Il
ruolo dei costumi nel cinema è stato considerato secondo prospettive di ordine
documentaristico, filologico e di genere. Il metodo che si utilizzerà in questo
capitolo tiene conto di molti di questi approcci che la letteratura
specialistica ha finora praticato valutando come peculiare il rapporto tra
cinema, vestito e dimensione sociale. Non si effettuerà quindi una
registrazione descrittiva ed elencativa dell’inventario dei costumi
cinematografici nel periodo dato, ma, dovendo cimentarsi in un’operazione
storiografica, si sceglierà di utilizzare una sorta di paradigma indiziario nel
quale i costumi vengano assunti, volta a volta secondo differenti
“manipolazioni” interpretative, come elementi cardine della problematica
concernente fondamentalmente il rapporto tra immagine e identità. Il cinema,
infatti, considerabile almeno da un certo punto di vista come il “modello dei
mezzi di comunicazione di massa” 1,
costruisce il visibile come verità dei corpi, delle narrazioni, delle passioni
umane. Esso è una macchina generatrice di senso in grado di costruire mondi, e
sono molto spesso i vestiti a rendersi mediatori o a fungere da supporti nella
costruzione di tali “mondi”.
Intendiamo
qui con il termine “vestito”
l’insieme delle pratiche articolate intorno ai due poli dell’abbigliamento,
quale realtà e atto individuale, e del costume, quale istituzione sociale 2.
Il “vestito” è un insieme
composto dalle molteplici unità in cui si articola il linguaggio del “corpo
rivestito”, raggruppabili nell’abito, nell’acconciatura, nel maquillage,
negli accessori, ecc. Nel cinema si realizza la trasformazione
dell’abbigliamento in costume considerato non come istituzione sociale
generica, ma come sistema di segni definiti dalle coordinate spazio-temporali
che il film impone. I costumi non sono allora semplici oggetti, ma segni
già carichi di un significato sociale che lo sguardo della cinepresa associato
allo sguardo dello spettatore rielabora, reinventa e restituisce alle pratiche
di senso quotidiane.
In
questi anni cruciali, la borghesia italiana sta costruendo un’identità
difficile: la modernizzazione neocapitalistica si accompagna a un immaginario
vestimentario in cui, da un lato, comincia a delinearsi l’Italian
style erede dei grandi sarti del dopoguerra, molti dei quali prestano la
loro opera al cinema, e dall’altro si costruiscono sperimentazioni stilistiche
legate agli usi e alle consuetudini “di strada”. Si tratta di anni in cui,
anche nella storia del vestito e delle mode, si consuma un passaggio
fondamentale: dal sarto su misura, la piccola e la media borghesia accedono al
consumo massificato e seriale degli abiti, con il prêt-à-porter
per pochi, ma i grandi magazzini e la possibilità di uniformare i corpi
attraverso le taglie, per molti. Allo stesso tempo, la fine degli anni ’60 è
scandita da quella rivoluzione dei “costumi” che è da intendersi nel senso
più pieno ed estensivo della parola: i ragazzi della contestazione gettano le
loro uova sulle pellicce delle signore alla Scala, l’uniforme in jeans ed
eskimo diviene ben presto la sintesi di un’antimoda che si farà poi essa
stessa a sua volta moda.
Se
dunque da un lato i migliori costumisti continuano a “firmare” i loro lavori
sullo schermo, dall’altra parte la ricerca stilistica e la “moda della
strada” prendono piede anche nel cinema. Nel novero dei costumisti, continua
ad avere grande importanza l’opera di Piero Tosi, assurta a ranghi eccelsi nel
lustro precedente con Il gattopardo
(Visconti, 1963), e in questo periodo impegnata, tra l’altro, ancora in opere
viscontiane come Lo straniero (1967)
e La caduta degli dei (1969).
Maurizio Chiari cura i costumi in Io la
conoscevo bene (Pietrangeli, 1965), L’Arcidiavolo
(Scola, 1966) e Operazione San Gennaro (Risi,
1967). Danilo Donati presta la sua opera al cinema di Pasolini, in Uccellacci
e uccellini (1966) ed Edipo re (1967),
e a quello di Zeffirelli, nelle sue prove shakespeariane di La
bisbetica domata (1967) e Romeo e
Giulietta (1968). Piero Gherardi si misura in Giulietta
degli spiriti (Fellini, 1965) e L’armata
Brancaleone (Monicelli, 1966).
La
commedia di quegli anni, deposito di esperienze di vario esito di un cinema
nazional-popolare, mette in scena una media e piccola borghesia non più
impeccabile – come si era mostrata ad esempio nello stile “Dolce vita”
divenuto una vera icona di moda dei primissimi ’60 – ma comunque attenta al
ruolo dell’apparenza estetica quale status symbol inseguito vuoi come classe
vuoi come comunità culturale. I costumi cinematografici segnalano i tic, le
ossessioni, le manie, le prudérie
sessiste di questa cultura, a volte come semplice testimonianza, a volte
attraverso operazioni di “straniamento” in cui l’abito o un particolare
dettaglio del corpo rivestito si caricano di senso al di là della loro semplice
funzione d’uso.
In Don
Giovanni in Sicilia (Lattuada, 1966), ad esempio, i completi intimi che
Ninetta esibisce senza pudore all’ossessivo Giovanni divengono l’emblema
dell’abissale distanza che separa l’universo maschile siciliano
dall’“industrializzato” ed “emancipato” Nord. Sposato Giovanni e
trasferitasi con lui a Milano, Ninetta mantiene fede alla sua eccentricità,
imbarazzante per il marito seppur tollerata, presentandosi ad esempio ad una
festa in vesti maschili, o calzando in testa una parrucca a tre strati di colori
diversi per una serata mondana alla Scala.
L’analisi
del ruolo e del senso filmico dei costumi va oltre una presunta rigida
separazione tra un codice cinematografico interno al film e un codice
extracinematografico relativo alla dimensione della “realtà”: il costume,
infatti, si carica certo dei sensi interni al testo filmico in quanto tale –
sensi di ordine narrativo, storico, temporale, spaziale – ma li assume al
tempo stesso in una contaminazione tra la realizzazione del film e la sua
comunicazione-interpretazione 3,
che vede entrambi i momenti come essenziali nella costituzione della
complessa testualità filmica. In questo senso, il livello espressivo, in cui è
compresa la rappresentazione dei corpi attraverso la loro apparenza esteriore, e
quello relativo al contenuto del film sono strettamente connessi.
Un
film come I pugni in tasca (Bellocchio
1965), con la sua carica sovversiva dirompente, non potrebbe essere messo in
scena facendo a meno di costumi ridotti apparentemente a compiere una semplice
funzione d’uso, ma in realtà – proprio in questa loro voluta trasandatezza
– già carichi dei valori inclusi nel senso filmico. Un’operazione estrema
di riduzione dell’abito al suo “grado zero” è presente d’altronde in Dillinger
è morto (Ferreri, 1969), nel quale la camicia bianca e i pantaloni neri di
Michel Piccoli fanno arretrare la stessa funzione d’uso dell’abito. Esso
viene infatti trasformato in una sorta di maschera teatrale neutra, uno schermo
senza colore (il bianco e il nero sono infatti “tutti” o “nessun” colore
4) omologo alla quotidianità
dell’alienazione descritta nel film.
Gli
abiti raccontano storie, contengono in sé passioni e ricordi, costruiscono una
cartografia fatta di tessuti, di colori, di stili, depositati come una scrittura
nell’archivio della memoria, una scrittura mobile, che modella il passato ma
prefigura e figura anche il presente e il futuro. Gli abiti “raccontati” al
cinema fanno parte di questo archivio in forme molteplici: restano come segni
museali della costruzione di un mondo: ricordiamo ad esempio del Gattopardo,
emblema del cinema “in costume” per antonomasia, il vestito bianco della
bella parvenu Angelica in contrasto
con le stoffe preziose ma sbiadite delle “scimmiette” della vecchia
aristocrazia. Ma gli abiti sono anche elementi attraverso cui delle figure della
soggettività hanno assunto senso, hanno preso forma e hanno a loro volta dato
vita a interpretazioni possibili. Il costume costituisce così una componente
essenziale del linguaggio cinematografico concepito come linguaggio
“eterogeneo” 5, vale a dire
linguaggio costituito di differenti elementi, comprensivi di materia visiva,
sonora, verbale, sensoriale. Questi elementi, in misura più o meno rilevante e
secondo differenti modalità, sono polifonicamente all’opera nel film inteso
come testo certamente in sé definito, ma
non chiuso, non finito in quanto oggetto “prodotto”, bensì luogo di
produzione di senso, processo interpretativo e di costruzione dello sguardo.
Il
costume cinematografico, insomma, non è mai una semplice riproduzione
dell’abbigliamento “reale” 6:
ciò vale anche con riferimento a qualunque ambito artistico e comunicativo in
cui sia realizzata la messa in scena di un mondo; si pensi al costume nel
teatro, nel balletto, nelle stesse arti figurative. Tuttavia, data la dimensione
di medium di massa e di luogo di costruzione di miti contemporanei che il cinema
prototipicamente riveste, il rapporto tra il vestito sullo schermo e il vestito
“reale” è un rapporto più complesso di quanto possa per esempio concernere
il costume teatrale. E’ stato infatti messo in evidenza come il costume
cinematografico funga da elemento portante di quel rapporto che Metz 7
ha chiamato di aller-rétour,
per il quale “la realtà entra nel cinema, ne viene filtrata e trasformata e
riuscendone porta con sé sempre un po’ di cinema” 8.
Le strategie attraverso cui si realizza la produzione del costume
cinematografico comprendono principalmente quella che Volli ha chiamato
“amplificazione” 9, cioè
un’enfasi a gradi diversi, che permette di mettere in rilievo il vestito, di
far vedere che c’è, spettacolarizzandolo, sia pur impercettibilmente. Al
costume “realistico”, inteso nel senso relativo prima indicato, è affidato
il compito di contribuire alla costruzione di un effetto di senso, di rendere
verosimili i corpi in scena e di produrre valori di ordine estetico
condivisibili anche oltre il film stesso, in quello che è il costume quotidiano
o la vera e propria moda.
Il
cinema detto “in costume”, invece, vede agire gli abiti, le scenografie, le
acconciature, ecc. quasi come fossero veri e propri protagonisti, unità
strutturali che si sovrappongono e a tratti sovrastano la narrazione o la
definizione dei personaggi diventando materia essenziale del film. Nel film Nell’anno
del Signore (Magni, 1969), ad esempio (costumista Lucia Mirisola), il
costume d’epoca assume un ruolo particolare a causa della peculiare struttura
quasi “teatrale” del film, vincolato entro una chiusura voluta degli spazi
– una Roma ritagliata per l’occasione nell’opposizione Castel Sant’Angelo/quartieri
popolari – e dei tempi – pochi giorni nei quali si consuma la sconfitta, nel
1825, di un pugno di rivoluzionari antipapalini. Il ciabattino (Manfredi),
segreto poeta ed autore delle sovversive “pasquinate”, misura il mondo dalle
scarpe che confeziona, che divengono metafora della sua popolana saggezza
contenuta nella morale che consiglia di “avere i piedi ben piantati in
terra” e di “restare ciascuno nelle proprie scarpe”, cioè in fondo
rimanere, senza rischi, nei propri panni, popolani, prelati o aristocratici che
si sia. La bella e passionale Giuditta (Claudia Cardinale) viene qui vestita nel
modo più teatrale possibile, quasi fosse una Giuditta biblica
nell’immaginazione di un pittore dei primi dell’Ottocento: scialle avvolto a
turbante in testa, e abito vagamente orientale indosso.
Richard
Martin e Andrew Wilkes, commentando nel 1998 la mostra Moda/cinema
realizzata dalla Biennale moda di Firenze, hanno parlato del genere dello style
film, inteso come un modello di cinema che va oltre lo stesso cinema “in
costume”, e che taglia anzi di traverso la distinzione tra ambientazione
“realistica” e “d’epoca”, in quanto è comunque lo stile a diventare
il vero protagonista, riuscendo a volte quasi a soppiantare la trama e gli
attori 10. I due autori ritrovano
questa caratteristica in una certa produzione della fine degli anni ’90 da
loro concepita quale ripresa di un filone che risale al muto degli anni ’20,
in cui la carica stilistica degli abiti, del trucco, delle atmosfere doveva
necessariamente “straripare” per conferire efficacia alla comunicazione
filmica.
Nel
periodo ‘65-’69, il cinema italiano non sembrerebbe comprendere film di
questo genere: la rilevanza della narrazione, la caratterizzazione del
personaggio, l’enfasi attoriale, la predominanza del messaggio, sono tutti
elementi che, nelle sue diverse scuole e generi, il nostro cinema persegue
comunque con forza. Si può però indicare come un’eccezione significativa in
questo quadro Blow up (Antonioni
1966), programmaticamente ambientato nel contesto della “swinging London”,
cioè nel luogo prototipico in cui all’epoca sembrava possibile, fuori dei
confini nazionali, presentare modelli “altri” di rappresentazione della
realtà attraverso le immagini, spazio ideale e metropolitano di una rivoluzione
del costume. Il mondo della moda, con le sue istituzioni, quali la fotografia
d’autore, ma anche nella sua dimensione mondana e popolare (gli “stili di
strada”), fa qui da supporto alla narrazione e alla stessa problematica dello
statuto della verità nel mondo delle immagini. Il film documenta inoltre la
trasformazione che la figura della modella cominciava in quel tempo a conoscere:
le modelle che Hemmings fotografa, con Verushka in testa, andavano infatti
costruendo con i loro corpi e con i loro nomi l’immagine di quella pop
model 11, figura centrale della
moda intesa come forma di cultura popolare e sorgente dell’immaginario di
massa.
Il
costume cinematografico è spesso un vero e proprio segno di moda, indice di
quel sistema di organizzazione della sintassi vestimentaria – la moda, appunto
– che entra ed esce dal cinema sotto forma di registrazione delle tendenze o
di costruzione del mito della star
(si pensi canonicamente a Audrey Hepburn). Il rapporto del cinema di quegli anni
con la moda, e in particolare con l’alta moda femminile, può essere compreso
in due strategie complementari: la prima contempla l’intromissione diretta
della moda nel film, spesso realizzata attraverso l’opera del grande sarto che
costruisce “negli” abiti il personaggio come star. Esempio emblematico di
questa strategia può essere la Claudia Cardinale di Vaghe
stelle dell’Orsa (Visconti, 1965) vestita Galitzine. Bisogna comunque
tener presente che la carica di valori, anche ideologica, che caratterizza la
stessa produzione di “miti” cinematografici in quegli anni in Italia non
permette al linguaggio del vestito di presentare come “universalmente
valide” delle figure attoriali. In altre parole, una Audrey Hepburn non può
nascere in questo contesto, dal momento che anche le figure delle star saranno
in qualche modo connotate assiologicamente dai valori che volta a volta esse si
incaricano di sostenere vuoi come personaggi nel film vuoi come soggetti
“reali”.
La
seconda strategia consiste nella manipolazione grottesca della haute
couture nel film, nell’esasperazione dei tratti di moda, fino a ottenere
effetti derealizzanti e buffoneschi. E’ quanto accade ad esempio in Giulietta
degli spiriti, dove la visionarietà felliniana non solo accumula un
inventario infinito di maschere e camuffamenti “carnevaleschi”,
emblematicamente contenuti nella sfarzosa villa di Susy/Sandra Milo, ma
interviene direttamente a enfatizzare l’ipotetico quadro “quotidiano”
dell’abbigliamento femminile alto-borghese.
Nella
storia del rapporto tra cinema e moda, è stato più volte messo in evidenza
come determinati filoni, per esempio il noir,
siano stati fucine di vere e proprie mode divenute poi classiche e
cristallizzate in stereotipi (il trench di Humphrey Bogart, il tailleur della dark
lady). Nel cinema italiano di quegli anni, tale funzione sembra poter essere
ricoperta da un genere di grande successo popolare, che era stato appena
inaugurato nel 1964 con Per un pugno di
dollari di Sergio Leone: lo “spaghetti western”. Il genere conta diversi
titoli proprio nella seconda metà dei ’60, tra i quali la saga di Leone, da Per
qualche dollaro in più (1965), a Il
buono, il brutto, il cattivo(1966), a C’era
una volta il West (1968), in cui è costumista Carlo Simi,. Lo spolverino
alla caviglia e il cappello calato sugli occhi divengono icone del filone: si
tratta di segni e tratti vestimentari ripresi direttamente dal western classico
hollywoodiano, che però nel contesto italiano si caricano di un’enfasi
manierista, di una valenza quasi parallela all’operazione frequente della
traduzione inglese dei nomi propri di attori e registi che la corrente indusse 12.
Nell’operazione di “traduzione” si realizza un effetto straniante,
parossistico, che riesce, al di là del prevedibile, a creare lo stereotipo, cioè
in questo caso il personaggio che è tale dentro e fuori lo schermo: si pensi in
special modo a Clint Eastwood, ma anche al Lee van Cleef dal cappellone nero a
falda tesa, o all’inaspettatamente cattivo Henry Fonda di C’era
una volta il West.
Si
è spesso considerato come il cinema sia stato legato – soprattutto nella
seconda metà del Novecento – alla rappresentazione di stili sottoculturali
che hanno trovato fruttuose icone proprio nella divulgazione attraverso il film
di simboli e oggetti di culto. Valgano come esempi tra tutti il “chiodo” di
Marlon Brando nel Selvaggio (The
Wild One, Benedek, 1954),
i parka dei Mod in Quadrophenia (Roddam,
1979). A farsi carico di questo compito, in modo certo molto meno carico di
mitologie e definibile come “sottoculturale” proprio nel senso di una
cultura giovanile di massa un po’ alla buona, è in questo periodo in Italia
il filone ricchissimo dei “musicarelli”, i film popolari per i giovanissimi
fan dei vari cantanti alla moda., già diffusisi nella prima metà del decennio.
Solo che mentre inizialmente erano i “bravi ragazzi” alla Gianni Morandi,
Laura Efrikian, Bobby Solo a fare da richiamo per il grande pubblico dei
ragazzini, adesso sono figure più anticonformiste, come Caterina Caselli – il
“casco d’oro” di Sanremo e del Cantagiro che canta nel film ripreso
dall’eponima canzone Nessuno mi può
giudicare (1966) di Ettore Fizzarotti – o Rita Pavone – che compare in
due film di Lina Wertmüller, Rita la
zanzara (1966) e Non stuzzicate la
zanzara (1967), nel cui titolo è esplicito il richiamo al caso del giornale
del liceo Parini di Milano che costituì una delle scintille italiane della
contestazione studentesca. I costumi di scena sono i costumi che i ragazzi
indossano per strada: le minigonne, gli stivali alla coscia, le camicie a fiori,
le giacche strette con il collo alto, e naturalmente i capelli lunghi maschili.
Io la conoscevo
bene
Io
la conoscevo bene può costituire per quegli anni una emblematica chiave di
interpretazione del rapporto tra costume, immagine e identità nel contesto del
cinema che documenta il presente. E’ il 1965: l’Italia ha maturato il suo
boom economico, la piccola borghesia urbana ha rimpiazzato le sue vetturette con
familiari più agiate, va in vacanza a Rimini e a Milano Marittima, compra coi
primi risparmi appartamenti nei palazzi dei nuovi quartieri della speculazione,
guarda con sufficienza al proletariato antico o immigrato nelle metropoli del
nord, quella stessa classe operaia che tra qualche anno sarà mandata in
Paradiso, come divinità o come defunta, dai propri figli adolescenti ora ancora
troppo piccoli per disubbidire.
Panzieri
e i “Quaderni Rossi” elaborano teorie sofisticate postmarxiste, leggono il
“Frammento sulle macchine” dei Grundrisse
per comprendere il neocapitalismo. Pasolini e Calvino registrano i
cambiamenti avvenuti nella lingua italiana ormai unificata dalla televisione e
dalle tecnologie, impoverita e imbastardita dalle leggi del mercato ma anche
rinnovata e pronta per cosmopolitismi venturi.
Nel
film di Antonio Pietrangeli, Adriana, la protagonista, insegue il suo presente,
non ha valori, non crede in niente, non si lega più di tanto pur affezionandosi
a tutto e a tutti: non è spregevole, non ha colpe, non ha meriti, non è
neanche una puttana, come le dice lo scrittore, ma …. “Io – ci dice il
soggetto enunciatore del titolo – la conoscevo bene…”. Chi sia questo
“io” è interessante da indagare: non è il regista, non è nessuno degli
uomini di Adriana, non è lo spettatore maschio che la guarda sullo schermo con
l’acquolina in bocca. Sono tutti questi sguardi, e altri, insieme, o meglio
tutte queste posizioni di enunciazione a partire dalle quali si costruisce il
senso comune come senso di un io neutralizzato e generico, eppure incarnabile in
ogni sguardo reale o raffigurato sulla scena.
Il
cambiamento di abito, di pettinatura, di colore di capelli, di look, come si
direbbe oggi, cadenza come un metronomo le disillusioni e le sconfitte di
Adriana. Pur tuttavia non riusciamo a scorgere in lei alcun “progresso”,
alcuna “crescita”, alcuna “presa di coscienza”. Parole ed espressioni,
queste, che suonano, certo, un po’ fuori luogo: l’idea di magnifiche sorti e
progressive che di lì a poco avrebbe, ancora una volta nella Storia, ubriacato
le giovani generazioni non sfiora minimamente questo splendido capolavoro
dell’alienazione che è Adriana. I suoi abiti, curati dal costumista Maurizio
Chiari, raccontano soltanto vuoti: essi non sono neanche merci-feticcio, ma
segni astratti, dentro i quali il suo corpo prende forma come un replicante
seriale. Surreale ma esplicito, in questo senso, il defilé cui partecipa
Adriana, organizzato durante un incontro di boxe. Ma non si fraintenda
l’espressione “replicante”; non è tempo, ancora, di “lavori in pelle”
alla Blade Runner: la serialità è
come una canzonetta che si canta senza pensarci su, che si canta soltanto perché
è nell’aria e urla dai juke-box
Il
regista esplicita sul piano dell’espressione – abiti, look, acconciature –
le scansioni temporali della narrazione e contemporaneamente le successive
trasformazioni del personaggio di Adriana sul piano del contenuto. Le sequenze
di apertura, ad esempio, concentrate sul corpo di Adriana che prende il sole,
poi si risveglia e rivestendosi corre verso il negozio di parrucchiera, trovano
nel bikini un vero e proprio elemento di coesione narrativa e spazio-temporale.
Così come tutte le “riflessioni” – alla lettera – di Adriana davanti
allo specchio preludono sempre a una trasformazione, a una ripresa, alla
implicita speranza che un colpo di pettine possa dare una svolta alla vita, così
come un calcio al giradischi permette di “cambiare musica”. Quell’“io la
conoscevo bene” può dunque collegarsi a un riconoscimento legato a segni e
oggetti insieme carichi di un valore comunicativo interno al senso filmico e di
un valore mitico che ne rende possibile l’astrazione: le parrucche cotonate, i
gioielli, i vestiti, il modo un po’ tonto di ballare, i taxi Seicento
multiple, i toni di voce della prezzolata mondanità romana di quegli anni… E
questi segni fungono anche da veicoli per la memoria: quante ragazze allora si
cotonavano i capelli come lei; sognavano Cinecittà mentre ripulivano la casa
ossessivamente cantando e ballando al ritmo del “Letkiss”. Adriana, la
conoscevano bene tutte loro, così come la conoscevano anche le madri e le nonne
dell’emigrazione, rimaste a casa coi loro scialli sulle spalle, mentre loro
altre – a Roma o a Milano – aprivano le scollature a goccia sui seni e
accorciavano gli orli delle gonne sulle gambe accavallate. “Qui non siamo in
città”, dice ad Adriana sua madre mettendole addosso uno scialle, quando lei
va a trovare i genitori in campagna e viene a sapere della morte della sorella.
Lo scialle annulla, appiattisce, nasconde il corpo. Segnala una trasformazione
di tempo (il ricordo dell’infanzia, della sorella ora morta) e di luogo
(campagna vs. città). Paradossalmente, mentre il costume mondano, enfatico,
reiteratamente indossato, rigorosamente alla moda, rende Adriana merce da
esposizione svuotandola, lo scialle materno la riconduce al “pieno” delle
passioni (l’affetto e la nostalgia per la sorella) e della certezza dei luoghi
(la terra in contrasto con la metropoli, come segnalavano tutte le problematiche
dell’emigrazione dalle campagne italiane in quegli anni).
Il
costume si rende anche elemento di denuncia del potere di falsificazione delle
immagini: Adriana, ripresa per un’intervista, si ritrova poi a fare la parte
dell’automa sciocco nel montaggio che dell’intervista viene effettuato per
un cinegiornale. Il primo piano sul buco nella calza sul tallone, manipolato
attraverso il commento sarcastico e maschilista del commentatore del
cinegiornale, diviene l’emblema del corpo frammentato e ricomposto secondo il
potere dell’immagine: la semplicità raggirata di Adriana porta alla sua
finale ma consapevole autodistruzione. Il suo togliersi la parrucca prima di
buttarsi giù dal balcone, mentre le tende si muovono come una sottoveste che
danza al vento e l’ennesimo “Letkiss” suona in sottofondo, sancisce così
l’ultima trasformazione, quella dopo la quale si è nudi nel modo più
autentico: ciò che resta è però nulla più che un giradischi che continua ad
andare a vuoto.
La decima
vittima
“Gli
anni sessanta sono stati un periodo in cui la moda guardava al futuro, non solo
grazie alla continua sperimentazione, ma anche grazie a proposte sexy e
provocatorie” 13. Sono parole di
Tom Ford, lo stilista di Gucci, che le ha dedicate nel 1998, nell’ambito della
su citata mostra Moda/cinema di
Firenze, al film di Elio Petri La decima
vittima (1965). Secondo Ford, quel film contiene una “brillantezza
visiva” minimalista di estrema attualità, una purezza di forme emblematica
del gusto del momento e straordinariamente anticipatrice.
Giulio
Coltellacci firma come costumista questa prova “fantascientifica” di Petri,
in cui spicca, come operazione quasi precorritrice della strategia
denaturalizzante dello stile punk 14,
un Mastroianni ossigenato come mai si era visto. Sono fondamentalmente i costumi
(quelli di Ursula Andress nello specifico sono delle sorelle Fontana), le
scenografie (di Piero Poletto) e gli arredamenti a caratterizzare la dimensione
futuristica di questo film. Gli indumenti si fanno veicoli di morte, come il
reggiseno che Ursula Andress indossa al Masoch Club, dai cui capezzoli
sfrecciano i proiettili destinati alla sua vittima; e come gli stivali da
equitazione esplosivi che segnano invece il destino della vittima di Mastroianni.
Interessante in tutto il film è l’uso del colore sia degli abiti che degli
arredamenti: il bianco e nero, ripreso dalla moda “optical” di quegli anni,
si carica di una funzione di azzeramento delle emozioni, di appiattimento dei
sensi nel gioco mortale di società. Le forme essenziali e rigorose degli abiti
sia maschili che femminili interpretano un futuro senza desiderio, uno scenario
sadico in cui la guerra è sostituita dal duello individuale. Il motivo
dell’inseguimento, nel quale è possibile che vittima e carnefice invertano le
rispettive parti, è ben espresso nella generale scambiabilità possibile di
costumi-uniformi ridotti all’equivalenza reciproca.
E’
invece il colore fucsia dell’abito che Ursula Andress indossa quando seduce
Marcello a contrastare con il rigore del bianco e nero delle uniformi da
inseguimento, come quella stessa tenuta pezzata che lei stessa indossa
all’inizio del film. Anche il drappeggio del suo abito nelle scene d’amore
sulla spiaggia si oppongono alla rigidità di altre tenute femminili, per
esempio agli abiti indossati da Elsa Martinelli. La ricerca stilistica della
moda “spaziale” del tempo (si pensi a Courrèges) è lo sfondo comune di
riferimento di scenari futuristici. Come avviene spesso nelle distopie
letterarie o filmiche, il presente è dunque già il futuro, contiene di esso i
segni più inquietanti, compresi quelli, come il telefono Ericofon
nella sua versione “italiana” e la Citroën DS, che sono ripresi
direttamente dal presente e decontestualizzati nel mondo di domani immaginato,
in quel futuro impreciso e distopico dove mantengono viva una altrettanto
imprecisa memoria. Un mondo in cui la guerra di massa è stata spostata e
sostituita dal gioco di morte personalizzato è un mondo di uniformi asettiche e
minimaliste. Se non fosse per quelle eccedenze che la corporeità mette in
gioco: la schiena nuda e debordante della Andress, l’artificialità esplicita
dei capelli di Marcello, la protesi mandibolare di Salvo Randone che mostra del
futuro possibile l’ibridazione di corpo e macchina in un cyborg carnevalesco.
La
questione del rapporto tra cinema, costume e identità è stata introdotta da
Wim Wenders nel suo film del 1989 intitolato proprio Appunti
di viaggio su abiti e città, una sorta di intervista poetica allo stilista
giapponese Yohji Yamamoto 14 in cui
il regista riflette sul parallelismo esistente tra il cinema e la moda, sistemi
intesi entrambi come “macchine” di senso nei quali si pone con forza il
problema di come, nella nostra epoca, il corrispondere dell’identità
all’immagine che ci facciamo di noi stessi passi fondamentalmente attraverso
la riproducibilità seriale e massificata delle immagini stesse.
Si
tratta di una problematica che solo impropriamente potrebbe venire definita come
“post-moderna”, sebbene l’era digitale la ponga con una forza e
un’urgenza senza precedenti. E’ però una questione che riguarda il cinema
nel suo complesso, il modo in cui “pensiamo per immagini”, nella prospettiva
di uno scambio continuo tra i segni sullo schermo e i meccanismi percettivi,
sensoriali e passionali che costituiscono la complessa posizione spettatoriale.
Una questione che nei “cruciali” anni che compongono la seconda metà dei
’60 riesce a porsi come metaforicamente e strutturalmente intrisa di caratteri
tipici e di insolite anticipazioni del futuro.
Note
1.
Roland Barthes, I segni
e gli affetti nel film, a cura di Francesco Casetti e Liborio Termine,
Vallecchi, Firenze, 1995, p. 41.
2.
Roland Barthes, Scritti.
Società, testo, comunicazione, a cura di Gianfranco Marrone, Einaudi,
Torino, 1998, p. 66. Patrizia Calefato, Moda,
corpo, mito. Storia, mitologia e ossessione del corpo vestito, Castelvecchi,
Roma, 1999, pp. 11-12.
3.
Con questo concetto, si intende superare l’ambito della
semplice “ricezione”.
4.
V. Patrizia Calefato, Moda,
corpo, mito, cit., pp. 98-107.
5.
Jacques Aumont et alii,
Estetica del film, Lindau, Torino,
1995.
6.
Antonella Giannone, La
costruzione del senso filmico tra abbigliamento e costume, in Patrizia
Calefato (a cura di) Moda e cinema.
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