Costume cinematografico

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Patrizia Calefato / scienze e tecnologie della moda / costume cinematografico

La costruzione del senso filmico tra abbigliamento e costume

di Antonella Giannone

 

L’abbigliamento come pratica di senso tra il cinema e la moda

Un aspetto caratteristico delle comunicazioni di massa nella modernità, con tratti più vistosi ed esaperati in quello che chiamiamo postmoderno, è ciò che a prima vista potremmo definire come uno stato di confusione tra i ruoli, gli ambiti e le competenze attraverso cui ognuna di esse dovrebbe invece contrassegnarsi. L’intermedialità, la pluralità dei canali, dei linguaggi e degli stili della comunicazione sono diventati in maniera sempre più marcata la condizione obbligatoria di chi comunica sapendo di interpellare non un interlocutore definito o perlomeno a tratti identificabile, ma la globalità degli interlocutori e delle reazioni possibili.

La moda e il cinema, quali apparati della produzione e della circolazione del senso su scala globale, possono essere assunti a paradigmi di questa condizione innanzitutto nella misura in cui entrambi, se pure con modalità strutturalmente diverse, generano senso facendo propri discorsi di diversa provenienza, adattandoli ai propri mezzi, in un processo di trasformazione continua.

A questa affinità, si potrebbe dire di metodo, si aggiunge inoltre un legame diretto tra cinema e moda, che si gioca su di un terreno comune ad entrambi, quello degli stili di vita, dei modelli comportamentali e dei modi sensibili dello stare al mondo di cui essi si fanno, se pure in modo diverso, propagatori.

Analizzato in maniera spesso unidirezionale, questo legame muove in realtà da direzioni plurime. Se infatti la relazione di sinergia tra cinema e moda assume il suo volto più palese quando il cinema diventa il focolaio del contagio di una moda particolare, in un movimento che va dalla finzione cinematografica alla realtà extracinematografica, ciò è possibile sulla base di una serie di processi di trasformazione e di trasvalorizzazione che il cinema, seguendo un movimento opposto, ha già operato su determinati comportamenti e forme dell’esperienza, sui segni vestimentari e sulle loro modalità d’uso, per poterli adattare ai propri scopi e alle proprie modalità di significazione. Proprio questo aspetto, a nostro parere fondamentale per una comprensione del carattere „circolare“ della relazione tra cinema e moda, risulta essere uno dei più trascurati, non solo negli studi sulla moda, ma anche in quelli sul cinema. Questo nonostante la teoria filmica degli ultimi trent’anni abbia guardato sempre più al cinema come ad una grande macchina di contaminazione tra discorsi diversi e abbia fatto della pluridiscorsività del cinema oltre che un oggetto privilegiato d’indagine empirica, una premessa a qualsiasi modellizzazione del suo funzionamento, a partire da Christian Metz (1977) che proponendo la distinzione tra codici cinematografici e codici extracinematografici quali „ingredienti“ costanti del testo filmico, parlava di un tipico fenomeno di aller-retour, per il quale la realtà entra nel cinema, ne viene filtrata e trasformata e riuscendone porta con se sempre un po’ di cinema (cfr. Metz 1977: 87).

Il nostro contributo intende concentrarsi in particolare su alcuni dei processi di trasvalorizzazione che il cinema opera sulla moda, limitandosi però, per motivi di metodo oltre che di spazio, ad un ambito particolare tra tutti quelli che la moda investe di sè, e cioè all’abbigliamento, da noi inteso come pratica culturale e di senso mediata da sistemi di segni soggetti a variare nel tempo.

Situato dalla parte dei discorsi extracinematografici che il cinema fa propri, l’abbigliamento, pur ricalcando alcune delle sue funzioni „reali“, quotidiane, sviluppa in questo contesto nuovi campi e modalità di significazione, e costituisce così un livello interpretativo costantemente presente nella produzione del senso filmico, se pure investito ogni volta di rilevanza diversa a seconda dei generi, degli stili e delle epoche storiche del cinema. Nel contesto di quel mondo possibile regolato da leggi proprie che ogni testo filmico pone in essere, e che l’abbigliamento contribuisce in maniera decisiva a delineare, i segni vestimentari si articolano in un sistema di senso altro, identificato normalmente come „costume“.

I costumi nella messa in scena di mondi immaginari

Il costume cinematografico, ma si potrebbe dire lo stesso del costume a teatro o in generale di tutti quegli usi vestimentari legati in qualche modo alla messa in scena di mondi immaginari, come ad esempio il carnevale, non è mai una mera riproduzione dell’abbigliamento reale. Quando si parla dunque del costume mettendolo in relazione all’abbigliamento, non si vuole descrivere una sorta di „primità“ dell’abbigliamento quotidiano rispetto a quello al servizio della messa in scena, quanto piuttosto sottolineare come questa relazione si giochi sulla copresenza, nel macro-contesto dei segni vestimentari, di sistemi molteplici che producono senso in maniera diversa, richiamandosi a vicenda, negandosi, completandosi. Non ha senso infatti parlare dei significati del costume, se non lo si inscrive nel discorso di tutti gli artefatti che rivestono il corpo dotandolo di un senso mai assoluto, comunque legato agli spazi e ai tempi che esso percorre e informa di sè. Questa considerazione di carattere generale è una premessa necessaria all’individuazione del funzionamento particolare del costume all’interno dei testi audiovisivi, entro i quali esso sperimenta insieme al corpo altre forme di spazializzazione e altri modi di legarsi al tempo.

C’è inoltre un’altra premessa da fare, per mettere subito in chiaro un ostacolo di fondo, che complica sicuramente il riconoscimento del ruolo del costume nei meccanismi di produzione del senso filmico, e cioè che questo statuto segnico del costume, che noi stiamo dando per scontato, non sempre si accompagna ad una ricezione conscia, consapevole di esso. Nei filoni dominanti del cinema, nel cinema cosiddetto „realista“, sicuramente il maggior responsabile nella costituzione sia di modelli generali di ricezione, sia di un immaginario collettivo cinematografico, la rete di associazioni e di significati messa in moto dal costume è spesso recepita in maniera automatica. L’automatismo che caratterizza spesso l’interpretazione del cinema conduce in un certo senso alla scomparsa dei segni, alla loro naturalizzazione, al loro essere fagocitati in quella potente impressione di realtà, di cui parlava Metz, quale tratto distintivo del cinema, rispetto per esempio alla finzione teatrale, dove tutto ciò che si offre alla visione sembra coincidere perfettamente con la nostra esperienza o perlomeno integrarla in maniera plausibile. Naturalizzati nel loro significato, i costumi diventano impercettibili e, come suggerisce Jane Gaines, l’impressione conscia che se ne ricava è quella di personaggi che „indossano semplicemente degli abiti“(1990:192), che per quanto vistosi possano essere, sembrano essere semplicemente accessori o del tutto estranei al progetto narrativo di fondo.

Le modalità di ricezione del cinema dominante viziano in un certo senso il modo con cui ci si relaziona ad ogni genere di film, anche a quelli che puntano invece sulla rottura dell’incanto e sulla negazione dell’effetto di realtà, dove i costumi giocano un ruolo essenziale nella produzione del senso, puntualmente ignorato da spettatori e spettatrici, analisti ed analiste comprese.

Della fondamentale importanza del costume nella costruzione di rappresentazioni cinematografiche credibili, della loro capacitá di fare il mondo rappresentato, non un mondo di approssimazione, bensì quel mondo, di dargli corpo e identità legandosi indissolubilmente ai suoi spazi, ci si rende più facilmente conto quando ci si trova davanti ad immagini ferme, non più vincolate dal tempo e non più assoggettate ai ritmi della narrazione, immagini, insomma, dove in qualche modo lo sguardo si può fermare senza l’ossessione del dopo. Oppure quando in altri contesti mediatici si allude al cinema, cercando di ricrearne atmosfere e stili, e i costumi costituiscono un ancoraggio fondamentale per interpretare l’allusione o la citazione. In questi contesti, si pensi per esempio alla continue allusioni a stili vestimentari cinematografici che la fotografia di moda e la pubblicità, perseguendo scopi diversi, propongono, ci rendiamo più facilmente conto di non essere davanti a semplici abiti, quanto piuttosto davanti ad una messa in scena dell’abito realizzata con tecniche ben precise, davanti ad una valorizzazione dell’abito che rimanda ad un trattamento particolare che il cinema gli ha riservato, magari nell’ambito di un genere, di un filone, di un corpus di film.

Fuori dal cinema si è più disponibili a riconoscere la „filmicità“di alcuni abiti, la loro dipendenza da un sistema visuale più complesso, di cui essi sono parte integrante, la loro appartenenza ad un ordine che ci è in qualche modo noto e che ci fornisce il codice di interpretazione comune ad abiti diversi. Un esperimento di questo tipo è alla base della serie fotografica dal titolo Untitled Film Stills, di Cindy Sherman, la fotografa americana che ha fatto dell’autotravestimento, in scenari e contesti diversi, un elemento portante della sua arte, lavorando proprio sulla forza performativa di cui gli abiti si caricano, quando, in quanto riconosciuti, sulla base di un codice, come segni di una determinata situazione, essi assumono la capacità di far fare determinate inferenze a chi li osserva, di definire le situazioni, di imporne quasi la chiave di lettura. Nei Film Stills Cindy Sherman è il personaggio immaginario di una serie di film altrettanto immaginari, che richiamano però fortemente generi, registri stilistici della cinematografia anni 50, fortemente radicati nel nostro immaginario cinematografico e pertanto facilmente riconoscibili: Hitchcock, nouvelle vague, neorealismo ecc. Si tratta dunque di immagini senza un referente preciso, che mettono invece in risalto come dalla combinazione di elementi diversi, quali la luce, i tipi di inquadrature e di angolazioni, i costumi, il trucco, sia possibile creare un credibilissimo effetto cinema, generare immagini di film mai girati, che ci sembra però di aver già visto. La figura femminile cui Cindy Sherman in ogni fotografia dà corpo costituisce un piano di significazione centrale nell’economia di questi simulacri. Il costume o magari alcuni dettagli significativi di esso, un particolare tipo di occhiali da sole, una gonna a quadri abbinata a dei calzini corti, una fascia nei capelli, una sottana, generano insieme alla gestualità e alla mimica, ciò che con Jean Marie Floch (1994) potremmo definire un’identità visuale concepita per bricolage. I personaggi di Cindy Sherman possono essere dunque visti come il prodotto di quel modo di produzione del senso, cui Levi-Strauss ha dedicato gran parte della sua opera, che consiste nel ritagliare e mettere insieme diversi elementi sensibili già dotati di significato, per dar vita ad un oggetto di senso nuovo (cf. Floch 1994: 3-9). Ma quella di Cindy Sherman è piuttosto un’operazione di bricolage al contrario, che mira a creare del vecchio, del già visto, una sorta di bricolage di secondo grado, si potrebbe dire, che mima bricolages già effettuati, che realizza figure „nuove“, inscrivendole però nel sistema delle identità visuali del cinema del passato, riattualizzando ruoli cinematografici codificati, siano essi femme fatale o brava ragazza della provincia americana, mettendone in evidenza lo statuto di „costruzione“.

I segni vestimentari nel contesto cinematografico e nel testo filmico: regole di trasformazione

Considerati nella loro materialità, come se si trattasse di un genere vestimentario, e dunque a prescindere dalle particolarità specifiche e dalle funzioni assegnategli in ogni singolo film, i costumi cinematografici sembrano essere accomunati da una caratteristica marcante: come suggerisce Volli (1992) essi appaiono esagerati, vistosi, importabili. È già a partire da questa differenza di stile, riferita alle qualità plastiche dei costumi e cioè al modo in cui essi combinano forme, colori e tessuti, che i costumi possono essere considerati come segni. Molto spesso essi si rendono interpretabili come segni iconici di abiti magari storicamente esistiti e utilizzati in contesti reali, in altri termini come degli abiti che ricalcano altri abiti, che gli assomigliano sotto certi aspetti, come direbbe Peirce, pur discostandosi da essi per altri versi. Un costume storico che ci appare come una riproduzione perfetta e fedele di un abito barocco, per fare un esempio, può condividere con esso magari solo le caratteristiche essenziali, il taglio, la forma, i motivi della stoffa ed utilizzare, invece di un broccato pesante, come nell’originale, una stoffa più leggera tale da permettere all’attrice che lo indossa di muoversi liberamente. Ciononostante esso ci rimanda ad un abito barocco, ci illude della sua pesantezza, signficandola, e attualizza allo stesso tempo tutto ciò che la nostra competenza culturale può associare ad esso, esagerazione, manierismo, rituali di corte, ecc.

Ma non sono soltanto differenze di carattere materiale, non sono solo quei colletti esagerati di cui parla Volli, a rendere capi d’abbigliamento costumi cinematografici, a conferirgli quelle caratteristiche per le quali essi si amalgamano nell’immagine e ne costituiscono un piano interpretativo. Si pensi, infatti, che spesso a diventare costumi sono degli abiti aquistati nei grandi magazzini, degli abiti quotidiani insomma, o che, come vuole la tradizione, le prime attrici del cinema muto, nella fase che precede l’avvento dei grandi creatori di costumi, provvedevano da sole al proprio guardaroba. Alcune variazioni nel modo in cui i costumi si danno a vedere in quanto immagini sono per esempio il prodotto di condizionamenti di tipo tecnologico che alternano la resa delle qualità materiali sullo schermo, le quali devono essere quindi recuperate in altri modi. Se si prendono, ad esempio, due grandi sistemi nella storia del cinema, il bianco e nero e il colore, si potrà stabilire un modo diverso di significare dei costumi all’interno di entrambi, dettato im primo luogo dalla diversa resa dell’immagine nei due sistemi. Questo ha delle ripercussioni oltre che sulla scelta delle qualità sensoriali dei costumi, sul modo in cui essi sono messi in quadro, poichè al contrario che nella realtà, un costume non può passare inosservato. Si delinea qui una caratteristica fondamentale dei costumi cinematografici, che con Volli potremmo definire „amplificazione“(cfr. 1992:158), come messa in rilievo, attraverso diverse tecniche, necessaria a che l’abito si veda. L’amplificazione può essere considerata come una prima regola fondamentale di cinematografizzazione dell’abbigliamento, come suggerisce ancora Volli, come „quel tanto di eccesso che permette alla spettacolarità di instaurarsi“(Ivi). La spettacolarità del cinema è data, come sappiamo, da immagini spettacolari. Come regola di trasformazione che presiede al divenire immagine dei costumi, l’amplificazione non opera solo sulle sue qualità materiali e quindi, utilizzando la terminologia della semiotica del film, al livello del pro-filmico, ma anche e soprattutto nella messa in relazione tra abito ed altri elementi propriamente cinematografici. Il costume, così come esso si da a vedere nel contesto cinematografico, non è fatto solo di stoffa, per intenderci, ma, in quanto abito filmato, di luci, di angolazioni, di dettagli amplificati che, per il modo in cui vengono incorniciati e messi in relazione al resto, assumono talvolta una posizione più importante dell’abito preso nel suo insieme, ne diventano il centro.

Non deve dunque stupire, di fronte a questa pluralità di canali e di contesti dai quali il costume cinematografico trae significato, la delusione che spesso si prova quando ci si trova davanti a costumi cinematografici esposti in un museo, quando, nonostante lo sforzo di chi espone di ricostruirne per certi versi il contesto ideale, essi ci colpiscono più che altro per la loro „ovvietà“, e difficilmete riescono a riattivare l’immagine filmica che la nostra memoria ha conservato di essi. Ecco che allora, invece che a riviere la magia del cinema attraverso questo o quel costume celebre, ci ritroviamo a stupirci di qualche perla ingiallita, di cuciture non proprio perfette, di stoffe un po’ triviali.

Ma oltre che a trasformazioni al livello del significante vestimentario, la cinematografizzazione dell’abito è affidata ad altre regole di trasformazione che agiscono sulla sua capacità di rappresentare altro, di relazionarsi al mondo rappresentato, di istituire relazioni tra il visibile e l’invisibile di questo mondo. Chiameremo narrativizzazione dell’abito una seconda e fondamentale regola di trasformazione che introduce l’abito nel circuito della narrazione filmica, ponendolo in relazione agli altri elementi di cui una narrazione si compone, innanzitutto al tempo, da cui l’abito riceve la possibilità di allineare e di accumulare significati e di articolare quindi una narrazione propria.

Questo modo di funzionare dei costumi risulta più facilmente riconoscibile nel contesto dei film di finzione, dove i meccanismi narrativi fanno parte della competenza che spettatore e spettatrice investono, sapendo di trovarsi davanti ad un particolare ordine del discorso di cui essi conoscono le regole. In questa sede ci occuperemo esclusivamente di come i costumi funzionano nel film di finzione, ciò non toglie però che altri sistemi testuali non improntati alla finzione, il genere documentaristico, per esempio, possano dotare gli abiti di una dimensione narrativa, nel momento in cui anche questo tipo di testi audiovisivi, come suggerisce Jost (1996:128), utilizza logiche di successione e trasformazione, quali strumenti universali del narrare, per raccontare però di avvenimenti realmente accaduti.

Naturalmente il funzionamento del costume nel contesto della narrazione filmica è in stretta dipendenza dal tipo di sistema narrativo di cui esso fa parte, dai diversi stili e generi della narrazione, in relazione ai quali il costume significa in maniera diversa. L’uso del costume potrebbe essere definito in questo senso come un’unità di genere o di stile, sia da un punto di vista estetico-visuale, sia dal punto di vista dei contenuti che esso veicola. L’iterazione di determinati usi e configurazioni del costume ha dato infatti vita ad una serie di codici di diverso tipo che dotano testi filmici diversi di un’identità comune e che fanno del costume stesso, nel momento in cui esso appare conforme a determinati codici, un fattore fondamentale della „credibilità“del mondo rappresentato. Nell’ambito dei testi filmici dunque, il costume risulta essere una clausola fondamentale di ciò che Greimas (1979) chiama contratto di veridizione, una sorta di accordo per il quale i destinatari di un testo di finzione si impegnano a „creder vero“ ciò che l’emittente del messaggio gli „fa apparire“ come tale, sulla base di una coerenza stabilita appunto per contratto. Si può parlare, ad esempio, del costume come principio di coerenza nel western, basandosi su funzioni che esso esplica in modo esemplare in questo tipo di narrazione filmica: la semiotizzazione del buono e del cattivo, di chi è dentro e fuori la comunità, di chi viene dalla città e vien riconosciuto immediatamente dagli abiti che indossa, nonchè la visualizzazione dell’imminenza del duello finale, come punto di svolta della narrazione etc.

Ogni sistema narrativo, rimanda quindi, sulla base dei diversi contratti di veridizione, a quella che con Barthes (1967) potremmo definire una politica del costume, quale politica del segno, quale pratica del senso in cui si riflette l’ideologia che sottende il film, che ne tira le fila, armonizzando tra di loro i diversi sistemi significanti.

Al di là comunque delle specificità di questo tipo, ci sono degli ambiti di significazione del costume presenti in maniera più o meno accentuata in ogni narrazione. Si tratta di quei rapporti di reciproca interpretazione che in ogni film si instaurano in primo luogo tra  costume e personaggio, e poi, a partire da questa relazione, tra il costume e i tempi e gli spazi della narrazione. Questo genere di relazioni rimandano ad una funzione universale dell’abito nei mondi di finzione in genere, che trova una spiegazione, oltre che in un processo di convenzionalizzazione, nel fatto che l’abito, configurandosi come estensione, come prolungamento del corpo, ne condivide, nella realtà, e in maniera ancora più marcata, nella finzione, la funzione di conferire senso alle coordinate spazio-temporali.

Il costume e il personaggio

Il personaggio cinematografico si configura come una costruzione complessa, che attinge senso da più parti: dalle fattezze fisiche dell’attore che lo interpreta e quindi dal modo in cui determinati tratti fisici sono dotati di senso in una cultura ( per esempio l’essere biondi rispetto all’essere bruni), dal modo in cui esso si relaziona al sistema dei ruoli convenzionali e dalle connotazioni specifiche che esso assume in un testo particolare (cfr. Gardies 1980). Il costume può contribuire alla costruzione del personaggio cinematografico, iscrivendolo innanzitutto in una categoria più ampia che è quella dei ruoli, rappresentandone alcuni tratti. Essi possono essere sia prettamente cinematografici, quindi già legati ad una iconografia ben precisa, si pensi al gangster, al cow-boy , al detective etc., oppure far capo ad unità narrative extracinematografiche che transitano in diversi discorsi e che il costume può rappresentare con maggiore o minore libertà: il costume che prima di definire quel personaggio preciso che è un re, ne definisce la regalità come habitus, come ruolo.(cfr. Ivi:76)). Il costume si fa inoltre carico di diversificare i personaggi tra di loro, dotandoli di una precisa marca visuale che li renda inconfondibili, che li metta in rilievo rispetto ad altri personaggi minori e rispetto allo sfondo.

La semiotica che il costume attualizza in relazione al personaggio assume nella narrazione filmica connotazioni specifiche, che si spiegano in gran parte attraverso il legame particolare tra corpo e rivestimento nel cinema, dove è la corporeità stessa ad assumere una dimensione nuova rispetto ad altri contesti di significazione.

Il corpo è, del testo filmico, un ingranaggio fondamentale, che agisce a diversi livelli del suo significato, in primo luogo come una sorta di unità di misura dell’identificazione tra spettatore/ spettatrice e mondo rappresentato. A proposito della centralità del corpo nel cinema, Lotman (1976:45) ha sottolineato come il cinema, grazie alle sue tecniche, abbia messo a punto un processo in realtà già iniziato dalla pittura moderna, e cioè, la segmentazione, la scomposizione di esso, da cui emergono vecchie e nuove aree di rilevanza e allo stesso tempo la ricomposizione che fa del corpo nel cinema un testo leggibile secondo criteri testuali propri. Va infatti ricordato, come suggerisce Gardies, che la frammentazione che il cinema opera sul corpo, non sempre produce una significazione per metonimia: in altri termini i dettagli di corpo che il cinema isola attraverso i primissimi piani, non stanno solo per il tutto, per il corpo intero, ma assumono una propria autonomia. Gli occhi, le mani, le gambe generano al cinema poetiche e percorsi di senso autonomi (Cfr. Gardies 1980:96). Il costume quale rivestimento del corpo, ne ricalca alcuni significati, si presenta come estensione di esso ed è al contempo un fattore fondamentale nella semantizzazione di alcuni frammenti di esso, insomma uno strumento decisivo di quel processo di semiotizzazione cui il corpo nel cinema è sottoposto. Il feticismo di alcune parti del corpo che il cinema continuamente attiva, si produce infatti in sinergia con una serie di indumenti che sono essi stessi prodotto di questo processo di trasvalorizzazione: le scarpe, le calze, i guanti, il trucco degli occhi. ecc. La frammentazione del corpo in dettagli di valore e significato autonomo è inoltre fortemente legata alla questione del punto di vista e dei soggetti che se ne fanno portatori, considerato che il cinema è, come suggerisce Jost, anche nei suoi aspetti più tecnici, un’istituzione antropomorfa (cfr.1996:130). Proprio il legame tra il corpo cinematografico come „costruzione“ e le dinamiche dello sguardo è stato fin dall’inizio un tema centrale nella riflessione teorica che ha legato la teoria filmica al femminismo/femminile. Questo tipo di studi ha focalizzato la propria attenzione soprattutto sulla posizione del corpo femminile nelle strutture narrative hollywoodiane, evidenziando la prospettiva patriarcale che le sorregge, in cui gli uomini detengono esclusivamente il punto di vista e le donne sono semplicemente oggetto dello sguardo (cfr. Mulvey 1975).

In virtù di questo forte legame con il corpo, al cinema il costume sta per il personaggio sia su un piano sintagmatico, di contiguità, sia su un piano paradigmatico, di sostituzione. In altre parole il costume in quanto segno può stare per il personaggio, significandone metonimicamente alcuni tratti, per esempio la modestia, la ricchezza, la nazionalitá ecc., oppure, nel corso della narrazione, sostituirsi ad esso e diventarne metafora. Questo succede per esempio quando un costume, una volta divenuto segno di identificazione di un personaggio, è in grado di rappresentarlo in sua assenza. Un indumento inquadrato in un determinato contesto rimanda immediatamente al personaggio che l’ha indossato e in più, a seconda della sua posizione e del suo modo di relazionarsi ad altri oggetti che gli sono vicini, fornisce informazioni su quel personaggio, sui suoi stati di tempo e di luogo, su ciò che sta avvenendo nel fuori campo. Si pensi a quello che è diventato un cliché cinematografico al di là di ogni genere, e cioè, una serie di indumenti, dai più esterni ai più intimi, che inquadrati uno dopo l’altro, ci conducono ad un luogo in cui non ci è dato di entrare, suggerendo per implicito le diverse fasi di una scena erotica cui non abbiamo assistito e che ora continua nel privato di una camer da letto. Nel poliziesco invece indumenti apparentemente insignificanti diventano tracce da seguire, tracce che portano pian piano alla ricostruzione del personaggio che li ha indossati, oppure segni che provano il passaggio di un determinato personaggio da un determinato luogo, che ne svelano, in sua assenza, la vera identità, che ne provano la colpevolezza.

Ma i modi in cui il costume sta per il personaggio che lo indossa, i processi per i quali cose e persone si corrispondono, rimandono a codici, a usi, a politiche del segno diverse a seconda delle epoche e delgi stili cinematografici presi in esame. Jane Gaines (1990) evidenzia come il cinema muto e il cinema sonoro abbiano fatto un uso sostanzialmente diverso del costume nella caratterizzazione del personaggio, l’uno improntato ad una politica dello spreco dei significanti, dei dettagli, l’altro più equilibrato e preoccupato di colpo che i costumi non distolgano l’attenzione dai dialoghi. Un esempio lampante del’uso del costumi nel muto è la messa in scena di Theda Bara, una delle primissime dive che il cinema abbia prodotto, personaggio esotico per eccellenza, reso attraverso un surplus volutamente ostentato di costumi e di accessori. Per le dive del muto, suggerisce ancora Gaines, impersonare un ruolo e dar corpo ad un personaggio si riduceva ad una sorta di dress-plot, e cioè ad una narrazione basata sostanzialmente sul cambio di costume, sul passare da un costume all’altro (cfr. Gaines 1990:). Nel passaggio dal muto al sonoro l’introduzione del dialogo, come ulteriore possibilità di caratterizzazione del personaggio attraverso la voce e il parlato, conduce ad una sorta di smorzamento del costume, ad una limitazione del suo ruolo, che non deve ora più eccedere per evitare di polarizzare troppo l’attenzione di un pubblico non ancora abituato ad „ascoltare“ il cinema (cfr. ivi.)

Una politica particolare del rapporto personaggio-costume sta alla base della costruzione della star cinematografica, una sorta di via di mezzo tra personaggio e persona, e del suo inserimento in narrazioni filmiche tagliate su misura sulla sua corporeità. In questo particolare rapporto che meriterebbe una trattazione a parte, il costume interpreta contemporaneamente il personaggio particolare di un determinatol testo filmico e l’immagine globale della star, che, come ha ben detto Richard Dryden, continua a circolare in altri contesti al di là dei singoli film e del cinema stesso. Uno dei doveri contrattuali della star era infatti quello di mantenere uno stile vestimentario costante tra la finzione cinematografica e la „realtà“confezionata dalla stampa e dai rotocalchi, nella quale ella conservava l’alone divino delle sue apparizioni cinematografiche. Nella costruzione dell’immagine di star è dunque il rivestimento in genere, come modo di dare enfasi al corpo, a giocare un ruolo fondamentale e la distinzione tra abbigliamento e costume, tra quotidianità e teatralità perde in questo caso consistenza. Un ulteriore canale nella diffusione di queste immagini è costituito da quello che può essere considerato un genere fotografico vero e proprio, il ritratto della star, nel quale essa indossa abiti consoni alla sua immagine cinematografica, abbinati a quegli accessori che ne costituiscono il segno distintivo. Questa continuità di stile della star dentro e fuori il film è spesso assicurata dalla presenza di uno unico stilista che ha appunto il compito di creare sia i costumi di scena, sia l’immagine globale della star che transita in altri media. A questo proposito ricordiamo il legame indissolubile tra Audrey Hepburn e lo stilista francese Givenchy in una fase tarda dello star system, il quale ha provveduto a creare un’immagine unitaria dell’attrice americana, dotandola sia nel cinema, sia nella realtà, di quello stile inconfondibile, caratterizzato dalla combinazione di tratti eleganti e sportivi, dall’equilibrio tra femminilità e androginità, che rendevano Audrey Hepburn così diversa dalle cosiddette „maggiorate“ di quegli stessi anni.

Un esempio paradigmatico della relazione tra la star e il costume, è dato dalla la costruzione di Marlene Dietrich, i cui film risultano esemplari di come il costume funzioni sì, in rapporto al personaggio e agli altri elementi della narrazione, ma soprattutto di come esso sia sottoposto, attraverso l’uso iperbolico di determinate stoffe, accessori e dettagli, alla funzione tipicamente barocca di stupire e meravigliare. Accumalando una serie di segni che con Aleida Assman potremmo definire „asemantici“, come avviene nell’ arabesco, oppure nell’uso di alcuni motivi decorativi nell’architettura (cfr. Assman 1997:716), segni cioè, che non rimandano ad un significato, ma che si richiamano a vicenda, e che, nel nostro caso, creano rimandi visuali tra un’apparizione e l’altra della star, i costumi le danno un volto sempre nuovo e allo stesso tempo confermano il mito Marlene Dietrich, bellissima, calcolatrice, inaffidabile e pericolosa.....In The Devil is a Woman queste caratteristiche del personaggio e della star sono significate non solo dai costumi in sè, ma anche e soprattutto dai continui travestimenti che la donna mette in scena e che riattivano un’ associazione di antichissima tradizione, quella tra abiti e menzogne.

Ma se la star propone sempre una femminilità assoluta e senza paragoni, l’essenza dell’essere donna in un certo senso, nel contesto di altri stili cinematografici una funzione centrale del costume è proprio quella di caratterizzare e differenziare tra di loro su di un piano visuale diversi ruoli femminili. Ciò è evidente in molti film della serie noir (tra cui ricordiamo Out of Past, The Big Sleep, White Heat, The Big Heat ecc.) in cui ai ruoli femminili classici e in posizione dipendente da quelli maschili vengono affiancati ruoli feminili insoliti nel contesto hollywoodiano, ruoli di donne, che, come argomenta Ann Kaplan,(1978) si presentano spesso come ostacolo all’azione maschile. In questo contesto la differenza tra femme fatale, la donna non affidabile, pericolosa, priva di legami stabili e che, come tutti gli uomini del noir, vive anche lei di notte, da una parte, e la donna tradizionalmente legata alla famiglia, al ruolo domenstico dall’altra, si costruisce anche attraverso i costumi, giocando sulla contrapposizione tra significanti vestimentari che rimandano a significati diversi. Piume, tessuti laminati e trasparenti, pellicce da un lato, a connotare la corporeità „animale“e ambigua della prima; tessuti robusti, motivi classici, economia dei dettagli ad indicare la fissità, la stabilità di donna angelo del focolare della seconda.(citare qualche noir dire meglio vedi appunti)

Se un aspetto fondamentale del costume e dei segni vestimentari in genere nel film, è quello di personalizzare, di dare una specifica marca visuale a personaggi diversi, esso può svolgere anche la funzione contraria, e cioè rappresentare identità più grandi,  significare l’impersonalità o addirittura l’anonimità. Questo procedimento è in genere utilizzato per creare una differenza visuale tra personaggi principali e lo sfondo che può essere costituito da un gruppo anonimo di persone, da una comunità significata nel suo insieme. Una strategia di anonimizzazione si ottiene attraverso la messa in rilievo di costumi uniformi, privilegiando inquadrature che escludono in volto quale elemento personalizzante. Si pensi alla celebre inquadratura degli stivali militari in Sciopero di Ejzenstejn, ad indicare l’esercito anonimo, o in generale all’uso delle uniformi militari o di qualsiasi tipo di abbigliamento volto ad identificare intere regioni geografiche, gruppi sociali nel loro insieme. Si pensi ad esempio al modo in cui il costume contribuisce a costruire la comunità e la coralità dei pescatori siciliani in La terra trema di Visconti.

Un esempio interessante della capacità spersonalizzante dei costumi e dell’abbigliamento in genere si rileva in Schindlers List,(Spielberg 1994) dove l’abbigliamento uniforme e contrassegnato dalla stella di David contribuisce a creare la massa anonima degli ebrei deportati e uccisi dai nazisti, e dove per riferirsi ad una bambina in particolare, il regista usa l’espediente di colorarle nel vero senso della parola il cappottino di rosso, di intervenire cioè dal di fuori sull’immagine, per evidenziare ciò che, lasciando l’immagine così com’è, si perderebbe nell’anonimità del resto.

Costume e tempo

Una rete di associazioni costanti all’interno di qualsiasi film è quella che si instaura tra costume e tempo, più precisamente tra il costume e le diverse forme e dimensioni della temporalità all’opera in un testo filmico: il tempo storico in cui il racconto si colloca, il tempo del racconto e il tempo della narrazione, e quindi i modi in cui il lasso di tempo, entro il quale la vicenda si svolge, viene significato, reso nel film, che può com’è noto comprimerlo, estenderlo oppure lasciarlo intatto.

I modi in cui il costume si relaziona al tempo storico di una narrazione filmica sono diversi. La mera funzione referenzializzante che esso pur svolge in alcuni film non esaurisce infatti le possibilità che il costume ha, nel momento in cui esso chiama in causa un’epoca, di riflettere e allo stesso commentare diversi aspetti di essa, di attualizzare dunque nell’ambito e al servizio di un film,  contesti ai quali l’abbigliamento si lega in ogni epoca, a partire dalla corporeità, dalla cultura del corpo che ogni sistema vestimentario inevitabilmente veicola. Il costume non non si limita dunque a fungere da indice del tempo, ma si offre come un sistema articolato attraverso il quale è possibile compiere determinate scelte riguardo ad un’epoca: sintetizzarne degli aspetti o alludere ad altri che sono rimasti fuori dal film, prendere posizione, nel momento in cui le si rappresenta, rispetto a situazioni che l’hanno caratterizzta. È quanto avviene per esempio in Lezioni di piano, (Jane Campion 1992) dove i costumi vittoriani di Ada e della figlia, ma anche di altre figure minori, inquadrati da mille angolazioni diverse e scomposti in tutti i loro singoli pezzi e dettagli, si configurano come segni volti a commentare l’intero sistema vestimentario dell’epoca vittoriana, la concezione dell’abbigliamento e del suo legame con il corpo che caratterizza quell’epoca, il rapporto che si instaura tra abbigliamento e genere sessuale, i modi in cui un sistema vestimentario incide sulle forme dell’erotismo. È così che si spiega nel contesto di questo film, la „gratuità“, nell’economia della narrarzione, di alcune inquarature che fanno il punto su dettagli dei costumi, delle numerose pause narrative, in cui la macchina da presa viaggia lenta sul corpo della protagonista, si insinua nelle pieghe dei vestiti, sotto le gonne, si sofferma sul didietro dell’acconciatura ecc. In questo senso i costumi forniscono informazioni utilizzabili non solo all’interno del film, come supporto alla diegesi, ma anche per creare paralleli con ciò che il racconto lascia fuori dai suoi riquadri. Visto in relazione al tempo storico del film, il costume si configura come una sorta di continua rielaborazione di codici vestimentari, che assume spesso una dimensione metacomunicativa, diventando un modo di ristabilire l’intesa, tra chi comunica e chi riceve il messaggio, sulla base di saperi ed esperienze comuni dell’abbigliamento come pratica culturale. Nel costume riferito ad epoche del passato continuamente rivisitate dalla cinematografia, e di cui la nostra conoscenza è soprattutto cinematografica, i significati attualizzati in ogni film si accumulano e si sovrappongono, facendo di esso una sorta di palinsesto. Al costumista, al regista e al testo, nonchè agli spettatori e alle spettatrici sta poi il compito di enfatizzare alcuni aspetti di esso, di tralasciarne degli altri, di farne emergere dei nuovi, dettati dall’epoca in cui sono pensati. Sembra infatti inevitabile che ogni epoca proietti sui sistemi vestimentari del passato che essa va a ricostruire, in qualche modo il propio senso dell’abbigliamento, il proprio senso della corporeità e della gestualità ad esso legate. Ed è proprio sotto questo punto di vista che la pratica del costume si mostra spesso vulnerabile, soggetta a fare errori grossolani, creando costumi che pur funzionando come indici di un tempo storico non riescono ad andare oltre la mera segnalità, faticando a svincolarsi dal presente in cui sono stati concepiti. Questo „male“ del costume, come lo definirebbe Barthes (1967), è in realtà molto diffuso, la maggior parte dei film in costume di produzione hollywoodiana, ad esempio, riesce solo raramente ad evitarlo. Barthes stesso, riferendosi ai mali del costume teatrale, parlava a questo proposito di costumi che non riescono ad „assorbire“ il volto (Ivi:96), ad indicare come spesso, la fedeltà al passato, statica e museale, di alcuni costumi mal si combina con la modernità inscritta nei gesti e nel volto dell’attore o dell’attrice.

Quello che finora abbiamo definito come il tempo storico in cui un film si colloca può riferirsi inoltre ad un’epoca passata mai realmente esistita, di pura invenzione, o ad un’epoca futura. In questi casi il costume, oltre che ad essere impegnato nella creazione della diegesi, nella semiotizzazione dei personaggi ecc. è doppiamente investito della funzione di riferirsi e allo stesso tempo di dare forma e di rendere credibile un’epoca, che, essendo priva di un referente reale, cessa di esistere nel momento in cui si smette di mostrarla. (il riferimento che il costume crea è in altre parole allo stesso tempo l’atto creativo dell’epoca stessa) Come nella costruzione di costumi passati, anche nella costruzione di abiti e corpi futuri si riflettono tensioni, modelli, rappresentazioni collettive ancorate al presente, per quanto la fantasia possa permettere di distaccarsene. È noto come ad ispirare i costumi di eroi ed eroine del 2000, nei film di fantascienza degli anni sessanta (Barbarella, 2001 Odissea nello spazio ecc.) , che, sull’ impatto delle prime spedizioni nello spazio di quegli stessi anni, danno inizio alla costruzione di un futuro interamente cinematografico, siano stati gli schizzi degli scienziati della Nasa (Connieky 1990) oltre che i materiali sintetici di recente scoperta dell’industria chimica, tra cui il PVC, non ancora utilizzati dall’industria dell’abbigliamento.

Oltre che a intessere relazioni con il tempo storico del film e quindi a rappresentarlo in diversi modi, il costume si pone al servizio delle categorie del tempo interne al film, mettendo a disposizione una serie di segni volti a rappresentare il tipo di relazione che intercorre tra tempo del racconto e tempo della narrazione. In generale i costumi che i personaggi indossano aiutano ad orientarsi nel tempo della narrazione, soprattutto quando l’andamento lineare del tempo è interrotto da salti indietro o in avanti, che se pure annunciati con altri segni, trovano nel costume un’ulteriore conferma. Il cambio di costume tra una scena e l’altra è uno dei modi più economici e veloci per segnalare implicitamente il tempo che è passato tra due scene. I cambi di costume possono inoltre intessere relazioni di diverso tipo con le diverse fasi in cui il racconto è scandito. Se in alcuni tipi di narrazione essi intervengono in maniera secondaria a visualizzare il passaggio ad una fase successiva, ci sono altri testi filmici che fanno invece un uso ostensivo dei cambi di costume per „annunciare“ quasi questi passaggi, per dotare la narrazione di un ritmo visuale.

In The Draughtman’s Contract (Peter Greenaway 1978) ad esempio, l’organizzazione dei costumi ripropone la costruzione assolutamente simmetrica della narrazione. Una simmetria minimalista, affidata al contrasto di colore tra costumi bianchi e neri, per cui dall’inizio della narrazione fino alla prima metà, e cioè fino al ritrovamento del cadavere del padrone di casa, tutta la corte veste di bianco mentre il disegnatore veste di nero, dalla seconda parte in poi tutta la corte veste di nero e il disegnatore è l’unico ad indossare un costume bianco.

Un legame profondo tra costume e architettura del tempo si ritrova in Orlando (Sally Potter, 1992). Il cambio di costume, integrato dai titoli, è qui uno strumento primario per segnalare la scansione del film in episodi tematici, che sintetizzano le diverse fasi della lunga vita di Orlando, durante le quali egli cambia anche il genere sessuale, e che si collocano in cinque secoli diversi. Il tempo si iscrive sul corpo di Orlando anche all’interno di ogni episodio cambiandone le linee, le forme, l’agilità in maniera sempre più rapida - ciò che riecheggia il succedersi sempre più rapido delle mode a partire dal XVIII secolo - come nella corsa frenetica di Orlando attraverso i labirinti del suo giardino, in cui ella entra reggendo a fatica un’imponente abito barocco e ne riesce con un non meno ingombrante, per quanto severo costume vittoriano.

I costumi e le trasformazioni

Ma oltre a segnalare e a rappresentare il tempo, il costume nell’ambito di una narrazione può farsi carico di qualificare il passare del tempo come trasformazione, di un personaggio o di una collettività, di connotare questo sviluppo della narrazione come miglioramento o peggioramento, sia esso reale o solo apparente. Spesso il cambiamento di costume indica, in modi diversi a seconda del tipo di narrazione filmica, un cambiamento interiore al personaggio, secondo una pratica di significazione molto diffusa e coltivata dai vari filoni del cinema dominante, come suggerisce Gaines, per la quale oggetti e stati d’animo arrivano non solo a rimandarsi a vicenda ma a creare delle quasi identità (cfr. 1990:184). Le trasformazioni interiori di Gilda, nel film omonimo, (King Vidor 1946), il suo continuo oscillare tra il ruolo di „giocatrice“ inaffidabile da una parte e quello di donna sottomessa alla volontà maschile dall’altra, si manifestano nei cambi di costume: dai vestiti trasparenti e fascianti, volti a mettere in evidenza il potenziale seduttivo e quindi pericoloso di Gilda, secondo l’ ottica marcatamente maschilista che guida tutta la narrazione, ai tailleurs severi che sembrano in qualche modo fungere da contenitori dell’impeto femminile che prima o poi tornerà prepotentemente alla ribalta.

Molto spesso ad essere visualizzate dai costumi sono quelle trasformazioni di personaggi singoli o di collettività, che nell’ambito di narrazioni fortemente codificate si configurano come riti di passaggio. È quanto avviene ad esempio, come si rileva da uno studio di Russel (1988) nella serie di film improntati alla tematica del vampiro (da Nosferatu alle diverse versioni di Dracula) in cui la trasformazione del personaggio femminile, dal momento in cui diventa vittima del vampiro, è segnalata dal passaggio ad abiti leggeri, informi e fluttuanti, larghe camicie da notte che al contrario dei costumi di prima sembrano svincolarsi da qualsiasi epoca, e farsi interpretanti della liberazione avvenuta, dello sprigionamento del lato „notturno“ e represso della donna.

Nel visualizzare trasformazioni nell’ambito di una narrazione filmica i costumi fanno spazio ad universi semantici dell’abbigliamento, entro i quali rivivono concezioni e motivi fiabeschi dell’abito continuamente riattualizzati dalla cultura popolare e dal sapere comune, spesso veicolati nel linguaggio verbale da proverbi ed espressioni idiomatiche.

Il cinema ha creato versioni proprie di alcuni motivi vestimentari che ricorrono in maniera evidente nelle fiabe: dall’abito come segno che performa un rito di passaggio, dalla giovinezza alla maturità per esempio, all’abito come ricompensa, dalla perdita dell’abito come perdita dell’identità, all’abito che protegge e rende invulnerabili ecc.

Il cambio „rituale“ di costume, come segno del passaggio ad una fase più matura della vita, ha grande tradizione nel melodramma hollywoodiano, dove esso si fa carico di visualizzare l’inaspettato „divenire donna“ dell’eroina, fino a poco prima caratterizzata come un’ingenua adolescente, il suo debutto in società. Maureen Turim (1990) sottolinea come nel cinema del secondo dopoguerra questa svolta narrativa fortemente codificata si sia legata in maniera indissolubile al New Look di Christian Dior, la nuova linea che lo stilista francese lanciò nel 1947 e che divenne subito internazionale per via della nuova femminilità che essa andava a disegnare, segnando una svolta rispetto alle mode rigide e mascoline degli anni della guerra. Contrassegnato dalla vita stretta e dalla gonna che si allarga sui fianchi riecheggiando la crinolina, ma anche dal tulle, dai fiocchi e dai colori tenui, il nuovo abito da cocktail in stile Dior diventa al cinema il segno di identificazione della debuttante, pronta ora, ad essere sposata ( cfr. Ivi:217.)

Un’altro motivo vestimentario continuamente rielaborato in numerossisime narrazioni cinematografiche è quello che coniuga la ricerca dell’identità da parte di un personaggio femminile alla ricerca dell’abito giusto entro il quale sentirsi finalmente „se stesse“. Abbandonare gli abiti austeri dell’inviata speciale da Mosca, insieme alla mimica e ai gesti con cui essi si accompagnano, e abbandonarsi dunque ai capricci della moda parigina, significa per la Ninotschka di Ernst Lubitsch, - ben inteso, non senza ironia - scoprire la propria femminilità e la propria tenerezza, la propria vera identità insomma, che gli abiti di prima contribuivano decisamente a reprimere.

Si aggiunga inoltre che tali motivi hanno trovato nel racconto filmico un contesto ideale, proprio grazie ad alcune disponibilità tecniche del cinema, grazie alla capacità del cinema di istituire nessi causali affindandosi all’eloquenza delle immagini. Molti significati dell’abbigliamento che, continuamente riattualizzati, adattati a nuovi contesti e caricati di spessore metaforico, sono divenuti parte del repertorio narrativo di molti generi cinematografici, fanno capo alla capacità di sintesi del cinema, alla possibilità che in esso si ha di sottintendere, di elidere delle parti e di mostrare invece delle altre. Si pensi, per esempio, a come le tecniche cinematografiche di rappresentazione, tra cui i divrsi tipi di montaggio, siano stati determinanti a che la tematica del travestimento potesse divenire un sottogenere cinematografico ampiamente sfruttato, che costruisce i suoi effetti, sia comici, sia drammatici, sulla possibilità del cinema di estendere la portata dell’occhio umano, di varcare le soglie del lecito, di far vedere contemporaneamente il dentro e il fuori delle cose, la verità e l’apparenza, il volto e la maschera, nonchè di ingannare spettatori e spettatrici, all’occorrenza distorcendo e offuscando le immagini.

I costumi oltre il testo filmico

Il cinema ha sviluppato diverse strategie per „incorniciare“ il costume, per metterlo in rilievo, dotandolo di una dimensione, che pur coerente con il testo, con la narrazione, assume una certa autonomia, aprendosi a piani transtestuali dell’interpretazione. Molto spesso la messa in rilievo del costume è legata alla sua combinazione con luoghi e oggetti che nel cinema assumono di per sè un valore simbolico, come ad esempio le porte, le finestre, gli specchi, quali cornici che replicano la funzione della macchina da presa, assumendo, come diceva Metz (1991:83), „potere di emissione“, rinviando al cinema stesso, ai modi e alle tecniche del suo farsi. Alcune di queste configurazioni volte a porre l’enfasi sul costume sono diventate una sorta di leitmotiv cinematografico. Masson (1996) ricorda a questo proposito l’entrata in scena di un personaggio da una scala inquadrata dal basso, come cornice e strategia ideale per focalizzare l’attenzione sull’abito, come modo per celebrarlo. Un altro esempio di leitmotiv cinematografico legato alla tematizzazione del costume si ritrova, come suggerisce ancora Masson, nel ballo inquadrato dall’alto, configurazione tipica del film in costume, una sorta di grande pausa nello svolgersi delle vicende e allo stesso tempo un’occasione di autolegittimazione per il costume, di cui viene ora messa in evidenza la plasticità nel movimento ritmato del ballo, nell’avvicendarsi simmetrico delle silhouettes maschili e femminili, si pensi in proposito alla celebre scena del ballo ne il Gattopardo (Visconti, 1963).

Ma oltre che a a creare situazioni codificate di autocelebrazione del costume, delle sue qualità sensibili, il cinema ha dato a gesti quotidiani legati alla pratica del vestire, il vestirsi appunto e l’operazione ad esso opposta, il denudarsi, uno spessore rituale, ha trasformato, come diceva Barthes a proposito della retorica della moda, „degli usi in riti“(1967b:254). Se nella quotidianità delle culture occidentali allo stato attuale questi momenti non hanno spessore „mondano“, poichè fanno parte di ciò che Goffman (1959) chiama offkstage, in riferimento a quei luoghi nei quali ci si prepara alla socialità, essi acquistano nel cinema, per il fatto stesso di essere eseguiti e mostrati, uno statuto proprio, diventano rito da compiersi secondo modelli e tempi precisi. Il vestirsi, pezzo dopo pezzo, diventa così una versione secolarizzata delle cerimonie di vestizione, anche quando ad esso non partecipa nessun altro se non il pubblico. Pur veicolando, a seconda del genere cinematografico, umori, atmosfere, stati d’animo del personaggio, funzionali dunque alla narrazione, per esempio l’incertezza, l’attesa, l’emozione come avviene nel melodramma, i riti di vestizione spostano spesso l’interpretazione su di un altro piano: mostrandosi come un processo graduale di costruzione del senso, essi riecheggiano le operazioni di offstage preliminari alla nascita dei personaggi e del cinema stesso. I processi di vestizione come nascita del senso sperimentano il loro contrario nella ritualizzazione del denudarsi, che pur assumendo diversi significati in relazione al contesto, si presenta anche come una perdita progressiva dei caratteri distintivi, che si ferma prima che sia troppo tardi o che termina nell’universale insignificante del corpo nudo.

Ma l’autoriflessività non è l’unico livello transtestuale che i costumi, o i rituali che essi mettono in scena, attivano. Sia sul piano dei contenuti che su quello dell’espressione i costumi si ricollegano in diversi modi ad altri testi, mettono in moto un dialogo con altri film, chiamano in causa la storia del cinema in genere o lasciano che attraverso di essi testi extracinematografici vengano a far parte del senso filmico.

Quali marche visuali, quali elementi di identificazione di uno stile o di un genere, i costumi possono rendere attuali, svicolandosi dal testo, quel genere o quello stile nel loro insieme, possono alludere ai personaggi che ne hanno fatto la storia. L’allusione o il riferimento implicito lasciano spesso spazio alla citazione esplicita di costumi, come modo di rendere omaggio ad un regista, ad un momento storico della cinematografia o di creare effetti parodistici (cfr.Withalm 1992), basti solo pensare alle numerosissime citazioni dell’abito-icona di Marylin Monroe. Molto spesso si ha l’impressione che sui costumi, sul modo di concepirli e di usarli, si innestino esercizi di stile e di memoria, che fanno riferimento non solo al cinema, ma anche ad altri discorsi culturali, dall’arte, al teatro, alla moda ecc. Si pensi a quella particolare forma di intertestualità messa a punto da una serie di film americani degli anni trenta, e cioè di interrompere la narrazione mettendo in scena una sfilata di moda, come avviene in Le donne (Cukor, 1939).

Nelle diverse forme d’intertestualità, siano esse citazioni o allusioni, il costume celebra in un certo senso la propria storia, il proprio essere divenuto gradualmente un linguaggio che utilizza, rielabora ed estende ad altri contesti i meccanismi semiotici comuni ad ogni forma di abbigliamento, dotandoli di spessore metaforico, che arricchisce gli orizzonti della cultura vestimentaria, ripercorrendone le tappe o coniugandola al futuro. Un linguaggio, dunque, che è tale perchè possiede una storia, come suggerisce Lotman (1993:14) a proposito della differenza tra i codici e le lingue, perchè può contare sulla memoria di chi lo pratica, sia di chi emette il film, sia di chi ne prende visione. Il senso del costume nasce infatti anche e soprattutto dalla visione, da quanto gli spettatori e le spettatrici, figurabili come coloro che non si limitano a decodificare un testo, ma che interloquiscono con esso (cfr. Casetti 1986), ci mettono di proprio nel momento in cui lo interpretano, dalle competenze diverse che essi vi investono, non solo, dunque, da quanto il cinema „riempie“, ma dagli spazi che il cinema lascia aperti all’interpretazione.

 

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