E, che questo oggetto possa essere anche la punta acuminata d'una scarpa femminile o un bustino a nido di vespa o, a suo tempo, il piede deformato dalle fasciature delle vecchie cinesi pre Mao, è tutt'uno con il considerare, nel settore della moda o in quello più generale d'una sessualità «deviata», il feticismo come uno dei suoi più sicuri fattori. Feticcio (termine derivato dal portoghese “feitiçio” ovvero falso, fittizio) è ormai un termine così abusato che sembrerebbe superfluo trattarne; tanto più dopo importanti testi come quello di Mario Perniola (“La società dei simulacri”) o di Ugo Volli (“Fascino, feticismo e altre idolatrie”) e, se mi è concesso, il mio “Feticcio quotidiano”. Ma una recente pubblicazione di Valerie Steele, Fetish. Moda, sesso e potere (Meltemi Roma, pp. 280, € 23,5) ha davvero sviscerato l'argomento; per cui anche l'apparentemente frivolo mondo del vestire assume una valenza estetico-sociale di primissimo ordine. Perché qualche particolare dell'abbigliamento odierno o passato finisce per acquistare dei valori ambigui o perversi? Perché i lacci, le «armature di gomma nera», le cinture devono furoreggiare tra gli adepti d'un versante sado-masochistico? E perché qualsiasi capo di vestiario dagli slip maschili alle T-shirt femminili devono equivalere a sicuri feticci? Se, tuttavia, gli indumenti sono, volere o no, legati comunque all'occultamento o all'evidenziazione della sessualità, meno comprensibile appare perché anche un cappellaccio bisunto di Beuys possa possedere delle qualità feticistiche o perché lo stesso possa valere per il cravattino a farfalla d'un Le Corbusier o per i baffi di Dali. Naturalmente il feticismo non si limita a questi spunti di vestiario personale e neppure all'antica massima marxiana d'un «feticismo delle merci»; come d'aItronde è solo problematicamente giustificato dalla nota «leggenda» freudiana che vede una prima idea del feticcio nella cosiddetta «madre fallica»: equivalente accomunabile al Penisneid, l'invidia per il pene mancante o insufficiente. Eppure il concetto di feticcio continua a essere attualissimo soprattutto se riusciamo a isolarlo dalla consueta connotazione sessuologica o sessuofobica e se lo consideriamo secondo una valenza più generalizzata: quella sostitutiva di una idea, di una fede, di un emblema: l'autentico viene sostituito dal falso, il naturale dall'artificiale. Per questa ragione non sono del tutto d'accordo con l'impostazione del resto esemplare del saggio citato, secondo cui il feticcio risulta quasi esclusivamente legato alla moda. Quello, per contro, che mi sembra possa costituire una diversa maniera di intenderne l'importanza potrebbe identificarsi nella sostituzione dei dati reali con quelli immaginari. Quando, in un suo antico testo, Daniel Boorstin racconta il caso di quella madre che va per la strada col bambino neonato nel «perambulator» (l'inglese possiede un termine più solenne della nostra «carrozzina») e che all'amica che loda l'infante, risponde: «Dovresti vedere la sua fotografia!», ci troviamo di fronte un classico esempio di come venga dato più peso al risultato fittizio che all'autentico. Ecco, dunque, uno degli aspetti d'una elaborazione feticistica: la foto migIiore, «più parlante» del bambino; il videogioco preferito a un gioco manuale. Ebbene, se imparassimo a liberarci del feticismo spesso inerente nelle immagini offerte dai media, se riuscissimo a riassaporare gli spettacoli naturali invece di deliziarci soltanto con filmati da rivedere senza un vero ricordo del viaggio compiuto forse buona parte del feticismo che oggi ci sovrasta finirebbe per perdere parte della sua ambigua potenzialità. Eppure, esiste un ambito dove l'avvento d'una componente feticistica può essere positivo: penso al fatto che, senza la feticizzazione di un'etichetta, d'una griffe, d'uno slogan, molte delle predilezioni del pubblico a caccia di gadget, di nuovi modelli di vestiario, di telefonini e computer non potrebbero aver luogo, privandolo di quella soddisfazione certo «peccaminosa» e frivola, ma comunque solleticante di venirne in possesso. Quanta parte della pubblicità per una nuova automobile, una maglietta, un oggetto d'arredamento, ma anche un'opera d'arte... è basata sulla qualità feticistica degli stessi? Allora, ben venga anche il feticcio che forse può, alle volte, sostituire non solo l'oggetto ma anche l'immagine, la passione che, nella loro vera essenza, in realtà non dovrebbero consentire la presenza d'un inganno.