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Anoressia
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L'Assemblea comunale di Parigi si è recentemente aggiunta alla lista delle istituzioni che in tutto il mondo rivolgono al sistema moda l’invito a smettere di far sfilare in passerella indossatrici anoressiche. Ha chiesto infatti ai responsabili delle sfilate nella capitale francese di emanare una carta deontologica che impedisca di assumere nelle periodiche settimane della moda indossatrici troppo magre. Dunque, perfino nella capitale internazionale del glamour e dello stile si assumono posizioni politically correct da cui si spera possano emergere modelli di corpo più normali degli scheletri spilungoni ormai divenuti stereotipo di misure femminili “perfette”. Come altrove nel mondo, l’obiettivo di queste regole di comportamento dovrebbe essere quello di non proporre più tali stereotipi alle giovani donne, soprattutto alle più fragili caratterialmente, che spesso cadono nelle patologie anoressiche perché il corpo magro sembra loro essere quello socialmente considerato più “bello”. Di modelle che muoiono per le conseguenze di diete allucinanti, o di donne comuni che per futili interventi di liposuzione rischiano conseguenze mortali, riceviamo quotidianamente notizia, purtroppo. E certamente c’è bisogno di regole che stabiliscano che nella scena patinata della moda non siano protagoniste soltanto le taglie 38, perché questa scena e questo mondo hanno una forza simbolica enorme nel proporre immagini alle quali molte donne e anche molti uomini tentano ad ogni costo di assomigliare. In
seguito a queste campagne e a leggi come quella dell’Assemblea parigina, del
governo spagnolo e di quello italiano, che per iniziativa del ministro Melandri
ha proposto il Manifesto nazionale di autoregolamentazione della moda
italiana contro l’anoressia, qualche stilista ha ammesso nel suo
“serraglio” di mannequin anche qualche cicciona che porta Ancora però non si hanno dati sull’eventuale diminuzione dei casi di anoressia, particolarmente tra le ragazze, in seguito a queste campagne culturali e politiche. Anzi, gli ultimi dati dell'Associazione nazionale dietisti (Andid) dicono che i disturbi dell'alimentazione sono in allarmante crescita e coinvolgono tre milioni di italiani, nel 90% dei casi donne. Ad ammalarsi di anoressia sono purtroppo anche i bambini già a partire dagli otto anni, mentre l'incidenza del disturbo tra le donne che hanno tra 12 e 25 anni è di 3-5 casi ogni mille ragazze. Certamente i tempi saranno lunghi per avere dei risultati consistenti di queste campagne, anche perché non vi è un rapporto solo causale e meccanico tra i modelli mediatici e una patologia che affonda le sue radici nel profondo delle autorappresentazioni del corpo e dei rapporti familiari e sociali. A questi aspetti si appellano i gruppi di opinione o gli stilisti che contestano le ragioni delle battaglie d’opinione contro le modelle magre, come lo stilista italiano Fausto Sarli e alcune testate di moda che rivendicano la possibilità di utilizzare e mettere in copertina ragazze dalla conformazione a dir poco inquietante perché sostengono che non necessariamente una ragazza magra sia malata. Cosa verissima, certo: ma perché dobbiamo vedere solo quelle? Alcuni stilisti contrappongono ai codici di comportamento l’idea che “da sempre” il corpo femminile magro e lungo sia più “elegante” e quindi più in grado di valorizzare un abito. Perché il mestiere della modella consiste proprio in questo: ella non deve valorizzare il suo corpo, bensì l’abito. Lo scriveva Roland Barthes nel Sistema della moda: “il corpo della cover-girl non è il corpo di nessuno, è una forma pura”. Che questa forma debba però per forza ispirarsi a immagini in stile Auschwitz, questo non è scritto da nessuna parte. E infatti lo stesso Barthes osserva come la modella rappresenti un paradosso, perché da un lato deve rappresentare un’istituzione astratta – il vestito – ma dall’altro è un corpo individuale, insomma è una persona, ha un nome, una storia, una casa... Certo, anche le top model del passato erano magre – si pensi proprio a Twiggy, che portava quella magrezza fin nel suo nome d’arte, che vuol dire “grissino”: ma si trattava di figure che avevano un ruolo limitato in quanto dovevano indossare abiti e farsi fotografare, basta, non influenzavano mediaticamente il pubblico con i loro modelli di corpo. Del resto, le top degli anni ’80 e ’90 non erano tutte precisamente scheletriche, anzi: pensiamo a Claudia Schiffer o a Cindy Crawford. E’ stato successivo a quelle stagioni il fenomeno comunicativo in base al quale generalmente si è cominciato a confondere abito e corpo, mondo della moda e mondo reale, il momento in cui il sex-appeal dell’inorganico che la moda rappresenta si è fatto sentire in tutta la sua forza. Il potere della moda è sottile e insinuante se raggiunge così in fondo la politica del corpo, di quello femminile in special modo. Questo potere giunge fino ai comportamenti quotidiani più patologici delle persone, ma anche dei media: accade costantemente di ritrovare nella stessa rivista di lifestyle servizi fotografici di moda che hanno come protagoniste epigone di Twiggy, e solo qualche pagina dopo ricette ipercaloriche da provare assolutamente, magari facendole cucinare a un bel maschio single bravissimo in cucina e prodigo di grassi animali. Accade costantemente alle comuni mortali di entrare in negozi di moda all’ultimo grido, compresi quelli di provenienza spagnola o svedese che hanno da qualche tempo fatto il loro ingresso anche in Italia, e trovare sulle grucce solo abiti striminziti. Alla domanda rituale “Ma fino a che taglia avete questo vestito?”, la risposta prevedibile della solita commessa in look Anna Tatangelo è “Signora, della sua taglia non c’è niente”. A pensarci bene, e con un pizzico di ironia, le modelle e i modelli del nostro tempo non sembrano molto contenti di essere fatti come sono, se guardiamo con attenzione le pose che assumono nelle foto e nelle pubblicità di moda: faccia cupa e arrabbiata, occhi duri, volto pallido e teso. Nuova immagine del cool, di quello che dà a vedere che se ne frega di te e di quello che puoi pensare perché lui o lei la sanno più lunga? Nuovi bohémienne dall’aria tisica portatori di sofisticate culture metropolitane? O, forse, davvero urtati dal dovere star lì sotto l’obiettivo a guadagnarsi il pane - e la metafora del “pane” la dice lunga - mentre preferirebbero gustarsi un piatto ben condito di spaghetti, di ravioli, di lasagne, Made in Italy proprio come la moda? (Pubblicato su "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 7/4/2007)
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