Europa fenicia

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Discorso e mito: ritorno ad Europa

(dal libro Lingua e discorso sociale, 2002)


Il nome di Europa
I narratori non erano d’accordo se Europa era la figlia o la sorella di quel re Fenice che aveva dato il nome alla Fenicia. La madre si chiamava Telefassa, la “lungisplendente”, o Argiope, “dal volto bianco”. Il volto della madre e quello della figlia erano dunque come il volto della luna, mentre la parola phoinix allude al colore rossastro del sole. Si raccontava che Zeus aveva visto Europa, mentre questa stava cogliendo fiori sulla riva del mare. Le si era avvicinato sotto le sembianze di un toro e l’aveva rapita. Quel toro non era certamente un animale comune. In un antico dipinto vascolare esso aveva tre colori diversi. Secondo i poeti il suo alito aveva il profumo dello zafferano. Doveva emanare un fascino particolare, se Europa si sedette volentieri sul suo dorso e si lasciò portare attraverso il mare. I nostri pittori vascolari raffiguravano Europa sul dorso del toro come una vera dea: con le ali o con un pesce in mano o con un fiore. Spesso la vediamo con tralci di vite, come se l’incanto di Zeus fosse stato in quel tempo identico a quello del dio-toro Dioniso. A volte invece essa aveva in mano un cerchio forse la sua collana che, si diceva, fosse il regalo di nozze di Zeus, confezionato da Efesto. Così essi erano arrivati a Creta. Anche la grotta Dittea era ritenuta luogo delle nozze. Nei pressi della città di Gortina si mostrava però un platano, sotto le cui fronde Zeus si sarebbe congiunto ad Europa non più nella forma di un toro, bensì in quella di un’aquila (Kerényi 1989: 101).
Questo l’incipit del racconto che Kerényi propone del mito di Europa attingendo, tra gli altri, ad Apollodoro, a Igino e all’Iliade. Questo anche l’incipit di una mia riflessione di alcuni anni addietro in merito al mito di Europa fenicia (Calefato 1994), riflessione sulla quale è possibile oggi ritornare.
Cercherò di precisare che senso abbia assumere il mito di Europa come racconto d’origine, una volta che con questa espressione si intenda, l’insieme di racconti in cui si narra la nascita di una tribù, di un popolo, di una nazione o di un gruppo sociale. Nel caso di “Europa”, si tratta di una voluta forzatura, di un gioco di omonimia tra la bella principessa e il vecchio continente. Non esistono, infatti, per quanto io ne sappia, racconti che attestino nel mito un rapporto diretto e fondativo tra la nascita del continente europeo e il passaggio a Creta della fanciulla rapita da Zeus. Il nome di Europa in quanto territorio compare per la prima volta in Omero (“Inno ad Apollo”), ad indicare la terraferma greca in opposizione al Peloponneso e alle isole dell’Egeo. Ed è lo stesso Omero, in verità, nell’Iliade, a fornire indicazioni sulla principessa fenicia, ma senza metterla in relazione esplicita con il referente territoriale del nome
Sul racconto di Europa, pertanto, intervenivo allora, e intervengo adesso, con una “operazione semiotica” preventiva, per così dire, di una semiotica intesa come gioco del fantasticare, gioco del costruire il metadiscorso critico come se fosse un racconto esso stesso. L’operazione viene resa possibile dal particolare statuto semiotico del nome proprio, in virtù del quale questo è sganciato da obblighi etimologici, e può permettersi di attraversare due di quei tre “poteri” di cui parlava Barthes (1982) a proposito dei nomi in Proust: di essenzializzazione, di citazione e di esplorazione. In particolare, quello “di citazione” e quello “di esplorazione” sembrano qui in questione: il primo legato all’evocazione dell’essenza racchiusa nel nome, il secondo esplicativo di come un nome proprio possa essere principio figurale, immagine mentale attraverso cui vengono richiamate altre immagini mentali, altre figure del discorso. Attraverso questi “poteri” si rende possibile infrangere la regola logica e filosofico-linguistica ereditata da Mill (1968) che vorrebbe che il nome proprio abbia solo un referente ma non un significato, e che, come dice Kripke (1982), i nomi propri siano “designatori rigidi”. Il nome può invece essere concepito come uno “sguardo” sul linguaggio, attraverso cui del linguaggio si mostrano al tempo stesso la materialità e la convenzionalità, la sua capacità di costruire mondi e racconti in cui il verbale si articola con il non verbale (v. cap. 4). Qui il nome “Europa” è un “nodo” nel percorso di senso che si stabilisce tra il racconto e la sua interpretazione, e condensa una isotopia socio-testuale.
Tempo ed epos
Secondo quanto sostiene Bachtin a proposito del confronto tra epos e romanzo, la costruzione dell’epopea, soprattutto di quella che racconta le origini, è la costruzione di un passato assoluto, cioè di una categoria assiologica, gerarchica, valida di per sé. Scrive Bachtin:
Per la concezione epica del mondo, “inizio”, “primo”, “fondatore”, “antenato”, “precedente”, ecc. sono categorie non puramente temporali, ma assiologico-temporali, sono cioè un superlativo assiologico-temporale che si realizza nei riguardi degli uomini sia nei riguardi di tutte le cose e gli eventi del mondo epico (Bachtin 1979: 457).
Bachtin fa qui riferimento non tanto al contenuto in quanto tale, ma all’aspetto contenutistico-formale del genere dell’epopea, che si fonda su valori come la tradizione impersonale, l’universalità della valutazione e del punto di vista, “il profondo rispetto per l’oggetto della raffigurazione e per la parola detta su di esso in quanto oggetto della tradizione” (ivi: 458). Il racconto d’origine, considerato in generale, ha tutte le caratteristiche dell’epopea così delineate da Bachtin, anche perché è in questo passato assoluto che deve situarsi la manipolazione del racconto in vista della sua funzionalità assiologica e ideologica. Tuttavia, come ben ci insegna lo studio dei miti messi a confronto con la cultura letteraria - come ci insegna per esempio lo studio della tragedia greca - quando un determinato contenuto esce dalla forma dell’epos ed entra in processi sociali di manipolazione linguistica, al passato assoluto dell’epopea si sostituisce quello che vorrei definire il “presente continuo” della fabulazione. Ciò accade a tutti i racconti d’origine, nella misura in cui essi vengono, appunto, narrati, trasmessi, detti in varie forme. Ed è questa prerogativa che mi permette oggi di parlare del racconto di Europa secondo una prospettiva atipica, eccentrica, benché si debba tener conto di come anche questo sia, secondo tutte le regole, un racconto di fondazione.
Il mito di Europa si pone, infatti, alle origini di quelle “storie cretesi”, come le chiama Kerenyi, in cui si narra della fondazione della civiltà di Creta attraverso una genealogia regale nella quale più volte si consuma l’unione tra una donna e un toro, si stabilisce cioè una relazione socio-sessuale tra l’umano e l’animale, e di conseguenza tra l’umano e il divino, come avviene in moltissimi miti d’origine. E’ importante ricordare che Creta rappresenta, nella storia (history), nel discorso storico e nell’immaginario che circonda la storiografia, un luogo di origine fisica, sociale e culturale per le civiltà del nord del Mediterraneo, a cominciare dalla Grecia e dalla Magna Grecia. I Fenici, da parte loro, sono per eccellenza il popolo migrante del Mediterraneo, marinai, commercianti e fondatori di città che ebbero anche, si dice, un ruolo determinante nella diffusione dell’alfabeto, dunque nella nascita della scrittura basata sulla convenzione letterale invece che sull’ideogramma, sul geroglifico o sul pittogramma.
Origine e identità
Il racconto di Europa fenicia, nell’interpretazione che qui si propone, devia però dall’idea del racconto d’origine quale fondamento di un gruppo sociale delimitato, di un confine stabile, e si pone piuttosto come metafora dell’origine che proviene dal di fuori, di un’identità “exotopica”, come direbbe Bachtin, e della migrazione. La scrittrice Christa Wolf parla di questo mito nelle Premesse a Cassandra, ed è a lei che io sono debitrice dell’idea del gioco linguistico di omonimia tra la principessa e il continente, anche se l’interpretazione che ne dà Christa Wolf è soprattutto di tipo politico, poiché del mito lei vede l’aspetto più negativo, quello connesso cioè all’atto dello stupro. Scrive, infatti, l’autrice tedesca:
“Europa”, un nome che, dalla terraferma greca e tracia, si estendeva alla massa continentale a settentrione, a seconda della coscienza che i greci ne avevano. Europa, la figlia del re fenicio, che il dio Zeus in sembianze di toro rapì dalla Fenicia portandola a Creta, dove lei gli partorì, tra gli altri figli, il futuro re Minosse. Un atto di violenza contro una donna fonda, nel mito greco, la storia d’Europa (Wolf 1985: 98).
Questo gesto di sopraffazione, a parere di Wolf, è indicativo ed esplicativo di quale possa essere lo statuto culturale originario dell’“Europeo”. Infatti, nonostante l’idilliaca versione di Kerényi, la migrazione di Europa dalla sua terra a Creta avviene in virtù di un rapimento, azione alla quale ella reagisce sgomenta allorché, in groppa al bel toro, si accorge di guardare ormai dal mare aperto la riva che si allontana. Ciò che poi accade sotto il platano o, come dicono altri, sotto i salici, è un vero e proprio stupro. Questo atto pone fine al disordine connesso allo stato di confusione passionale, tra sgomento e desiderio, che Europa vive prima dell’arrivo a Creta e sancisce l’ordine socio-sessuale che pone inizio alla generazione di una stirpe regale.
Europa, la lunare sorella di Cadmo, giunge al luogo dove Zeus/toro/aquila consumerà lo stupro, sulla base di un movimento in cui sono in gioco, insieme, un atto di violenza e una migrazione. Il mare, che ella attraversa in groppa al toro, è da intendersi come luogo di confine e di desiderio. Di confine perché è il mare a segnare sin nell’antica geografia la distinzione tra l’Europa e la Libia (Africa). Di desiderio, perché Europa è colpita dalla bellezza del toro, gioca a legargli fiori tra le corna e a cavalcarlo, e neanche si accorge in principio che l’animale la sta portando oltre, sul mare, appunto. Il mare in questione è quello che noi chiamiamo il Mediterraneo, che, come dice il suo stesso nome, si pone “tra le terre”, cioè in una zona di frontiera, in una zona “tra”, anche del senso. L’attraversamento di questo mare è un’azione che il racconto ci mostra come percorsa da un’opposizione tra l’attrazione di Europa verso il toro, da un lato, e la nostalgia per la perdita del luogo d’origine, dall’altro. Questa nostalgia è espressa attraverso lo sguardo da lei rivolto dal mare verso la terraferma ed è connessa alla paura dell’ignoto che l’aspetta. Il mare svolge qui la funzione di cronotopo del racconto vale a dire, seguendo Bachtin, è un luogo d'incarnazione raffigurativa del tempo e dello spazio: in questo cronotopo è messa in scena una situazione instabile sul piano passionale, tradotta figurativamente nell’immagine, trasmessaci in varie versioni del racconto, di Europa che fissa la riva sempre più lontana stringendo con la mano destra un corno del toro e con la sinistra un canestro di fiori.
Spazialità
Al racconto di Europa è generalmente associato un racconto d’origine, quello di Cadmo, dalla struttura in parte parallela, data la comune migrazione oltre il mare e il comune destino di fondatori di una stirpe, e data soprattutto la stretta parentela che lega i due protagonisti. Cadmo, fratello di Europa, parte alla ricerca della sorella rapita, ma, non ritrovandola, giunge sino in Tracia e in Beozia dove fonda la città di Tebe, originariamente chiamata Cadmea. Nel racconto di Cadmo, il cronotopo “slitta”, per così dire, dal mare alla terra; è, infatti, la terraferma “continentale” che accoglie le peregrinazioni dell’eroe fino allo stanziamento in Beozia. Documenti artistici e architettonici dimostrano inoltre come, sin dal quindicesimo secolo a.C., tra Tebe e Creta si sia stabilita una relazione interculturale molto stretta, relazione che nel mito è condensata nella parentela tra Europa e Cadmo.
Possiamo così stabilire un confronto tra alcune categorie costitutive di questi racconti, all’interno di ciascuno e nella comparazione reciproca. In tale modo sarà possibile riconoscere delle strutture portanti che, da un lato, mostrino i rimandi tra tali racconti e il “genere” discorsuale del racconto d’origine e del discorso mitico, e, dall’altro, rendano visibili le peculiarità dei singoli intrecci. Dalle opposizioni e dagli slittamenti di senso che si possono ritrovare in tale confronto, è possibile riconoscere la misura in cui il racconto d’origine produce significato sociale e ordine discorsuale. La materia segnica di cui i racconti del mito sono intrisi è costituita di elementi salienti comuni, nel cui intreccio e nel cui confronto è possibile rintracciare i percorsi di senso che rendono “vero” il mito stesso.
In ogni racconto mitico, in generale, si realizza una competenza territoriale su un aldilà spazio-temporale, che viene raggiunto superando una certa frontiera (v. Caprettini e Ferraro 1982: 422). Questo aldilà spazio-temporale è il “passato assoluto” di cui parla Bachtin, che, nell’etica fabulatoria del racconto, viene in un certo senso raggiunto sia dall’eroe del racconto stesso, sia dagli attori sociali che partecipano all’atto, anche simbolico o rituale, della narrazione. Nel caso di Europa e di Cadmo, la “competenza territoriale” è parte integrante e costitutiva dei racconti che costruiscono il mito, e si esprime nell’oltrepassamento della frontiera rappresentata dal mare. Il mare è una materia fluida, mobile, nella quale non è identificabile una linea di separazione e di confine netta e precisa, come quella, ad esempio, che scinde il mondo dei vivi da quello dei morti. Il mare divide, certo, ma allo stesso tempo tocca con ogni sua particella i territori che tiene disgiunti tra loro. L’attraversamento del mare può dunque essere considerato secondo una prospettiva “metastabile”: come un oltrepassare il confine, e insieme anche restare in qualche modo “a casa”, dato che ciascuna goccia di quel mare ha conosciuto, ha toccato, la terraferma da cui gli eroi provengono.
Una volta giunta a destinazione in groppa al toro, Europa non ha però terminato il suo passaggio: lo stupro è “necessario” perché si dia inizio alla nuova stirpe. Lo stupro, dal punto di vista narrativo, rappresenta in questo racconto l’elemento della prova, dalla quale Europa sarà “qualificata” come generatrice di una discendenza regale. Europa genera, infatti, con Zeus tre figli: Sarpedone, fondatore di Mileto e poi re della futura Licia, in Asia Minore; Radamanto, giudice nei Campi Elisi; e Minosse, re di Creta. Lo stupro rappresenta inoltre, dal punto di vista assiologico, il fulcro dell’ordine sociale patriarcale.
Sul piano spazio-temporale, possiamo notare l’opposizione tra il mare come cronotopo aperto, e il luogo dove avviene lo stupro - sotto un albero e presso una grotta - come cronotopo che evoca una chiusura non solo dello spazio, come è indicato dalla figuralità stessa dell’immagine, ma anche del tempo, perché lì ha inizio una temporalità chiusa, “epica”, che si autoconferma nella discendenza che lì si inaugura e nella gerarchia sessuale che lì si stabilisce.
Frontiere corporee
Lo stupro di Europa da parte di Zeus ci pone in presenza di un’altra situazione in cui si deve, sia pure metaforicamente, attraversare una frontiera, quella, in questo caso, tra l’umano e l’animale. Come si accennava prima, nei racconti mitici il rapporto sessuale tra un essere umano e un animale ha a che fare con situazioni in cui si pone esplicitamente il confronto tra l'elemento terreno e quello divino. Nella storia di Europa, si tratta di una delle numerose trasformazioni di Zeus in toro, animale fortemente connotato sul piano simbolico e immaginario. Per congiungersi ad Europa, secondo alcuni narratori, Zeus si ritrasforma però ancora in un altro animale, un’aquila, attraversa cioè un’ulteriore mutazione magica, da animale “di terra” ad animale che abita l’aria e le grandi altezze. La mutazione corporea dà vita nel racconto a un’inversione semantica. Questo accade anche in altri generi narrativi. Nelle fiabe, ad esempio, un protagonista o un aiutante magico a volte riceve la sua vera funzione narrativa proprio dalla trasformazione, da essere mostruoso a bel principe, oppure da sciocco a savio, e viceversa. E’ nel capovolgimento della situazione iniziale che il racconto viene ad assumere senso e valore.
La trasformazione in animale, spesso in toro, è un espediente consueto cui Zeus ricorre anche in altri racconti: ma la sua mutazione in aquila inverte il significato erotico connesso all’elemento taurino, o meglio connota questo significato nel senso di un eros fondato sulla potenza, di cui è soggetto il maschile, invece che sul desiderio, di cui è soggetto il femminile. Se insomma è il corpo desiderante di Europa a lasciare la sua terra per il toro e per il mare aperto, è il corpo potente di Zeus-aquila a violare la principessa per dar vita alla stirpe.
Anche nella storia passata di Europa e di Cadmo è presente un toro: nel complicato intreccio di parentele che i genealogisti tebani costruirono intorno al fondatore della loro stirpe, egli viene, infatti, fatto discendere, e con lui sua sorella Europa, dallo stesso Zeus che, sempre in forma di toro, si era congiunto con Io. E un’altra storia narra di come Cadmo, seguendo le orme di Europa, abbia anche seguito, come gli aveva suggerito l’oracolo di Delfi, quelle di una giovenca che portava sui suoi fianchi l’emblema della luna. Il simbolo che la giovenca ha su di sé è un segno presente anche in Europa, che ha il volto bianco come quello della luna. Questo elemento dice della sua discendenza materna da quella Telefassa o Argiope i cui nomi evocano esplicitamente lo splendore bianco e lunare del volto. Il nome del padre o, secondo altre versioni, del fratello di Europa, Fenice, richiama invece il colore rosso del sole.
Narratività
Consideriamo allora i seguenti elementi in relazione tra di loro: il mare come luogo di confine e di passaggio, nel senso su esposto; il contatto sensuale o affascinato tra l’umano e l’animale, tra l’umano e il divino; il dualismo luna-sole parallelo a quello maschile-femminile. Nel caso di Cadmo - essere umano di sesso maschile dalla discendenza “solare” ed essa stessa taurina - l’inseguimento della giovenca - animale lunare, femminile - realizza le prescrizioni dell’oracolo di Delfi, cioè invera un “programma narrativo regolativo” dell’agire dell’eroe stabilito già precedentemente rispetto allo svolgersi degli eventi. Nel caso di Europa, invece, sono capovolti, anche se in modo ambivalente, i significati dell’azione di “inseguire” l’animale che ella compie, perché in realtà resta in ombra ed è indecidibile quale sia il limite tra la seduzione (nel senso letterale del “condurre a sé”) esercitata dal toro sulla fanciulla e l’atto del rapimento. Il superamento della prova, in questo caso rappresentata dallo stupro, va di pari passo con la diminuzione, nel racconto, della tensione passionale di Europa verso il toro, tensione e desiderio pienamente presenti invece al momento dell’incontro con l’animale e prima dell’arrivo a Creta, tensione e desiderio figurativizzati da quelle pitture vascolari di cui ci parla Kerenyi. Anche la trasformazione del toro in aquila va nella medesima direzione del venir meno dell’aspetto “dionisiaco” del desiderio, a favore di un prevalere dell’aspetto più convenzionale e stereotipato dell’unione sessuale in funzione della nascita di una stirpe regale.
Torniamo ancora una volta alla genealogia tebana, i cui racconti ci mostrano Cadmo che, seguendo le prescrizioni dell’oracolo di Delfi, ha seguito la giumenta lunare fin dove questa è caduta sfinita dalla stanchezza. L’eroe la sacrifica e manda i suoi compagni a cercare dell’acqua, ma questi vengono uccisi da un terribile drago che sorveglia la sorgente Areia. Rimasto solo sul territorio della Beozia, Cadmo deve uccidere il drago, deve affrontare cioè la prova che gli darà la possibilità di divenire il fondatore di una città e di una stirpe. In questa condizione di solitudine, armato degli strumenti primordiali e privo di un esercito su cui fare affidamento, Cadmo è come il primo uomo sulla terra non ancora popolata. Così ce ne parla Kerenyi:
Cadmo si trovava su di un terreno sul quale, prima della sua azione fondatrice, nessun popolo era nato; era come se egli vivesse al principio del mondo, nella solitudine primordiale. Doveva compiere l’azione tutto da solo (Kerenyi 1969: 265).
Dopo aver vendicato i suoi compagni uccidendo il drago, o serpente, Atena ordina a Cadmo di seminare nella terra i denti del mostro: dalla terra così fecondata prendono vita dei guerrieri, gli Sparti, che cominciano ad azzuffarsi tra loro a tal punto che ne sopravvivono solo cinque. Costoro offrono i loro servigi a Cadmo e lo aiutano ad edificare l’acropoli di Tebe. La solitudine di Cadmo è la condizione che rende possibile la generazione autonoma, non sessuata, degli Sparti, il cui nome significa “i seminati”. In questo racconto d’origine, siamo così in presenza di un eroe “assoluto”, il cui valore e le cui azioni traggono vita da se stesse, secondo una linea di discendenza monogenetica e monosessuale. Le sue successive nozze con Armonia rappresentano semplicemente il principio della “storia umana”, essendo peraltro le prime nozze di mortali cui prendono parte gli dei dell’Olimpo.
A differenza di Cadmo, Europa non è sola: il suo racconto d’origine si fonda, infatti, su di una relazione, quella con il toro, ed è in base a un principio erotico, non ad un principio eroico che questa relazione ha modo di sussistere. Certo, lo stupro è “necessario” nell’economia del racconto, perché il mito visibilizza, condensa e programma i valori e i codici della società patriarcale. Ma il racconto di Europa implica tensioni narrative che vanno oltre la proiezione ideologica dei ruoli della società patriarcale sui linguaggi del mito. E queste tensioni affascinano perché fanno risuonare nel mito l’ambivalenza e costruiscono un destinatario sociale plurimo, che non accoglie manipolazioni a senso unico della materia narrata.
Se il mito è produttivo di ordine e di significato sociale, se in esso prendono corpo figure del discorso che valgono come universo di riferimento per l’agire umano, anche di un agire “secolarizzato” e svincolato dalle credenze, dobbiamo convenire con Christa Wolf che il racconto originario di Europa fenicia sancisce lo stupro come atto generatore di una stirpe. Eppure, anche riguardo la discendenza cretese di Europa, i racconti ci dicono come il desiderio femminile eccedente l’ordine sessuale stabilito non abbia tardato a comparire ancora: la nuora di Europa Pasifae, moglie di Minosse, è, infatti, colei che s’invaghisce di un toro e che dalla unione con quest’ultimo genera il Minotauro, uomo-toro che incarna, al tempo stesso, il “patologico” e il mostruoso che deriva dal contatto illecito, forse anche perché scelto da una donna, tra l’umano e l’animale. Pasifae, nel rivivere la passione di sua suocera, rilancia, infatti, il senso di una “economia del desiderio”.
Le tauromachie cretesi si ispirano a un culto “dionisiaco” del toro, un culto in cui cioè l’elemento del desiderio è centrale, come viene figurativizzato nelle componenti ornamentali, vestimentarie, nei gesti di danza e nel carattere festoso di queste occasioni che vediamo tradotte in immagini nelle decorazioni del palazzo di Cnosso e in tanta pittura vascolare. Anche in tutte le tauromachie “mediterranee”, la componente del desiderio e della fascinazione sensuale tra l’essere umano e il toro non cessa di sussistere, benché accompagnata dalla connotazione “eroica” della lotta tra l’uomo e l’animale. La stessa morte - del toro come dell’uomo - ha una sua eroticità, nel senso in cui del rapporto tra eros e morte ha per esempio parlato Bataille. La figura della donna in groppa al toro, come Europa, o della donna-torero, presente in certe immagini della cultura popolare mediterranea e in certi quadri di Picasso, esprime al massimo grado questa dimensione erotica, poiché la marcatura socio-semiotica del femminile ha l’effetto di ridurre il senso bellico ed eroico del confronto tra l’umano e il taurino e di accrescere il senso in base al quale ogni tauromachia visibilizza un contatto di ordine erotico tra l’umano e l’animale, tra l’umano e il divino.
Mito e controllo sociale
E’ interessante esporre il racconto di Europa ad una interpretazione che ne metta in luce le ambivalenze, sia dal punto di vista interno, sia dal punto di vista delle implicazioni ideologiche che ne scaturiscono. Queste ambivalenze possono essere individuate a partire dalla riflessione sul tempo nella struttura del racconto d’origine in generale. Considerato come un’espressione del genere epico, il racconto d’origine ha una struttura “chiusa”, autosussistente, nella qualenla questione del tempo si pone come la postulazione di un “al di fuori del tempo”. Bachtin, nella sua analisi dell’epos, individua nella chiusura temporale, nel tempo fuori del tempo il primo di tre aspetti costitutivi dell’epopea come genere, e dunque, possiamo aggiungere, del racconto d’origine come manifestazione “mitico-poetica” di questo genere. Scrive Bachtin:
Il passato epico non a caso è chiamato “passato assoluto”: esso [... ] è privo di ogni relatività, cioè è privo di graduali passaggi puramente temporali che lo leghino al presente. Un confine assoluto lo delimita da tutti i tempi successivi [...]. La compiutezza e la chiusura sono il singolare aspetto del passato epico assiologico-temporale (Bachtin 1979: 457-458).
Il secondo aspetto, sempre connesso alla temporalità, riguarda la tradizione. L’appoggio alla tradizione è immanente alla forma dell’epopea, e su questa si fonda anche il linguaggio, la parola che racconta l’epopea. In quanto fondato sulla tradizione, il mondo epico del passato assoluto non ammette alcuna forma di valutazione né alcun punto di vista. Come scrive Bachtin,
Non lo si può vedere, palpare, toccare, non lo si può guardare da qualsiasi punto di vista, non lo si può provare, analizzare, scomporre, penetrare. Esso è dato soltanto come tradizione, sacra e incontestabile, che comporta una valutazione universale ed esige per sé un atteggiamento rispettoso (ivi: 458).
Il terzo aspetto è quello della distanza epica, dell’intoccabilità di questo mondo, grazie alla quale esso acquista una compiutezza di contenuto, di senso e di valore.
A questa struttura temporale del mondo epico e del genere discorsuale che gli corrisponde, Bachtin contrappone la parola romanzesca che, sin dalla sua “preistoria”, situata nei generi “bassi” del discorso e della letteratura e nell’azione dirompente del riso popolare, riesce a distruggere la distanza epica e in generale ogni distanza gerarchica che allontana in senso assiologico gli oggetti della raffigurazione letteraria. Questa azione del riso si esercita originariamente, secondo la teoria bachtiniana, sullo stesso materiale dell’epos, che viene familiarizzato, parodiato, esposto a un contatto corporeo con le lingue vive. In tal modo la parola acquisisce una temporalità fluida, un orientamento verso il presente e il futuro. La memoria e la tradizione non fungono più così da fondamenti di veridizione del discorso e di manifestazione del tempo.
Se consideriamo il racconto di Europa nella sua componente eccedente l’ordine sociale e sessuale, in quegli sprazzi di desiderio che si possono scorgere nella sua stessa struttura contenutistico-formale, è possibile che il racconto perda il carattere di ieraticità, fissità e assolutezza che lo collega al genere dell’epos. In particolare, queste componenti possono essere ritrovate nel rito e nella fabulazione: il rito inteso come ripetizione di gesti e di rappresentazioni in cui si perde l’“origine” come fondamento epico del senso; la fabulazione intesa come forma del discorso che parla con il linguaggio del sogno, del sintomo, con la libertà semantica dell’imprecisione nominale e temporale, della mistica, del riso. Rito e fabulazione possono così essere considerati entrambi forme di linguaggio “basso” rispetto all’epos del racconto d’origine, dei modi per avvicinarli e per discorsivizzarli nello spazio storico e sociale.
E’ probabilmente a questi aspetti che pensa Christa Wolf quando, nelle sue Premesse a Cassandra, si chiede dove si sia preservato il senso non ufficiale tra quei due sensi che accompagnano il mito di Europa e che, nel gioco letterario-letterale sul nome, costruiscono un’idea di Europa e insieme scaturiscono a partire da una moderna coscienza storica di questo continente. Questi due sensi sono, secondo Wolf, il senso del potere e della sopraffazione legato allo stupro, e il senso del dolore per un sentimento che, a suo parere, non avrebbe avuto nemmeno il tempo di formarsi. Scrive Christa Wolf:
Il mio dolore per questo continente è in parte anche il dolore per un fantasma: non solo il dolore per membra perdute, anche quello per membra nemmeno formate, non sviluppate, per sentimenti non provati, non vissuti, per una nostalgia inappagata (Wolf 1985: 98).
La scrittrice tedesca si chiede così se questo “fantasma” non si sia conservato forse nella letteratura, ma da quando? Omero, ad esempio, teso a concentrare tutte le sue energie dentro il suo tempo, contiene, oltre la legge della battaglia e del macello, quell’elemento che Wolf definisce “utopistico”, cioè una “misura del sentimento umano” che sia qualcosa di diverso dall’ira di Achille?
E noi possiamo ancora chiederci se da qualche parte sopravvive questa “economia” senza contropartita, oltre l’idea regolativa del mito d’origine e oltre l’ordine socio-sessuale dominante. Dove si conserva quel desiderio che nel mito di Europa genera la migrazione, il passaggio oltre il mare? Il toro ben simboleggia la tensione del desiderio sessuale, inscritta in tutta la tradizione delle tauromachie. Ma questo desiderio “umano”, di cui il rito e la fabulazione rendono conto, come e quando si costituisce quale desiderio di violazione, stupro, cioè di riduzione ad oggetto delle donne e di costruzione del dualismo femminile/maschile sulla base di questa riduzione ad oggetto? Prevale nella coscienza storica dell’“Europeo”, infatti, l’idea della violenza generata dal potere e che a sua volta genera potere. Potere che decreta e s’inscrive entro una precisa ripartizione, sin nello stesso mito, dei ruoli sessuali.
Le comunità che costituiamo, nazionali o sovranazionali che siano, sono generate attraverso un atto di “immaginazione”, come direbbe Benedict Anderson (1983), che include la narrazione delle origini come racconto fondativo. Il problema è se di questo racconto risuona maggiormente, nella cultura e nel linguaggio di una società, la dimensione dell’epos o quella della fabulazione, la temporalità assoluta e gerarchica o quella del riso e della parodia. Le civiltà “occidentali”, e il vecchio continente europeo in primo luogo, devono la loro supposta identità a quella che Bachtin chiama “exotopia”: veniamo al mondo da un altrui corpo, e, sin dal nostro nome proprio, facciamo esperienza del linguaggio attraverso le parole di altri.