Acque minerali

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Patrizia Calefato / testi / acque minerali

 

Botteghe per bevitori d'acqua

(pubblicato su "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 4/8/2004)

 Una bottiglia cilindrica di media grandezza, con il tappo in color argento satinato e una stilizzata scritta in verticale sul corpo: Voss. Un’altra a forma di goccia, in vetro trasparente con accanto una gemella in vetro azzurro, che assomigliano perfettamente, anche se in taglia maggiore, al flacone del profumo J’adore: ma in questo caso l’etichetta mi parla d’altro e mi dice semplicemente Evian. Accanto, ancora un contenitore azzurrino; potrebbe essere un fiasco senza l’impagliatura, eppure sono piuttosto portata a pensare ad acqua benedetta, perché la scritta sulla fascetta evoca beatitudini celesti: Acqua della Madonna. Tre bottiglie verdi in fila, questa volta più prosaicamente l’idea che dentro ci sia acqua minerale ce la siamo fatta, eppure... perché mai sull’etichetta compaiono tre facce con l’imprinting esplicito del duo Benetton/Toscani? Ed ecco finalmente una bottiglia di vodka, ma no, è ancora acqua: Wattwiller. Questi altri sembrerebbero invece dei vini, la forma della bottiglia e il colore sono inconfondibili, e invece si tratta sempre di acqua minerale, in questo caso aromatizzata secondo una ricetta giapponese: nome lapidario, Amé, e packaging da cantina antica. Un’ultima sosta dello sguardo prima che la sete intervenga a rompere tutti i vetri – letteralmente – e a farmi tuffare in un bagno di nomi, sorgenti, sostanze minerali, sodio, calcio e potassio; è la volta di una sagoma simile a quella di un lungo imbuto sottile, un nome che ha odore d’Islay, ma non è quello di un whisky: Gleaneagles.

Visita all’acqua-store, acquateca, acquarius, waterland, watershop, o come altro vogliamo chiamarlo: non è un genere di negozio della fantasia, tutt’altro, tant’è che in Italia ce n’è uno nel luogo più centrale della penisola che si possa immaginare, cioè alla Stazione Termini di Roma nella sua nuova versione griffata e marmorizzata in funzione antidegrado metropolitano. Ma se ne trovano diversi in altre nicchie d’Europa, per esempio ad Amsterdam. I negozi di questo genere nascono come espressione di una nuova cultura dell’acqua minerale a cui da un po’ di tempo viene dedicata un’attenzione diversa rispetto a quella tradizionale legata all’aspetto curativo e benefico, che si orienta oggi invece a considerarne gli aspetti più specificamente “estetici” e gastronomici. L’acqua, insomma - elemento che ci compone in percentuale maggiore in quanto esseri viventi, l’acqua come bene di prima necessità, sostanza pura, fresca, pulente, che ci fa pensare alla vita stessa sul pianeta e oltre – l’acqua si fa lusso.

Lusso non semplicemente nel senso banale del costo spesso e volentieri elevato di queste bottiglie e del marketing diffuso dell’acqua in quanto bene di consumo – aspetti che pure hanno il loro peso -, ma in un senso più culturale, profondo, comunicativo e sensoriale allo stesso tempo. L’acqua, ci viene detto, va dosata e accordata al cibo che mangiamo esattamente come si fa col vino. Sommellier dell’acqua minerale fondano associazioni, scuole, master, stilano carte delle acque per i ristoranti analoghe a quelle dei vini, in cui ci viene insegnato il gergo per definire un’acqua e ci vengono consigliati gli abbinamenti migliori, inventano cocktail a base d’acqua e liquidi analcoolici. Apprendiamo così che un’acqua può essere “piatta”, “leggermente effervescente”, o “effervescente” tout court, in una triade che evoca il gioco linguistico della “liscia, gassata o Ferrarelle”. In un incrocio tra cura del corpo e gastronomia, tra discorso della salute e discorso della lussuria, impariamo allora che con un antipasto a base di mare l’acqua deve essere piatta o leggermente effervescente, mentre è solo con un secondo di carne in salsa che la degusteremo pienamente effervescente, mentre con il dessert va curato che il residuo fisso, cioè la quantità di sali che resta dopo l’evaporazione di un litro d’acqua a 180° C, sia inferiore a 100.

La cultura delle acque è antica quanto quella della conoscenza dei poteri benefici delle terme e delle sorgenti, è un sapere in cui si miscela come in un esplosivo cocktail naturale la durezza della roccia e la fluidità del liquido. La terra e l’acqua – elementi in opposizione reciproca nel “quadrato” che le contiene, insieme all’aria e al fuoco – si contaminano nella composizione organica e in quella dell’immaginario. Ne consegue che il liquido, di cui comprendiamo la rarità ma anche la ineluttabile volatilità, va allora contenuto in una forma che ne sia all’altezza: la bottiglia, somigliante al lussuoso flacone di profumo o di fluido cosmetico, dal colore trasparente o preziosamente azzurrino – per ricordare la più tradizionale delle acque preziose, l’ipergassata Perrier -, dall’etichetta curata come quella di un vino nobile. Ma anche il bicchiere, di necessità: calice dalla curvatura studiata e accordata, cristallo temperato come uno strumento. Non si tratta “solo” di sete. 

Possiamo chiamarla moda? Sì, se per moda intendiamo qualcosa di più che la semplice imitazione e il banale “bisogno indotto”: certo, entrambi sono fattori presenti nel fenomeno delle mode sociali e culturali. Ma la moda è stile di vita, e più ancora credenza, mito, senso comune: nulla di deprecabile, anzi, la cultura delle acque ci insegna forse a vivere meglio, come la gastronomia e l’enologia, come la cura della pelle e la ginnastica per il corpo, come i massaggi e le cure termali. Riti sociali, scanditi da usi e da regole a seconda dei tempi e dei luoghi. L’acqua come lusso e lussuria conosce così anche la legge del marchio accattivante.

Ma l’acqua è ancora un lusso in sé in molte parti del mondo che non occorre andare troppo lontano per trovare. Chi ne controlla il ciclo, in quei luoghi, non ha il volto amichevole di un sommellier H2O o di un packager inventore, ma quello di un capomafia o di un signore della guerra. Waterworld è su questa terra.