Che nome sei? Nomi, marchi, tag, nick, etichette e altri segni
I nomi di persona sono un po’ come
degli abiti che ci identificano entro una moltitudine e che allo stesso
tempo ci aderiscono, appartenendoci come una seconda pelle. Questo libro
esplora i poteri del nome proprio in ambiti diversi della comunicazione:
dal nome come volto che ad altri rivolgiamo al ruolo semiotico della
marca, del logo, del packaging, agli aspetti caricaturali dei nomignoli,
alla funzione di maschera che il nome proprio assume nei nickname virtuali
e nelle pratiche di anonimato diffuse nelle reti telematiche e in alcuni
nuovi movimenti. Nominare è sempre fare esistere, è sempre rendere un
po’ persone i luoghi, gli animali, gli oggetti. Dare vita nel nome può
significare possesso, come ci rivelano i nomi lasciati nella storia dagli
imperi che hanno ribattezzato nel mondo esseri umani, città, fiumi,
montagne. Può significare invece lasciare andare, come accade quando il
nome è la cifra della separazione dal corpo materno di un corpo nuovo che
nasce. I nomi citano, aiutano a ricordare, anche se a volte li si
dimentica. Il nome... non lo si può nominare invano. L’anonimato
diventa allora il massimo del lusso possibile: essere nessuno. Oppure
essere tutti allo stesso tempo, nella condivisione dei linguaggi e delle
conoscenze resi oggi in potenza generalmente disponibili.
Recensioni a Che
nome sei?
il Manifesto
7/2/2007
Quello che si
nasconde dietro l'etichetta Nel saggio «Che nome sei?» uscito di recente per
Meltemi Patrizia Calefato indaga il significato dei marchi in un mondo che
insegue l'elusivo lusso della distinzione
Lorenzo Imbesi
Nella
rappresentazione delle cose con cui entriamo in contatto, il nome ha una
funzione decisiva: nel momento in cui «nominiamo» un oggetto, infatti,
compiamo un'azione di individuazione e di possesso, che istituisce una
relazione tra noi e il mondo esterno. Con la sua carica identitaria, il
nome può allora essere considerato anche come una sorta di autentica «marca»
che contraddistingue e differenzia, che evoca significati più o meno
nascosti e ci aiuta nell'esercizio della memoria. Ma il nome non è solo
un medium per la comunicazione, è anche un luogo di scambio simbolico e
culturale nelle cui continue dislocazioni (traduzioni, movimenti,
slittamenti) sono riconoscibili molte linee di transito: nel passaggio da
una lingua a un'altra, per esempio, il nome può assumere nuovi
significati e veicolare concetti inediti, così come al suo interno si può
celare una moltitudine di identità che lo porta a assumere un valore di
maschera.
Nel suo ultimo libro Che nome sei? Nomi, marchi, tag, nick, etichette e
altri segni (Meltemi 2006, pp. 190, euro 17), Patrizia Calefato si
addentra appunto nell'universo comunicativo del nome per comprenderne i
diversi aspetti tanto nel linguaggio verbale (nomignoli e pseudonimi),
quanto nelle pratiche telematiche e virtuali, senza dimenticare le azioni
di anonimato e di nominazione collettiva, le identità condivise e
multiple, le provocazioni di «guerriglia semiologica» e détournement
situazionista, giù giù fino alle pratiche di scrittura metropolitana (tag
e graffiti) e ai processi di valorizzazione del brand, del segno-logo, del
packaging.
Per spiegare la natura di intermediazione tra soggetti, oggetti e segni,
Calefato utilizza la metafora del «denaro linguistico»: esattamente come
il denaro, che ha la funzione di mediare negli scambi economici, così il
nome svolge un ruolo mediatore all'interno della comunicazione.
Riprendendo le teorie marxiane giovanili, però, il denaro si presenta
anche come «oggettivazione» di ogni cosa. Allo stesso modo, il potere
del linguaggio si esprime come «mezzo di scambio universale, dato che con
esso è possibile rivolgersi a tutti e dire qualsiasi cosa». Entrambi,
rientrando nel sistema dei segni, sono riproducibili e traducibili, ma
anche falsificabili e condividono una sorta di potere feticista: nel
perdere la «fatticità» residuale esterna, si astraggono a puri nodi di
relazioni che hanno smarrito il proprio oggetto, per esprimersi attraverso
immagini di sintesi. Coincidenza di figure e di nomi che si traduce spesso
in un bestiario di simboli, il logo equivale all'atto di nominazione delle
cose, che non di rado rientra nel linguaggio comune fino a sostituirsi
all'ordinaria denominazione («la Lacoste», «le Nike»).
Da confine di proprietà, il segno della «marca» diventa un segnale di
differenziazione e identificazione per aiutare l'orientamento in un
sistema di mercato più ampio: qui il nome assume insomma il valore di un
contratto e si pone come emblema di garanzia per conquistare spazi di
fiducia nella relazione tra consumatore e produttore. Quasi a
sottolinearne il valore aggiunto, l'etichetta, applicata ormai a ogni
prodotto, appare, alla lettera, come una «piccola etica» che -
facilmente riconoscibile e traducibile da tutti - funge da segnale
codificato di affidabilità con cui un brand rassicura il consumatore
circa i valori morali su cui si fonda il suo prodotto. Al tempo stesso, la
marca compone uno spazio semiotico al cui interno vengono definiti modelli
di comportamento - e addirittura un vero e proprio manifesto di valori
segnalato nel linguaggio del nome, del packaging, del marchio - ai quali
il consumatore, acquistando quell'oggetto, aderisce idealmente.
Riprendendo e approfondendo alcuni temi di ricerca già affrontati in
passato (in particolare nel saggio Lusso, Meltemi 2003), Patrizia Calefato
individua una componente «eccedente» su questa patina superficiale che
abita le cose. L'oggetto è ormai scomparso, sostituito da una traccia che
sposta altrove l'attenzione, verso qualità o proprietà altamente
desiderabili e non funzionali. Proprio l'inutilità rientra nei processi
di valorizzazione che rendono la cosa «preziosa» e, quindi, esclusiva e
unica.
Proviamo a pensare noi stessi senza un nome. Ci assale una strana
vertigine, che evoca paure ancestrali, crisi d`identita`, senso di
smarrimento. L`uomo ha bisogno di connotare linguisticamente se stesso,
i propri simili, gli oggetti intorno a se`, ed ogni volta che sceglie un
nome compie un`operazione che non e` mai del tutto casuale. Con Patrizia
Calefato , docente di sociolinguistica all`Università` di Bari,
autrice del saggio Che nome sei? Nomi, marchi, tag, nick, etichette
ed altri segni , analizziamo i meccanismi che rendono i nomi segni
distintivi piu` o meno memorabili. Perche`, a differenza di quanto
sosteneva Giulietta con Romeo, "i nomi non sono solo orpelli".
Delicata questione quella del nome. Importante per un prodotto
fino ad influenzare le sue fortune sul mercato, importante ancora di più per
una persona.
In quest’ultimo caso, la cosa buffa è che il proprio nome mai lo si sceglie,
ci viene imposto e, ci piaccia o non ci piaccia, lo indosseremo per tutta la
vita.
Pensate a degli sprovveduti che chiamino adesso il proprio figlio… faccio un
nome a caso… Silvio. E’ chiaro che lo condanneranno ad un’esistenza in cui
buscherà battutacce e, forse, qualche insulto. Attenti, quindi!
Il libro di cui sto per parlarvi studia tracciati ed effetti semiologici del
nome; non è di quei libri, insomma, che spiegano etimologie dei nomi propri,
storie, tendenze astrologiche.
Perciò è un libro originale che, se non sbaglio, mancava nel nostro panorama
editoriale. Che nome sei? (il titolo è la sola cosa che non mi piace del volume) è
un viaggio fra nomi, marchi, tag, nick, etichette ed altri segni; attraversa un
panorama verbovisivo rilevandone propositi e confessioni involontarie, tic e tabù,
trucchi ed epifanie.
L’autrice: Patrizia Calefato. E’ professore associato di
Sociolinguistica nell’Università di Bari, dove insegna nella Facoltà di
Lingue e Letterature straniere ed anche nei corsi di Scienze della
Comunicazione, di Scienze e Tecnologie della Moda.
Dispone in rete di un sito
web dove potrete trovare più dettagliate notizie biografiche e, inoltre,
testi e notizie bibliografiche.
In questo lavoro spazia dalla letteratura al cinema, dalla pubblicità alla tv
rinvenendo con acutezza, con una scrittura di attraente briosità, segnali che
tracciano un percorso investigativo su quel breve tratto d’inchiostro che
identifica uomini e merci caratterizzandone la presenza.
A Patrizia Calefato, ho chiesto le ragioni che l’hanno spinta a
scrivere il libro.
Così ha risposto.
Il nome proprio mi è sempre sembrato un segno speciale del
linguaggio. E dal momento che io mi occupo di linguaggi - verbali, visivi, della
moda - ho sempre avuto una particolare attenzione per il ruolo dei nomi nella
comunicazione. Il nome di persona è un po’ un abito, un rivestimento di noi
stessi, il volto che ad altri rivolgiamo, un segno attraverso cui ci si presenta
ad altri e al quale si risponde dicendo “Piacere...”. Il nome proprio
racchiude in sé sempre piccoli o grandi racconti, e non è solo l’etimologia
a svelarcelo. Il nome può essere una parola o un simbolo che vale denaro
sonante: è la marca, la griffe. Può essere una caricatura: è il nomignolo.
Una maschera virtuale: il nickname. Un ghirigoro d’arte di strada: la tag. La
denominazione di un oggetto-feticcio. Un involucro che confeziona la merce
divenendo logo ed espandendosi nel packaging.
Patrizia Calefato
“Che nome sei?”
Pagine 190, Euro 17:00
Meltemi
postato sabato, 23 dicembre 2006
alle 08:41 :: permalink
L'ESPRESSO - 02/11/2006 Che nome sei? di MICHELE DE MIERI
Il sistema della moda, studiato trent’anni fa da Roland
Barthes, continua a suscitare interesse e studi. Il filosofo norvegese Lars Fr.
H. Svendsen, pubblica una Filosofia della moda (Guanda), muovendosi fra
Armani e Baudelaire, tra Simmel e Prada, l’autore ci propone una ricerca della
verità a cui non sarebbe estranea neppure la più frivola delle mode.
Dall’identità allo stile il passo è brevissimo, questo ancor di più per
l’analisi che compie Kawamura Yunika, in La Moda (il Mulino). La tesi
del bellissimo saggio: la moda è un complesso prodotto culturale a cui
collaborano non solo gli estri degli stilisti, ma pure giornalisti, pubblicitari
e fotografi.
Un ultimo libro è firmato da una studiosa italiana, Patrizia Calefato,
che con Che nome sei? (Meltemi) analizza il fascino, e il mercato, che
sta dietro ai nomi. Diceva il fashion victim protagonista di American Psycho:
“Dentro mi sento una merda, ma fuori appaio uno splendore”.
Avvenire - 02/11/2006 "Un nome? Cambia la vita" di ROSSANA
SISTI
È un universo - esplorato dalla sociologa Patrizia
Calefato in un libro di prossima uscita - che coinvolge marchi, tag, nick,
etichette e altri segni quotidiani e riguarda anche il mondo delle merci e degli
oggetti, insomma le sfere del consumo.
L'amore contrastato tra Giulietta e Romeo sarebbe stato diverso se il Montecchi
non si fosse chiamato così? Forse il vero lusso oggi è non considerarsi parte
integrante di un “logo”, non affermare se stessi attraverso un cartellino
con il prezzo, non sentirsi insomma un manichino.
Aveva torto marcio Giulietta. I nomi non sono inutili
orpelli. Aveva torto quando implorava Romeo di mettersi un altro nome. “ll tuo
nome soltanto è mio nemico: - asseriva - tu sei sempre tu stesso anche senza
essere un Montecchi. Che significa Montecchi? Nulla: non una mano, non un piede,
non un braccio, non la faccia...”. Gia, davvero sarebbe cosi semplice cambiare
i destini umani? Davvero quell'amore contrastato avrebbe avuto un'altra svolta
se Romeo si fosse cambiato nome? Eppure fuori da quel nome di famiglia che gli
ha dato un volto e un'identità Romeo non sarebbe esistito: semplicemente il suo
racconto non avrebbe avuto modo di essere. Lo stesso per Giulietta. “I nomi ci
fanno esistere, ci mettono dentro una storia, nella realtà come nella
finzione”. A Patrizia Calefato, docente di sociolinguistica all'Università di
Bari, piace immaginare i nomi come abiti che ci identificano dentro una
moltitudine e che, dice, ci stanno addosso come una seconda pelle. “Come gli
abiti i nomi ci possono piacere o meno, possiamo riceverli in eredità,
acquistarli, amarli o detestarli, possono sembrarci pesanti e difficili da
portare, può averceli passati come un vintage, una nonna o una bisnonna, o come
una moda la protagonista di un romanzo o di un film. Possono calzarci a
pennello, come tanti nomignoli familiari, o diventare una maschera dietro cui
nasconderci come i nickname che ci scegliamo su internet”. L'universo dei nomi
- che Patrizia Calefato ha esplorato in una ricerca che uscirà prossimamente
per i tipi di Meltemi con il titolo Che nome sei? Nomi, marchi, tag, nick,
etichette e altri segni - è una grande scatola cinese che non si finisce di
scoprire. Un campo che si estende pressoché all'infinito e che dai nomi propri
del linguaggio arriva al mondo degli oggetti, dove loghi, marche ed etichette
sono i segni che, esattamente come i nomi, fanno esistere le merci. Addirittura
le legano a noi in un rapporto affettuoso. Ah.. .,la mia Kelly, il mio Moncler e
le mie Tod's...
“Dentro il linguaggio i nomi sono elementi speciali: designano, citano,
aiutano a ricordare. Anche se per uno strano scherzo della mente sono i primi a
sfuggire o a rimanere sulla punta della lingua quando la memoria inizia a
traballare. Ma nominare, battezzare, mette in campo anche il potere del
linguaggio di essere comune denominatore delle relazioni”. Non è un caso che
“Come ti chiami?” sia la domanda base di tutte le lingue. “Nominare è
dare vita anche all'inanimato, rendere un po' persone gli animali o i luoghi,
attribuirsene il possesso, come la storia degli imperi dimostra - continua
Calefato - è un segno d'affetto, l'inizio di un racconto. Chiamare è invocare
in momenti difficile, come si chiama “mamma” o si invoca Dio, è voler
stringere ma è anche lasciare andare, il segno della separazione del figlio dal
corpo della madre”.
Che tutto abbia un nome fa parte dell'ordine delle cose e ci risparmia, nel
vivere, una gran fatica. Il bello viene quando i nomi piuttosto che identificare
mascherano, rendono possibile l'anonimato. Così succede per i nickname scelti
ad arte come un destino “spostato”, gli pseudonimi multi-uso, i nomi anonimi
che funzionano da identità collettive condivise - Luther Blisset eWu Ming
insegnano - di tutti e di nessuno, che concedono di negarsi o concedersi a
piacimento. E cosa sono i marchi, i loghi e le griffe se non una
materializzazione del denaro o, se con le parole volessimo giocare, un esempio
di come il denaro si da un nome attraverso un nome proprio?
“Sotto questa veste - prosegue Patrizia Calefato - i nomi propri hanno
assunto un potere straordinario nella comunicazione, nel sancire l'evocazione di
un mondo intero in un solo segno. Viviamo circondati dai marchi, nascosti o
ostentati ce li portiamo addosso in modo ossessivo”. Manifestazione dei miti
di oggi, segni, come li definiva Roland Barthes, in grado di apparire naturali
ed eterni, al di sopra del tempo, i marchi racchiudono spesso un programma
narrativo, proponendo un modello a cui acquistando quel prodotto si può
immaginare idealmente di aderire. “I marchi come le etichette, continua
Patrizia Calefato, sono una fissazione”. Un'ostinata mania, certamente, ma
anche la fissazione sulle cose di un nome e di modalità d'uso.”Presa nella
sua duplice valenza di cartellino affisso sugli oggetti ma anche di rituale e
regole di comportamento, la parola 'etichetta' ci regala diverse suggestioni che
rimandano a un fatto certo: con il loro nome e nella loro veste esteriore, il
packaging, le merci muovono i nostri sensi, che per altro sono motivo
ispiratore, e il nostro modo di essere quotidiano”. È quello che Patrizia
Calefato chiama il packaging del piacere: cioccolato, acqua minerale, profumo
non rimandano solo a nomi di prodotti di cui stimiamo la qualità, “le merci
ci cercano con forme e confezioni seducenti avvinghiandosi ai nostri sensi,
riempiendoli di eccitazione e desiderio”. Viene spontaneo chiedersi se in
questo ingorgo di nomenclatura, tra marchi imponenti e autoritari, nomi
ingombranti e invadenti che rimandano a ruoli precisi, ci sia rimasto uno spazio
di libertà. C'e una strada che Patrizia Calefato ha individuato nella sua
ricerca, una via obliqua non altisonante bensì “abbassante” del nome e dei
suoi simili. Quella che tra gli eccessi insinua la parodia del nome,
l'anonimato, il potere essere tanti e Nessuno, esattamente come lo fu Ulisse. Il
massimo del lusso possibile.