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Cassandra
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questo testo è un capitolo di: Patrizia Calefato, Europa fenicia, Milano, Angeli, 1994 [©Francoangeli]Il dialogo con i classici: Christa Wolf e
Cassandra
1. Classici Nel suo
saggio del 1981 intitolato «Perché leggere i classici», Italo Calvino dà
alcune definizioni di cosa si intende per "classico". Definizioni non
perentorie, fisse o dogmatiche, ma al contrario estremamente dialogizzate, poiché
lo scrittore le approccia, per così dire, gradualmente. Tra queste definizioni,
alcune appaiono profondamente adeguate a inquadrare nel modo più giusto e
produttivo il problema della ricostruzione del personaggio della classicità
nel romanzo moderno. Scrive Calvino (definizione numero 3): I
classici sono libri che esercitano un'influenza particolare sia quando s'impongono
come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria
mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale (Calvino 1991: 13) Per
Calvino non esiste una demarcazione di principio o di tipo storicistico tra ciò
che è "classico" e ciò che non lo è: non è necessario, perché sia
classico, che un libro sia "antico". E' importante invece che esso sia
presente nella memoria, collettiva o individuale: che lo si sia letto o no, la
cultura viva, il sapere comune, sono talmente impregnati dei valori e dei temi
del "classico", che quasi non sembra che questo testo "ci
sia", eppure c'è. Scrive
ancora Calvino (definizione 4): D'un
classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima (ibid.). Un
classico si caratterizza dunque per essere un libro di cui, ogni volta che lo si
rilegge, si scoprono nuove cose. La letteratura, insomma, dice sempre qualcosa
d'altro, non parla mai una volta per tutte, eppure (definizione 5): D'un
classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura (ibid.). In quest'ultima
definizione Calvino dice apparentemente qualcosa di contraddittorio rispetto
alla precedente, ma in realtà entrambe le definizioni si integrano a vicenda.
Quando leggiamo un classico per la prima volta, sia esso l'Antigone
o La tempesta o le Operette
morali o la Recherche, infatti,
stiamo compiendo un'operazione di rilettura, proprio perché nella memoria
collettiva e nei valori della comunità cui apparteniamo, questo classico già
esiste. Corollario della definizione 4 è pertanto per Calvino la seguente
definizione 6: Un
classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire (ibid.). E
prosegue con la definizione 7: I
classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle
letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno
lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più
semplicemente nel linguaggio o nel costume) (ivi: 13-14). Il
classico intesse la nostra cultura e a sua volta è intessuto di altre culture.
Le opere di Shakespeare non sarebbero giunte fino a noi se non fossero state
così cariche dei valori della cultura a lui circostante, ma non solo di quelli,
bensì anche di valori eccedenti la sua contemporaneità. Il classico non è
insomma un testo che riproduce in modo piatto i valori e le ideologie che gli
sono intorno: un classico rielabora questi valori e li trasmette nel "tempo
grande" in forme che i posteri possono rileggere alla luce di altri valori. Sembra
essere proprio questo il caso di Cassandra
di Christa Wolf, libro che è stato scritto in un rapporto di dialogo con alcuni
classici dell'antichità e che può esso stesso definirsi un classico. Esso è
una delle opere più importanti della nota scrittrice tedesco-orientale, o
"ex-tedesco-orientale", la quale ha dovuto affrontare nella sua vita
situazioni molto difficili, prima, negli anni del "socialismo reale",
come militante della SED, successivamente espulsa e perseguitata come
dissidente, poi, dopo "la svolta", nuovamente messa in discussione
per il suo passato di comunista e per il suo presente di intellettuale critica (cfr.
Raja 1991). La sua vicenda, simile a quella di molti altri intellettuali
"eretici" del suo paese, mostra come il sapere critico, sia
all'interno dei vecchi regimi di socialismo reale, sia nel contesto
dell'economia di mercato, magari nell'"isola felice" della grande
Germania nell'Europa degli anni '90, è sempre qualcosa che il potere non
tollera e mette al bando. Come
Christa Wolf incontra Cassandra? Perché proprio di un "incontro" si
può parlare, come ella stessa ci racconta nelle Premesse
a Cassandra, un volume che raccoglie quattro lezioni da lei tenute
all'Università di Francoforte nel 1982, cioè contemporaneamente alla
pubblicazione del testo in questione. Christa Wolf racconta di un viaggio in
Grecia fatto insieme al marito nel 1980, quindi in una situazione in cui per due
cittadini della DDR andare in un Paese dell'Occidente voleva dire molto, per un
fatto di visti sul passaporto, di soldi, di controlli. Questo viaggio è insomma
l'oltrepassamento di un "muro", in tutti i sensi, verso il luogo del
mito, la Grecia. Per la prima volta, in procinto di partire per
questo viaggio, scrive, ella ha la percezione della figura di Cassandra: Cassandra.
La vidi subito. Lei, prigioniera, mi imprigionò, lei, oggetto essa stessa di
fini che le erano estranei, si impadronì di me (Wolf 1983a, trad. it. 1985:
12). L'incontro
avviene durante la lettura dell'Orestea di
Eschilo, in particolare l'Agamennone,
testo "classico" in cui in fondo Cassandra è un personaggio
abbastanza secondario. E' il momento in cui Cassandra, prigioniera davanti alla
porta di Micene dove è stata portata da Agamennone come bottino di guerra,
predice il futuro che incombe sul re. A partire
da questo incontro, la scrittrice comincia a volere sapere di più su questo
personaggio: legge così quattro versioni dell'Agamennone,
confrontando i diversi modi di presentare Cassandra in diversi contesti, e comincia
anche a chiedersi «da che parte sta veramente Eschilo» (ivi: 15), cioè come
si pone l'autore rispetto alle vicende che mette in scena. Christa Wolf
"isola" così il personaggio di Cassandra e lo sposta nella sua città,
Troia, le cui vicende, quelle degli anni della guerra e quelle precedenti,
Cassandra ricorda a partire dalla sua situazione di prigioniera degli Achei, in
attesa del destino che già vede incombere su di lei. Questi
ricordi costituiscono la materia del libro, libro che è difficile
"riassumere", proprio perché, come un vero "classico", esso
dice qualcosa di nuovo a ogni rilettura e offre diversi percorsi, anche
paralleli, di senso. Uno di questi percorsi è quello che qui si sta seguendo,
cioè quello di ricostruire la genesi del personaggio Cassandra in relazione a
ciò che la stessa autrice ci dice. Si tratta di un rapporto tra "autore ed
eroe", per dirla con Bachtin, in cui la vita stessa dell'autrice è
trasfigurata artisticamente, a prescindere dall'effettiva coincidenza con le
vicende della "vita" reale di Christa Wolf, e in cui l'autrice
stessa si rende "eroe" della sua propria vita ed entra in relazione
con il suo personaggio in maniera duplice: da "autore-creatore" e da
"eroe" autobiografico. E' dunque un
dialogo "a più strati" della memoria: dialogo nella memoria di
Christa Wolf, dialogo tra la memoria dell'autrice e quella del suo eroe,
dialogo nella memoria di Cassandra. Tutto
questo, nel contesto di un rapporto, anch'esso dialogico, tra l'autrice nella
sua contemporaneità, da un lato, e il mondo classico che ha dato vita alla
figura di Cassandra, dall'altro. E' questo il rapporto tra Christa Wolf e i
classici che per lei non costituiscono solo delle "fonti", ma dei veri
e propri microcosmi, e che sono rappresentati, a quanto ella stessa ci dice,
oltre che dall'Orestea di Eschilo,
anche dalle Troiane
di Euripide, dall'Iliade e dall'Odissea.
Ma, sulla base delle medesime informazioni, potremmo aggiungerne ancora altri:
l'Eneide, per ciò che riguarda
Cassandra in rapporto a Enea e ad Anchise; il Faust
di Goethe, in relazione alla figura di Elena; l'epistolario Mann-Kerényi,
per la nozione di mito. Per la comprensione di questo contesto dialogico a più
dimensioni ci vengono incontro ancora una volta due definizioni di Calvino, la
numero 13: E'
classico ciò che tende a relegare l'attualità al rango di rumore di fondo, ma
nello stesso tempo di questo rumore non può fare a meno (Calvino 1991: 18) E la
numero 14: E'
classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l'attualità più
incompatibile fa da padrona (ibid.). Questo
rapporto tra l'"attuale" e il "classico" fa da sfondo
all'immagine che di Cassandra ci consegna la Wolf: quella della donna che vede,
avendo ricevuto da Apollo il dono della veggenza, ma che, si dice, essendosi
rifiutata al dio, ha ricevuto da lui anche la vendetta, cioè il destino di
non essere creduta in ciò che vedrà e dirà. "Non fare la
Cassandra" si dice a chi si ritiene profeta di inattendibili sventure.
Christa Wolf transvaluta questo stereotipo, sembra che dica alla gente che
pensa, e in particolare alle donne che scrivono (ella fa esplicito riferimento a
Ingeborg Bachmann), di "fare le Cassandre". Perché il dono del vedere
è molto vicino a quello dello scrivere (Wolf 1983a, trad. it. 1985: 98), e,
nel vedere di Cassandra come nello scrivere dell'intellettuale di oggi, è
possibile secondo Wolf decifrare dei segni, vedere la "verità" dove
altri vedono l'immagine capovolta della verità. Questa operazione del vedere
è insomma un'operazione di disvelamento, di disoccultamento di ciò che il
potere tiene velato. 2.
Vedere-svelare Cassandra
vede come all'origine della guerra di Troia, che nella memoria e
nell'inconscio collettivo e individuale, come direbbe Calvino, è un po' il
prototipo di tutte le guerre, vi sia una donna, Elena, che non esiste. In realtà
Paride ha riportato in patria un fantasma, la vera Elena è probabilmente
rimasta in Egitto. Ma la logica del potere, e la logica della guerra come
corollario dei rapporti di potere tra gli uomini, hanno fatto sì che tutti a
Troia credano che la donna velata sbarcata con Paride sia la vera Elena. Su di
lei, sia a Troia, sia nelle città achee, si costruisce un ordine del discorso
che Cassandra vorrebbe decostruire, svelando la donna che Elena non è. Parlando
di Elena, Cassandra svela infatti gli imbrogli del potere che reggono la guerra,
i discorsi che la preparano e che si incrociano sul corpo di una donna
inesistente, costruita da quegli stessi discorsi come oggetto di scambio (v.
sopra: 120-125). Ma a
Cassandra nessuno crede. Ella fa parte, come sacerdotessa di Apollo, della élite
aristocratica di Troia, è dentro il "palazzo" anche lei. Tuttavia a
un certo punto, si rende conto di quelle che sono le "verità" su cui
si regge il potere e su cui si sono resi possibili dieci anni di guerra, e di
come questo potere si effettui sui corpi reali di uomini e di donne a cui viene
tolta ogni "umanità", che vengono resi "bestie" come è
"bestia" per eccellenza il nemico dei Troiani, Achille. Volendo
svelare l'imbroglio di Elena, Cassandra vuole dire "no" al potere che
regge questo stato di cose: il suo vedere, il suo svelare, è un atto di
resistenza. Ma questo atto è contrastato dal potere attraverso un meccanismo
impercettibile: il silenzio e l'indifferenza. Se all'inizio della guerra tutti
davano per certo che Elena fosse davvero la causa del conflitto, e che quella
donna velata fosse effettivamente Elena, nel corso della guerra, di questa
donna non si parla più: in fondo tutti sanno che Elena non esiste, e però non
lo si dice. Il solo fatto di dirlo rappresenterebbe quindi una rottura nel
discorso del potere, rappresentato dal re Priamo, padre di Cassandra, e dagli
altri consiglieri, primo fra tutti Eumelo, che nel corso degli anni hanno via
via modificato la vita a Troia. Cassandra
ricorda infatti il tempo della sua fanciullezza e rivede una Troia idilliaca, un
luogo di pace. Nel momento stesso in cui è stato introdotto in quella città
il discorso della guerra, tutto si è capovolto e i rapporti umani sono
completamente mutati. Anche questo "con-sapere" senza dire, da parte
di tutti i Troiani, dell'imbroglio di Elena, rappresenta la forma in cui
l'ideologia dominante si comunica e si riproduce. Nel
rapporto tra il mondo di oggi e il mondo di Cassandra, questo tacere verità che
tutti sanno e questo riprodurre il silenzio e l'indifferenza come forma tacita e
a volte inconsapevole di assenso all'ideologia dominante, costituisce un
elemento di stretta affinità. Quanti discorsi che oggi ci dicono
"preparare la pace" in realtà non preparano altro che la guerra
stessa. E' la realtà dei nostri anni '90, a partire dalla guerra del Golfo, ed
è anche la realtà dell'Europa dei primi anni '80, in cui Christa Wolf
"concepisce" Cassandra. Scrive Wolf: Parliamo
delle parole che servono a preparare la guerra: non sono pericolose solo quelle
che uno riconosce subito per guerrafondaie, dice R. Potrebbero diventare
pericolose le parole più tutelate, «libertà» da una parte, «socialismo»
dall'altra, se fossero usate come giustificazione per preparare la guerra (Wolf
1983a, trad. it. 1985: 118). Era il
periodo delle "guerre stellari", virtuali e reali, si parlava di una
specie di ritorno alla guerra fredda e alla pace armata. Nel contesto della
specificità letteraria di Cassandra e
della sua genesi, allora, è possibile intravedere come due epoche storiche,
due luoghi del mondo, la Troia di Priamo e l'Europa di Christa Wolf, possano,
per così dire, dialogare tra loro. Il dialogo avviene sulla base di questa
affinità riscontrata dalla Wolf tra vedere e scrivere. All'interno
della società troiana Cassandra scopre però che non c'è solo il potere, ma
che ci sono altre verità, altre voci, dentro e fuori la città. Ella entra così
in relazione con le Amazzoni, guidate da Pentesilea, comunità separata di
donne guerriere che hanno sposato il valore della guerra ai maschi, come
contraltare del valore della guerra tipico della società degli uomini.
Ma delle Amazzoni Cassandra, pur affascinata dalla figura di Pentesilea,
non condivide la logica simmetrica rispetto al mondo maschile. Proprio negli
ultimi mesi della guerra, poco prima della distruzione di Troia, Cassandra
sceglie invece di unirsi alla "comunità dello Scamandro", una comunità
soprattutto femminile, anche se non esclusivamente di donne, riunita intorno
alla figura della vecchia Arisbe e del saggio Anchise, padre di Enea. Nella
comunità dello Scamandro vengono praticati i culti della dea Cibele e sono
perseguiti valori di pace, che Cassandra condivide profondamente. Nel rapporto
con questa comunità, Cassandra passa, in un percorso, per così dire, parallelo
"della grammatica e della coscienza", dall'iniziale definizione delle
"donne dello Scamandro" attraverso il pronome "loro", a
quella attraverso il pronome "noi". Questo pronome non rispecchia però
un unanimismo appiattito e modellato sullo statuto dell'"io", ma è il
"sintomo" linguistico di una relazione tra singoli improntata a una
reciproca valorizzazione nell'alterità. Come
accade inizialmente a Cassandra rispetto alla comunità dello Scamandro, nel suo
viaggio in Grecia Christa Wolf si pone dinanzi a Cassandra come
"straniera" in una terra di cui non comprende la lingua. Questa
posizione di reciproca estraneità linguistica tra l'autrice e il suo personaggio,
lungi dallo stabilire una frattura insanabile tra le due, fonda invece un
rapporto profondo, che è il rapporto della creazione letteraria, e che è anche
il rapporto di un dialogo a distanza tra tempi e tra mondi che, in lingue
diverse, possono comunicare oltre il senso della corrispondenza tra lingua e
"patria", tra lingua ed "io". Ed è forse questo uno dei
modi migliori per incontrare i classici, oltre il rumore di fondo
dell'attualità più incompatibile, come direbbe Calvino, eppure
profondamente "dentro" questo rumore e questo mondo attuale. |