Che nome sei?

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Patrizia Calefato

Che nome sei?
Nomi, marchi, tag, nick, etichette e altri segni
 


 

I nomi di persona sono un po’ come degli abiti che ci identificano entro una moltitudine e che allo stesso tempo ci aderiscono, appartenendoci come una seconda pelle. Questo libro esplora i poteri del nome proprio in ambiti diversi della comunicazione: dal nome come volto che ad altri rivolgiamo al ruolo semiotico della marca, del logo, del packaging, agli aspetti caricaturali dei nomignoli, alla funzione di maschera che il nome proprio assume nei nickname virtuali e nelle pratiche di anonimato diffuse nelle reti telematiche e in alcuni nuovi movimenti. Nominare è sempre fare esistere, è sempre rendere un po’ persone i luoghi, gli animali, gli oggetti. Dare vita nel nome può significare possesso, come ci rivelano i nomi lasciati nella storia dagli imperi che hanno ribattezzato nel mondo esseri umani, città, fiumi, montagne. Può significare invece lasciare andare, come accade quando il nome è la cifra della separazione dal corpo materno di un corpo nuovo che nasce. I nomi citano, aiutano a ricordare, anche se a volte li si dimentica. Il nome... non lo si può nominare invano. L’anonimato diventa allora il massimo del lusso possibile: essere nessuno. Oppure essere tutti allo stesso tempo, nella condivisione dei linguaggi e delle conoscenze resi oggi in potenza generalmente disponibili.


Recensioni a Che nome sei?

il Venerdì - 16/03/2007
Ti chiamo, quindi sei di Aurelio Magistà

 

Il rapporto tra le cose e i loro nomi, non comuni ma propri, e il processo di nominazione come momento chiave per definire le identità. Quindi, in sintonia con questa rubrica, i marchi, i nomi commerciali, ma anche le etichette, i nickname, e altro: è l'argomento di Che nome sei?, di Patrizia Calefato, docente di sociolinguistica all'università di Bari.

 


il Manifesto 7/2/2007

Quello che si nasconde dietro l'etichetta
Nel saggio «Che nome sei?» uscito di recente per Meltemi Patrizia Calefato indaga il significato dei marchi in un mondo che insegue l'elusivo lusso della distinzione


Lorenzo Imbesi

Nella rappresentazione delle cose con cui entriamo in contatto, il nome ha una funzione decisiva: nel momento in cui «nominiamo» un oggetto, infatti, compiamo un'azione di individuazione e di possesso, che istituisce una relazione tra noi e il mondo esterno. Con la sua carica identitaria, il nome può allora essere considerato anche come una sorta di autentica «marca» che contraddistingue e differenzia, che evoca significati più o meno nascosti e ci aiuta nell'esercizio della memoria. Ma il nome non è solo un medium per la comunicazione, è anche un luogo di scambio simbolico e culturale nelle cui continue dislocazioni (traduzioni, movimenti, slittamenti) sono riconoscibili molte linee di transito: nel passaggio da una lingua a un'altra, per esempio, il nome può assumere nuovi significati e veicolare concetti inediti, così come al suo interno si può celare una moltitudine di identità che lo porta a assumere un valore di maschera.
Nel suo ultimo libro Che nome sei? Nomi, marchi, tag, nick, etichette e altri segni (Meltemi 2006, pp. 190, euro 17), Patrizia Calefato si addentra appunto nell'universo comunicativo del nome per comprenderne i diversi aspetti tanto nel linguaggio verbale (nomignoli e pseudonimi), quanto nelle pratiche telematiche e virtuali, senza dimenticare le azioni di anonimato e di nominazione collettiva, le identità condivise e multiple, le provocazioni di «guerriglia semiologica» e détournement situazionista, giù giù fino alle pratiche di scrittura metropolitana (tag e graffiti) e ai processi di valorizzazione del brand, del segno-logo, del packaging.
Per spiegare la natura di intermediazione tra soggetti, oggetti e segni, Calefato utilizza la metafora del «denaro linguistico»: esattamente come il denaro, che ha la funzione di mediare negli scambi economici, così il nome svolge un ruolo mediatore all'interno della comunicazione. Riprendendo le teorie marxiane giovanili, però, il denaro si presenta anche come «oggettivazione» di ogni cosa. Allo stesso modo, il potere del linguaggio si esprime come «mezzo di scambio universale, dato che con esso è possibile rivolgersi a tutti e dire qualsiasi cosa». Entrambi, rientrando nel sistema dei segni, sono riproducibili e traducibili, ma anche falsificabili e condividono una sorta di potere feticista: nel perdere la «fatticità» residuale esterna, si astraggono a puri nodi di relazioni che hanno smarrito il proprio oggetto, per esprimersi attraverso immagini di sintesi. Coincidenza di figure e di nomi che si traduce spesso in un bestiario di simboli, il logo equivale all'atto di nominazione delle cose, che non di rado rientra nel linguaggio comune fino a sostituirsi all'ordinaria denominazione («la Lacoste», «le Nike»).
Da confine di proprietà, il segno della «marca» diventa un segnale di differenziazione e identificazione per aiutare l'orientamento in un sistema di mercato più ampio: qui il nome assume insomma il valore di un contratto e si pone come emblema di garanzia per conquistare spazi di fiducia nella relazione tra consumatore e produttore. Quasi a sottolinearne il valore aggiunto, l'etichetta, applicata ormai a ogni prodotto, appare, alla lettera, come una «piccola etica» che - facilmente riconoscibile e traducibile da tutti - funge da segnale codificato di affidabilità con cui un brand rassicura il consumatore circa i valori morali su cui si fonda il suo prodotto. Al tempo stesso, la marca compone uno spazio semiotico al cui interno vengono definiti modelli di comportamento - e addirittura un vero e proprio manifesto di valori segnalato nel linguaggio del nome, del packaging, del marchio - ai quali il consumatore, acquistando quell'oggetto, aderisce idealmente.
Riprendendo e approfondendo alcuni temi di ricerca già affrontati in passato (in particolare nel saggio Lusso, Meltemi 2003), Patrizia Calefato individua una componente «eccedente» su questa patina superficiale che abita le cose. L'oggetto è ormai scomparso, sostituito da una traccia che sposta altrove l'attenzione, verso qualità o proprietà altamente desiderabili e non funzionali. Proprio l'inutilità rientra nei processi di valorizzazione che rendono la cosa «preziosa» e, quindi, esclusiva e unica.

 

 

 

 

 


Che nome sei? a Radio due: trasmissione L'altro lato 21-1-2007


TUTTOLIBRI/LA STAMPA, 20/1/2007:



La Gazzetta del Mezzogiorno - 20/01/2007
Le etichette ci fanno tutti schiavi di LIVIO COSTARELLA

 

 

Benedetta Barzini. Intervista con la docente ed ex-fotomodella: "I nomi? Ah, se fossimo liberi di sceglierli"

 

"La moda è la più eccellente delle farse, quella in cui nessuno ride perché tutti vi recitano", diceva lo scrittore francese André Suarès. Altre parole che sottoscriverebbe Benedetta Barzini, eterna battagliera dell'immagine svalorizzata della donna, a partire dal fashion system che ci governa.

Fotomodella a New York negli anni '60, musa di Andy Wharol e Gerard Malanga, attiva in politica e oggi giornalista e docente universitaria, Barzini era ieri a Bari per una lezione tenuta al corso di laurea in scienze e tecnologia della moda e per la presentazione del libro di Patrizia Calefato Che nome sei? Nomi, marchi, tag, nick, etichette e altri segni (Meltemi ed., pp. 190, euro 17), svoltasi alla libreria Laterza alla presenza dell'autrice e della linguista Cristina Vallini.

"Mi è piaciuto molto il libro della Calefato - ha spiegato Barzini-, incentrato sul mondo di segnaletiche che sta dietro ai nomi. Ha il merito di aprire molti interrogativi con un linguaggio non accademico".

È corretto dire che il nome sta all'identità di una persona come un vestito al proprio corpo?

"Sì, anche se un nome, come un abito, non può descriverla definitivamente".

Il suo – Benedetta - ha anche un significato, è un participio passato, un aggettivo o un sostantivo. Le è mai pesato?

"Confesso che avrei voluto cambiarlo, ma non ha inciso in nessun modo nella mia vita, in ciò che ho fatto e in ciò che sono":

Internet ci riempie di nickname e password. È una società che ha bisogno di mascherarsi sempre di più?

"Siamo bombardati da etichette di ogni tipo. Vale anche per la moda: siamo schiavi di molti luoghi comuni. L'uomo deve depilarsi le sopracciglia e per la laurea la donna deve mettersi il tailleur a tutti i costi. Bisogna cambiare abito ogni giorno perché dobbiamo mostrare tanti sé di noi stessi. Sarebbe ora d finirla. Non c'è quasi via d'uscita da questa omologazione: dovremmo usare un piccolo strato di paraffina tra noi e le cose, capire che la diversità dipende da chi sei, cosa fai e cosa pensi. Non da un abito fasciato o un decolleté".

Perché l'uomo ha un solo abito e la donna ne ha un'infinità?

"L'ho capito dopo molte riflessioni. Perché la donna non ha mai avuto bisogno di un vestito per il lavoro, di un abito per una funzione pubblica. Il sistema ha decretato la sua eterna appartenenza in quanto compagna, figlia o moglie. E che il burqa delle occidentali sia la taglia 42 è sempre più vero. La donna adegua il suo vestire al piacere maschile, non esiste un suo punto di vista. E il marketing modaiolo non è altro che un esercito di maschietti cacciatori di una preda. Vale anche per i nomi: la donna non ha un cognome. I suoi cognomi sono solo di derivazione maschile. Poi però Zapatero decreta l'abolizione della taglia 38: si legifera anche sul nostro corpo. Perché non si decreta che possiamo sceglierci i cognomi di fantasia?".

Ma la moda a che serve?

"Dovrebbe servire la persona, per adattarsi a lei in ogni situazione. Invece accade il contrario: è uno specchietto per le allodole per la gente che pensa che la classe dominante si vesta in un ceto modo. È figlia del consumismo. Aveva ragione Pasolini quando diceva che il consumismo ha tolto all'Italia alla sua povertà, per gratificarla di un benessere laido e di una certa cultura non-popolare, umiliante: ottenuta attraverso il mimetismo della piccola borghesia, una stupida scuola d’obbligo, e una delinquenziale televisione”.



Che nome sei? a Fahrenheit, 29 dicembre 2006:

29/12/2006
IL NOME E LA COSA  

 

immagine evento

Proviamo a pensare noi stessi senza un nome. Ci assale una strana vertigine, che evoca paure ancestrali, crisi d`identita`, senso di smarrimento. L`uomo ha bisogno di connotare linguisticamente se stesso, i propri simili, gli oggetti intorno a se`, ed ogni volta che sceglie un nome compie un`operazione che non e` mai del tutto casuale. Con Patrizia Calefato , docente di sociolinguistica all`Università` di Bari, autrice del saggio Che nome sei? Nomi, marchi, tag, nick, etichette ed altri segni , analizziamo i meccanismi che rendono i nomi segni distintivi piu` o meno memorabili. Perche`, a differenza di quanto sosteneva Giulietta con Romeo, "i nomi non sono solo orpelli".


Il libro

Libri di Patrizia Calefato

Patrizia Calefato
home

http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/mostra_evento.cfm?Q_EV_ID=199379


Su Cosmotaxi, 23 dicembre 2006:

Che nome sei?

Delicata questione quella del nome. Importante per un prodotto fino ad influenzare le sue fortune sul mercato, importante ancora di più per una persona.
In quest’ultimo caso, la cosa buffa è che il proprio nome mai lo si sceglie, ci viene imposto e, ci piaccia o non ci piaccia, lo indosseremo per tutta la vita.
Pensate a degli sprovveduti che chiamino adesso il proprio figlio… faccio un nome a caso… Silvio. E’ chiaro che lo condanneranno ad un’esistenza in cui buscherà battutacce e, forse, qualche insulto. Attenti, quindi!
Il libro di cui sto per parlarvi studia tracciati ed effetti semiologici del nome; non è di quei libri, insomma, che spiegano etimologie dei nomi propri, storie, tendenze astrologiche.
Perciò è un libro originale che, se non sbaglio, mancava nel nostro panorama editoriale.
Che nome sei? (il titolo è la sola cosa che non mi piace del volume) è un viaggio fra nomi, marchi, tag, nick, etichette ed altri segni; attraversa un panorama verbovisivo rilevandone propositi e confessioni involontarie, tic e tabù, trucchi ed epifanie.
L’autrice: Patrizia Calefato. E’ professore associato di Sociolinguistica nell’Università di Bari, dove insegna nella Facoltà di Lingue e Letterature straniere ed anche nei corsi di Scienze della Comunicazione, di Scienze e Tecnologie della Moda.
Dispone in rete di un sito web dove potrete trovare più dettagliate notizie biografiche e, inoltre, testi e notizie bibliografiche.
In questo lavoro spazia dalla letteratura al cinema, dalla pubblicità alla tv rinvenendo con acutezza, con una scrittura di attraente briosità, segnali che tracciano un percorso investigativo su quel breve tratto d’inchiostro che identifica uomini e merci caratterizzandone la presenza.
A Patrizia Calefato, ho chiesto le ragioni che l’hanno spinta a scrivere il libro.
Così ha risposto.

Il nome proprio mi è sempre sembrato un segno speciale del linguaggio. E dal momento che io mi occupo di linguaggi - verbali, visivi, della moda - ho sempre avuto una particolare attenzione per il ruolo dei nomi nella comunicazione. Il nome di persona è un po’ un abito, un rivestimento di noi stessi, il volto che ad altri rivolgiamo, un segno attraverso cui ci si presenta ad altri e al quale si risponde dicendo “Piacere...”. Il nome proprio racchiude in sé sempre piccoli o grandi racconti, e non è solo l’etimologia a svelarcelo. Il nome può essere una parola o un simbolo che vale denaro sonante: è la marca, la griffe. Può essere una caricatura: è il nomignolo. Una maschera virtuale: il nickname. Un ghirigoro d’arte di strada: la tag. La denominazione di un oggetto-feticcio. Un involucro che confeziona la merce divenendo logo ed espandendosi nel packaging.

Patrizia Calefato
“Che nome sei?”
Pagine 190, Euro 17:00
Meltemi

 

 

 

http://www.adolgiso.it/public/cosmotaxi/200612archive001.asp#1166863278001

 


Sul Venerdì di Repubblica, 22 dicembre 2006:


L'ESPRESSO - 02/11/2006
Che nome sei? di MICHELE DE MIERI

 

Il sistema della moda, studiato trent’anni fa da Roland Barthes, continua a suscitare interesse e studi. Il filosofo norvegese Lars Fr. H. Svendsen, pubblica una Filosofia della moda (Guanda), muovendosi fra Armani e Baudelaire, tra Simmel e Prada, l’autore ci propone una ricerca della verità a cui non sarebbe estranea neppure la più frivola delle mode. Dall’identità allo stile il passo è brevissimo, questo ancor di più per l’analisi che compie Kawamura Yunika, in La Moda (il Mulino). La tesi del bellissimo saggio: la moda è un complesso prodotto culturale a cui collaborano non solo gli estri degli stilisti, ma pure giornalisti, pubblicitari e fotografi.

Un ultimo libro è firmato da una studiosa  italiana, Patrizia Calefato, che con Che nome sei? (Meltemi) analizza il fascino, e il mercato, che sta dietro ai nomi. Diceva il fashion victim protagonista di American Psycho: “Dentro mi sento una merda, ma fuori appaio uno splendore”.


Avvenire - 02/11/2006
"Un nome? Cambia la vita"  di ROSSANA SISTI

È un universo - esplorato dalla sociologa Patrizia Calefato in un libro di prossima uscita - che coinvolge marchi, tag, nick, etichette e altri segni quotidiani e riguarda anche il mondo delle merci e degli oggetti, insomma le sfere del consumo.
L'amore contrastato tra Giulietta e Romeo sarebbe stato diverso se il Montecchi non si fosse chiamato così? Forse il vero lusso oggi è non considerarsi parte integrante di un “logo”, non affermare se stessi attraverso un cartellino con il prezzo, non sentirsi insomma un manichino.

Aveva torto marcio Giulietta. I nomi non sono inutili orpelli. Aveva torto quando implorava Romeo di mettersi un altro nome. “ll tuo nome soltanto è mio nemico: - asseriva - tu sei sempre tu stesso anche senza essere un Montecchi. Che significa Montecchi? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia...”. Gia, davvero sarebbe cosi semplice cambiare i destini umani? Davvero quell'amore contrastato avrebbe avuto un'altra svolta se Romeo si fosse cambiato nome? Eppure fuori da quel nome di famiglia che gli ha dato un volto e un'identità Romeo non sarebbe esistito: semplicemente il suo racconto non avrebbe avuto modo di essere. Lo stesso per Giulietta. “I nomi ci fanno esistere, ci mettono dentro una storia, nella realtà come nella finzione”. A Patrizia Calefato, docente di sociolinguistica all'Università di Bari, piace immaginare i nomi come abiti che ci identificano dentro una moltitudine e che, dice, ci stanno addosso come una seconda pelle. “Come gli abiti i nomi ci possono piacere o meno, possiamo riceverli in eredità, acquistarli, amarli o detestarli, possono sembrarci pesanti e difficili da portare, può averceli passati come un vintage, una nonna o una bisnonna, o come una moda la protagonista di un romanzo o di un film. Possono calzarci a pennello, come tanti nomignoli familiari, o diventare una maschera dietro cui nasconderci come i nickname che ci scegliamo su internet”. L'universo dei nomi - che Patrizia Calefato ha esplorato in una ricerca che uscirà prossimamente per i tipi di Meltemi con il titolo Che nome sei? Nomi, marchi, tag, nick, etichette e altri segni - è una grande scatola cinese che non si finisce di scoprire. Un campo che si estende pressoché all'infinito e che dai nomi propri del linguaggio arriva al mondo degli oggetti, dove loghi, marche ed etichette sono i segni che, esattamente come i nomi, fanno esistere le merci. Addirittura le legano a noi in un rapporto affettuoso. Ah.. .,la mia Kelly, il mio Moncler e le mie Tod's...

“Dentro il linguaggio i nomi sono elementi speciali: designano, citano, aiutano a ricordare. Anche se per uno strano scherzo della mente sono i primi a sfuggire o a rimanere sulla punta della lingua quando la memoria inizia a traballare. Ma nominare, battezzare, mette in campo anche il potere del linguaggio di essere comune denominatore delle relazioni”. Non è un caso che “Come ti chiami?” sia la domanda base di tutte le lingue. “Nominare è dare vita anche all'inanimato, rendere un po' persone gli animali o i luoghi, attribuirsene il possesso, come la storia degli imperi dimostra - continua Calefato - è un segno d'affetto, l'inizio di un racconto. Chiamare è invocare in momenti difficile, come si chiama “mamma” o si invoca Dio, è voler stringere ma è anche lasciare andare, il segno della separazione del figlio dal corpo della madre”.

Che tutto abbia un nome fa parte dell'ordine delle cose e ci risparmia, nel vivere, una gran fatica. Il bello viene quando i nomi piuttosto che identificare mascherano, rendono possibile l'anonimato. Così succede per i nickname scelti ad arte come un destino “spostato”, gli pseudonimi multi-uso, i nomi anonimi che funzionano da identità collettive condivise - Luther Blisset eWu Ming insegnano - di tutti e di nessuno, che concedono di negarsi o concedersi a piacimento. E cosa sono i marchi, i loghi e le griffe se non una materializzazione del denaro o, se con le parole volessimo giocare, un esempio di come il denaro si da un nome attraverso un nome proprio?

“Sotto questa veste - prosegue Patrizia Calefato - i nomi propri hanno assunto un potere straordinario nella comunicazione, nel sancire l'evocazione di un mondo intero in un solo segno. Viviamo circondati dai marchi, nascosti o ostentati ce li portiamo addosso in modo ossessivo”. Manifestazione dei miti di oggi, segni, come li definiva Roland Barthes, in grado di apparire naturali ed eterni, al di sopra del tempo, i marchi racchiudono spesso un programma narrativo, proponendo un modello a cui acquistando quel prodotto si può immaginare idealmente di aderire. “I marchi come le etichette, continua Patrizia Calefato, sono una fissazione”. Un'ostinata mania, certamente, ma anche la fissazione sulle cose di un nome e di modalità d'uso.”Presa nella sua duplice valenza di cartellino affisso sugli oggetti ma anche di rituale e regole di comportamento, la parola 'etichetta' ci regala diverse suggestioni che rimandano a un fatto certo: con il loro nome e nella loro veste esteriore, il packaging, le merci muovono i nostri sensi, che per altro sono motivo ispiratore, e il nostro modo di essere quotidiano”. È quello che Patrizia Calefato chiama il packaging del piacere: cioccolato, acqua minerale, profumo non rimandano solo a nomi di prodotti di cui stimiamo la qualità, “le merci ci cercano con forme e confezioni seducenti avvinghiandosi ai nostri sensi, riempiendoli di eccitazione e desiderio”. Viene spontaneo chiedersi se in questo ingorgo di nomenclatura, tra marchi imponenti e autoritari, nomi ingombranti e invadenti che rimandano a ruoli precisi, ci sia rimasto uno spazio di libertà. C'e una strada che Patrizia Calefato ha individuato nella sua ricerca, una via obliqua non altisonante bensì “abbassante” del nome e dei suoi simili. Quella che tra gli eccessi insinua la parodia del nome, l'anonimato, il potere essere tanti e Nessuno, esattamente come lo fu Ulisse. Il massimo del lusso possibile.