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Anna Piaggi
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Anna Piaggi, photographed by David Bailey for Another Magazine. Dress designed by J C de Castelbajac, cape designed by Angela and Giovanni Grimoldi, hat designed by Stephen Jones Semiotica di/per Anna Piaggi
Patrizia CalefatoC’è un momento in cui la moda cessa di essere se stessa e diventa attimo. Ci sono corpi che di questo attimo distillano la poesia e il segno, l’occasione e l’indecenza. Ci sono volti che amano la maschera più della pelle stessa, e che in quella maschera riescono a fare vivere l’ironia del tempo. Anna Piaggi è tutto questo. Oltre la moda. Ma sentendo profondamente la moda, “essendo” moda, sarebbe meglio dire[1], cioè vivendo dentro l’aria che la moda porta con sé e respirandone i fiati nell’alito incessante, incostante, infedele, del travestimento. Anna Piaggi performa la natura costitutivamente semiotica della moda. Con una metafora musicale, il ritmo compositivo delle sue performance somiglia a un pezzo di free jazz, nel quale gli strumenti raccontano ciascuno una sua storia negli “assolo”, e allo stesso tempo convergono l’uno con l’altro in accordi temerari e imprevedibili. La sua stravaganza mette spesso in soggezione, come se ogni sua apparizione costituisse la scena di un rito di cui lei è l’officiante e tutti gli altri sono gli spettatori muti. La moda sottintende sempre uno spettatore: è questo che ne fa per eccellenza un sistema semiotico[2]. In questo senso, Anna esalta della moda il suo essere una pratica del rivestirsi e del travestirsi, in cui il “vestito” non ha funzioni, non ha usi, non serve a niente, se non a mostrare se stesso come creatore di informazione nuova e inaspettata per il pubblico e spesso ad esso incomprensibile. Come accade nel Carnevale. Lo spirito della mascherata e della festa carnevalesca consiste nel detronizzare ogni certezza e ogni istituzionalizzazione gerarchica dei segni, con accostamenti rischiosi realizzati attraverso strategie retoriche e poetiche come l’enfasi, la citazione, la parodia[3]. Strategie dell’imprevedibilità dei segni, motivi di un “mondo capovolto”[4], che sono a fondamento della moda, ma che spesso la moda dimentica quando si prende talmente sul serio da nascondere la sua stessa serietà quale perenne spettacolo ed eterno Carnevale. Anna è lì a ricordarceli invece ad ogni sfilata, coi suoi cappellini da principe delle fiabe, il suo make-up da diva del “varietà”, le sue ciocche di capelli azzurri che sfidano il fascino innaturale[5] di un surrealismo quotidiano. Ogni volta diversa, ma ogni volta uguale, ella segue un ritmo costante nelle sue composizioni vestimentarie, affidando a dei tratti distintivi stabili il compito di renderla un’icona riconoscibile e unica. Anna è un’attrice in uniforme – l’uniforme di A.P. - ma non si sa mai quale saranno le sue maschere. Cambiano gli abiti e gli oggetti addosso a lei, ma la loro combinazione produce un effetto estetico persistente, immutabile. La si vorrebbe conservare per sempre, come i suoi preziosi capi vintage, come un tempo si conservavano gli abiti rituali dei sovrani e dei capi religiosi. Eppure sono proprio le sue apparizioni a ricordarci come la moda sia l’irruzione del nuovo e del principio dinamico in un mondo apparentemente statico[6] simile a quello in cui certi indumenti diventavano cimeli e reliquie sacre. Consapevoli della “lezione” pop e postmoderna, sappiamo che esiste una sacralità degli oggetti prodotti per il consumo, e che il vintage, per esempio, inteso come l’usato, il già esistito, il già portato rappresenta un ponte nel tempo verso l’altro. Un ponte che la moda implicitamente erige e che Anna Piaggi consapevolmente esibisce, in una rinnovata versione del gesto di Werther che, nel vestire anche in punto di morte lo stesso abito che indossò quando conobbe Lotte, si concesse il lusso, con questo gesto, di incorporare l’altro[7]. Dandy donna, se questo ossimoro è possibile, e se della figura del dandy A.P. mantiene due caratteri fondamentali per la sua definizione contemporanea e femminile: la sprezzatura e la visionarietà. Sprezzatura come distinzione vissuta con profonda leggerezza, con un tocco d’ironia sulla testa, ad esempio, come un cappellino a forma di orologio. Visionarietà come prerogativa di vivere la moda da anticipatrice: basti un’esperienza tra tante, la rivistà Vanity dall’ ’81 all’ ’84, che fu sede del connubio virtuoso tra Anna Piaggi e Antonio Lopez. E la visionarietà è anche la consapevolezza che il glamour - fascino e malia – che emana dalla figura contemporanea del dandy non può prescindere dalle forme della visibilità del nostro tempo: la fotografia, la sfilata, la rivista di moda. Il corpo rivestito e visibile di Anna Piaggi è un “corpo grottesco”, in senso semiotico[8]: nel suo ricoprirsi di colori e oggetti, nel suo truccarsi e acconciarsi “caricato”, il corpo fa appello a un surreale quotidiano esagerato e imprevedibile. Il trucco è pesante come quello di un travestito: la mascherata eccessiva del genere femminile denaturalizza la donna e ne fa un’icona “transgender” pur non mettendo in questione il sesso biologico o le preferenze sessuali. E’ la moda che rende possibile tutto questo: la moda come territorio complesso del corpo, dei sensi, dei segni. E oltre la moda, ma profondamente dentro di essa, c’è Anna Piaggi.
[1]
Uso una definizione del sociologo Alberto Abruzzese, da lui espressa in:
Bernardo Valli, Patrizia Calefato, Benedetta Barzini, Discipline
della moda. L’etica dell’apparenza, Napoli, Liguori, 2003, pp.
55-56. [2]
A sostenerlo è il semiologo russo Jurij M. Lotman, in La
cultura e l’esplosione, Milano, Feltrinelli, 1993, p. 104. [3]
Il concetto di “carnevalesco” in chiave semiotica si deve a Michail
Bakhtin, L’opera di rabelais e la
cultura popolare, Torino, Einaudi, 1979. [4] , Ivi, p. 103. [5]
Uso qui liberamente un concetto introdotto a proposito del Punk nel celebre
libro di Dick Hebdige Subcultures. The
Meaning of Style, London, Routledge, 1979. [6]
Lotman, La cultura e l’esplosione,
cit., p. 103. [7]
Il riferimento all’abito di Werther come “incorporazione dell’altro”
è tratto da Roland Barthes, Frammenti
di un discorso amoroso, Torino, Einaudi, 19977, p. 15. [8]
Si tratta di un concetto elaborato da M. Bakhtin, L’opera
di Rabelais, cit. Vedi
anche Patrizia Calefato, The Clothed
Body, Oxford, Berg, 2004, pp. 28-30. |